Festival del Film Etnomusicale 1983-1989

 I RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1983

 

MUSICA DI BALI*                                                              Bali – INDONESIA

Komprimierte Form eines «Gambuh», Tanzdrama in Batuan (Gambuh, dramma danzato di Batuan)

 (T.Seebass, G. van der Weijden, 1973, 23’)

L’origine del Gambuh, un dramma di corte danzato, risale al XV secolo. I temi di questo dramma sono stati tratti dal romanzo Panji. Gli attori sono Harold, un ministro, dei cavalieri, due principi e i loro giullari. L’orchestra è composta da strumenti inconsueti per un gamelan: quattro flauti e un cordofono per la parte melodica, strumenti a percussione per la parte ritmica e diversi strumenti metallici che forniscono il colore e la punteggiatura dei tempi.

Figurationsrhytmik in Balinese Musik (Ritmo delle figurazioni nella musica balinese)

(U. Ramseyer, 1973, 18’)

Il principio dell’alternarsi di diverse figuri musicali è tipico della musica balinese. Ciascun elemento della figura musicale può essere suddiviso in cellule ritmiche che sono suonate da certi musicisti per mescolarsi in seguito, in modo quasi impercettibile, ai temi suonati dagli altri musicisti. Soggetto di questo film è lo studio di ritmi particolari, corrispondenti ai colpi che frantumano il riso nel mortaio e l’adattamento di questi a strumenti accordati come il tamburo a fessura, lo scacciapensieri e l’orchestra di angklung.

Selonding Orchester. Rituelle Siebentonmusik in Tenganan Pegeringsingan (Orchestra Selonding: Musica rituale eptatonica di Tenganan Pegeringsingan)

(U. Ramseyer, 7’)

Il film segue la costruzione di vari “pezzi” musicali rappresentativi del repertorio rituale del villaggio balinese Tenganan. Questa musica, suonata con semplici strumenti a lamelle di metallo, viene eseguita dai musicisti in occasione di cerimonie rituali mensili.

 

TRANCE E DANZA A BALI*                                              Bali – INDONESIA

Trance and Dance in Bali (Margaret Mead, riprese:1936/pubbl:1956, 25’)

Il film è costituito dalle riprese di una danza rituale balinese nel corso di uno spettacolo in cui è rappresentata la lotta senza fine tra la strega Rangda, dispensatrice di morte, e il drago Barong, protettore della vita. La cerimonia, punteggiata a interludi comici, culmina nella caduta in trance dei danzatori che si abbandonano a manifestazioni di intensa drammaticità.

 

IMPARARE A DANZARE A BALI*                                    Bali – INDONESIA

LEARNING TO DANCE IN BALI (Margaret Mead, 1979, 12’)

Un padre insegna al figlioletto alcune figure di danza. I Mario di Tabanan, un famoso maestro di danza balinese impartisce una lezione di Keybar ad un ragazzo. Un danzatore professionista indù è iniziato alle diverse forme di danza balinese.

 

CRONACA DELLA SICCITÀ*                                                       BRASILE

Chronique du temps sec (Yves Billon, Patrick Menget, Jean-François Schiano, 1977, 70’)

Fini al 1967, gli Txicao vivevano lungo lo Jatoba nella foresta e si avvicinavano alle tribù dell’Alto-Xingu (Mato Grosso) soltanto per saccheggiare i loro villaggi e per rapire i loro bambini.

Nel 1967 i fratelli Villas Boas hanno persuaso gli Txicao di andare a vivere presso un centro d’assistenza brasiliano nel cuore del parco indigeno di Xingu. In questo nuovo insediamento di Txicao hanno rinunciato alla guerra, si sono riconciliati con i loro vecchi nemici e hanno ricevuto dalla Fondazione Nazionale dell’Indio assistenza tecnica e sanitaria. Oggi, essi tentano di conservare le loro tradizioni scontrandosi con l’invadente influenza della civilizzazione.

Per gli Txicao, la festa d’iniziazione rappresenta il più importante ciclo di cerimonie. Essa copre tutta la stagione della siccità (aprile-settembre) e culmina con il tatuaggio dei simboli tribali sul viso dei bambini, (occhio di ara). L’iniziazione coinvolge tutti gli Txicao. Vengono preparate grandi quantità di manioca e di mais e si organizza una lunga spedizione di caccia che impegna la metà degli Txicao, che riportano al villaggio enormi panieri con selvaggina, distribuita poi ai bambini la vigilia del tatuaggio.

La protezione sanitaria che offre la riserva è reale, ma accresce rapidamente la dipendenza degli Txicao dal mondo bianco. Gli Txicao stessi si interrogano sui benefici di questo contatto e si chiedono come rimanere Txicao in una realtà la cui logica gli sfugge completamente.

 

DANGALEAT                                                                                              CIAD

Flötenorchester (Orchestra di flauti)

(P. Fuchs, rip.1964/pubb.1972, 11’)

L’orchestra di flauti tradizionali dei dangaleat è composta da cinque flauti di lunghezze diverse. Ogni flauto consiste in un cilindro cavo di bambù del quale, con il fuoco, sono stati praticati tre fori. L’estremità superiore è stata intagliata. Il musicista tiene il flauto nel palmo della mano sinistra e tappa i fori con le dita. Il suonatore del flauto più lungo agita contemporaneamente con la mano destra una zucca, rivestita con collane di conchiglie. La disposizione dei musicisti nell’orchestra obbedisce a precise regole della tradizione.

Festlicher Ausritt des Sultans von Korbo (Uscita cerimoniale a cavallo del sultano di Korbo)

 (P. Fuchs, rip. e pubb.1965, 15’)

Nel recinto, il cavallo del sultano viene sellato e decorato per il suo giro solenne del paese. Il sultano, nel suo costume di festa, monta il cavallo e si reca nella piazza, dove, davanti al recinto, un gran numero di donne e ragazze dangaleat, arabe e hadad, l’attendono per salutarlo. Il sultano è accompagnato dalla sua orchestra, da due musicisti boulala e da diversi servi; uno di essi porta il parasole, insegna principale del sultano. Il sultano viene seguito dal suo rappresentante, anch’egli su un cavallo a bardatura decorata e vestito in costume da festa. Le donne cantano le lodi del sultano. Accompagnati dal loro you-you, il sultano e il suo rappresentante fanno eseguire ai loro cavalli diversi giri del recinto. La scena si conclude con la partenza del sultano e del suo seguito per un villaggio arabo vicino. Tutti danzano in suo onore la am-haraba. Durante questa danza le donne si inginocchiano davanti al sultano. Finita questa manifestazione, il sultano continua il suo giro simbolico del paese e rientra nel suo giardino dove le donne l’attendono per rendergli onore.

 

ORCHESTRA DEL VILLAGGIO DI MONGO*                                         CIAD

(P. Fuchs, 1965, 9’)

In molti villaggi sudanesi si trovano musicisti professionisti riuniti in orchestre. Essi suonano indifferentemente nelle feste di famiglia, nei bordelli e in occasioni ufficiali con le feste nazionali, le riviste di un membro del governo, ecc. I piccoli villaggi come Mongo offrono lavoro sufficiente a una orchestra soltanto, mentre nelle grandi città se ne possono incontrare diverse. Per facilitare l’analisi dell’orchestra, il film presenta nella prima parte ciascun strumento individualmente. Lo strumento principale è un oboe chiamato gaita, suonato con la tecnica della respirazione continua. Gli altri strumenti dell’orchestra sono quattro tamburi differenti, suonati con bacchette o con le mani. Dopo la presentazione degli strumenti, il film mostra i musicisti che suonano insieme.

 

MUSICA DEL POPOLO DAN*                                            COSTA D’AVORIO

Serie: Dan (Africa Occidentale) (H. Himmelheber, riprese:1968/pubb:70)

Unterhaltungsgesang der sanzaspieler Jean Geazan e Gba Gegba

(Canti ludici dei suonatori di sanza Jean Geazan e Gba Gegba) (7’)

Duo di cantanti, suonatori di sanza. La sanza è uno strumento solista che non viene mai suonato insieme ad altri strumenti. I due suonatori, che abitano in villaggi diversi, si riuniscono durante le feste ed eseguono diversi canti per i quali vengono ricompensati con doni.

Arbeitun Musik des Buschroder-Bundes «gua»

(Lavoro e musica dell’associazione dei tagliatori della savana «gua»)(11’)

I Dan si riuniscono in associazioni che eseguono vari tipi di lavoro come il taglio degli alberi o la ripulitura del sottobosco. Queste associazioni si mettono al servizio dei ricchi notabili per lavorare le loro piantagioni. Gruppi di musicisti li accompagnano per stimolarli con la loro musica e con i loro canti.

Tanze des Buschroder-Bundes «gua»

 (Danze dell’associazione dei tagliatori della savana «gua») (11’)

Una associazione di giovani viene incaricata del disboscamento della foresta da un ricco notabile. Prima e dopo il lavoro gli uomini eseguono delle danze davanti al loro datore di lavoro. Essi eccellono nelle danze quanto nel lavoro. Il loro capo è il migliore danzatore e contemporaneamente il migliore tagliatore.

Kriegsorchester «Tru» (Orchestra di guerra Tru) (6’)

Il film è un’analisi di un’orchestra composta da strumenti a fiato d’avorio e da tamburi. Originalmente l’orchestra doveva preparare il guerriero-eroe del villaggio al combattimento e accompagnare i festeggiamenti al suo trionfale ritorno dalla guerra. Queste fasi differenti vengono ancora imitate in occasioni solenni da un discendente di un grande guerriero.

Tanz eines Kriegers vor dem Auszug in den Kampf

(Danza di un guerriero prima della partenza per la battaglia) (8’30’’)

I Dan dispongono di cantanti e musicisti per le attività più svariate. Con i loro canti e con la loro musica essi devono trasmettere forza al tagliatore del bosco, nobiltà nel comportamento al capotribù e coraggio al guerriero. Un’orchestra composta da sette flauti d’avorio e da cinque tamburi eccita lo spirito combattente del guerriero. Quest’ultimo illustra nella sua danza diversi movimenti del combattimento.

Tanzmaske djaka in Glekpleple

 (Danza di maschere djaka di Glekpleple) (12’30’’)

Le maschere djaka appartengono alla categoria delle maschere grottesche e vengono usate in tutti i festeggiamenti, per rallegrare i presenti.

Stelzentanzer in Kpegbuoni

(Danzatore su trampoli a Kpegbuoni) (9’)

I danzatori su trampoli sono frequenti nell’Africa occidentale e si trovano anche presso i Dan. Su trampoli alti quasi tre metri, essi eseguono temerari movimenti di danza al suono di un’orchestra di tamburi.

Maskentreiben zum Jahresabschluss in Bankouma

 (Manifestazione di fine anno con maschere a Bankouma) (15’)

A conclusione delle feste Yam, che per i Dan separano l’anno vecchio da quello nuovo, le maschere scendono dalle montagne fino al villaggio. Prima eseguono delle danze fuori dal villaggio, poi percorrono le strade del paese per andare a salutare i funzionari. Ogni danzatore mascherato effettua le figure caratteristiche del suo repertorio.

 

MUSICA DEL POPOLO BAOULE’*                                               COSTA D’AVORIO

Serie: Baoulé (Africa occidentale, Costa d’Avorio)

(H. Himmelheber, riprese:1968/pubb.:1970)

«Goli» Maskenfest in Agbanjansou (Festa di maschere  «Goli» a Agbanjansou) (31’)

Il “Goli” è una rappresentazione con maschere effettuata da tre o quattro coppie di maschere completamente diverse. Ogni coppia di maschere cerca di surclassare le altre nella danza. I musicisti accompagnano i loro canti con il secco suono di sonagli di legno. Benchè i giovani baoulè abbiano appreso il “Goli” da una tribù vicina, esso è diventato la loro danza mascherata più popolare.

Gbagba-Maskentanz in Aouakro (Danza di maschere gbagba a Aouakro) (49’)

1- Entrata: danza dei gbagba, maschere di montone (28’)

2- Maschere rosse,nere,bianche; maschere a forma di testa di formica, maschere di bambini (21’)

Il gbagba è una danza di animazione che viene eseguita in qualsiasi occasione. Si sviluppa intorno a una maschera d’uccello, il gbagba, mentre un gruppo di ragazzi e alcune maschere danzano alternativamente; quest’ultime rappresentano animali e personaggi noti nel villaggio

 

MUSICA DEL POPOLO GOURO*                                      COSTA D’AVORIO

Guro, Westafrika, Elfenbeinküste, Frauenchor (H. Himmelherber, 1970, 9’)

Sia le donne che gli uomini gouro eccellono nel cantare in coro. Le donne del villaggio Zrazra cantano in occasione dei funerali o della visita di un notabile. Battendo le mani, accompagnano il ritmo della marcia della portantina del notabile. In occasione una danzatrice solista esegue delle danze.

 

MGODO WA MKANDENI*                                                           MOZAMBICO

(Gei Zantzinger, Andrew Tracey, 1973, 48’)

Il film mostra musica e danze tradizionali Mgodo in un villaggio Chopi durante l’inverno del 1973, nel sud del Mozambico. Viene illustrato l’uso di una grande orchestra di strumenti accordati secondo registi diversi, lo sviluppo altissimo dei loro xilofoni (timbila) e la struttura della loro musica.

 

MGODO WA MBANGUZI                                                              MOZAMBICO

(Gei Zantzinger, Andrew Tracey, 1973, 53’)

Il film presenta musiche e danze Mgodo in un villaggio Chopi nel sud del Mozambico. Nelle rappresentazioni tradizionali i danzatori sono accompagnati da una grande orchestra di xilofoni (timbila). Il testo parla di storie e avvenimenti correnti e delle preoccupazioni dei membri della tribù riguardanti la situazione locale. Le parole dei canti sono sottotitolate sia in lingua chopi che in inglese.

 

MUSICHE DEL MALI: 1.LA GENTE DELLA PAROLA*                         MALI

Musiques du Mali. 1. Les gens de la parole (Jean-Francois Schiano, Djingarey Maiga, 1981, 54’)

Nella gerarchia della società tradizionale, i griot appartengono ad una casta particolare, quella dei Nyamakalas, che si colloca tra quella dei nobili (horon) e quella degli schiavi (djon). Ai tempi dei grandi imperi che si sono creati nel Mali dal X al XIX secolo, fino all’arrivo del colonialismo, il griot, legato a un nobile e alla sua famiglia, poteva permettersi di dire cose che il nobile stesso non si permetteva di esprimere: egli cantava in suo onore e interveniva nei suoi affari, era il “maestro della parola”. Per la sua posizione sociale egli era l’interprete della storia e delle tradizioni del suo popolo. In questa società di cultura orale i griots si sono trasmessi di generazione in generazione le genealogie e le gesta dei grandi eroi della storia maliana fino ai nostri tempi. Con l’arrivo del colonialismo e delle sue mire di profitto, i valori tradizionali sono cambiati. Il nobile di oggi è colui che possiede i soldi e il griot moderno ha seguito questa evoluzione. Adulando il nobile coni suoi elogi, cerca di ottenere il massimo compenso.

Dopo diverse sequenze che illustrano questo, il film mostra un concerto della Orchestra Nazionale del Mali. Due canti dimostrano la ricchezza della musica della musica maliana, testimone di una cultura molto antica. Segue la partenza in treno verso i capoluoghi della storia maliana: Kita nel paese Malinkè e Kayes nel paese Kassonkè. Le interviste ai griot e i canti che eseguono durane le cerimonie di matrimonio e di circoncisione, illustrano il loro ruolo nella società tradizionale. Ma i griot sono ben consci dei cambiamenti che tendono a farli sparire e questa evoluzione è sentita soprattutto a Bamakò. Durante i matrimoni all’europea, essi vengono invitati soltanto per cantare in onore degli sposi e della loro ricchezza. Comunque, i giovani griot hanno saputo adattarsi ai nuovo schemi della società e compongono oggi canti che trattano diversi avvenimenti internazionali (ad es. la missione “apollo”) che vengono interpretati non più per il singolo ma per una categoria intera di persone. Così il canto bambo, nato dopo la conferenza dell’O.U.A. a Addis Abbeba, è un messaggio di libertà, che il griot indirizza alle giovani donne maliane.

 

GAGAKU ETENRAKU*                                                                  GIAPPONE

Gagaku Etenraku. Music of the Heaven Beyond (F. Koizumi K. Okada, rip.1972/pubb. 1974)

Il Gagaku è uno dei generi musicali più importanti dell’arte tradizionale giapponese. Il termine Gagaku significa letteralmente : elegante (ga), musica (gaku). Questa forma d’arte comprende la musica strumentale, quella vocale e la danza. All’inizio del film vengono presentati gli strumenti suonati per eseguire il To-gaku, “musicista di Cina”, seguito dall’esecuzione dell’Etenraku nello stile Nokorigaku. Nel corso di questa rappresentazione gli strumenti a fiato e a percussione smettono lentamente di suonare mentre gli strumenti a corda finiscono il pezzo da soli.

 

GAGAKU BAIRO*                                                                          GIAPPONE

Gagaku Bairo in Two Styles (F. Koizumi K. Okada, 1974)

Il film mostra due esecuzione diverse del pezzo strumentale chiamato “Bairo”. Questo pezzo viene eseguito prima dello stile della musica della costa “occidentale”, cioè in un tempo di 6/4, poi come accompagnamento della danza, nello stile della costa “orientale”, cioè in un tempo di 5/4.

 

DISOUMBA*                                                                                                GABON

Liturgie musicale des Mitsogho du Gabon central (Pierre Sallée, 1969, 50’)

I Mitshogo, nel Gabon, hanno fama di detenere i segreti di una cosmogonia, la cui conoscenza si trasmette nelle confraternite degli iniziati di cui la più importante, attualmente, è il Bwété. Per gli adepti del Bwété, l’universo si presenta come un corpo umano e il tempio dove si svolgono le cerimonie della confraternita ne è la rappresentazione architettonica. All’interno di questo corpo cosmico, rappresentato anche dal mitico fiume Mobogwé, l’iniziato farà due “viaggi” che corrispondono rispettivamente alla sua morte e alla sua simbolica rinascita. Nell’intervallo tra i due viaggi, raffigurati nelle prove d’iniziazione, il nuovo adepto rimane nell’aldilà, dove viene assalito da molte visioni, prima di rinascere simbolicamente ai piedi di un albero sacro in mezzo alla foresta. Le cerimonie che periodicamente richiamano gli iniziati della confraternita Bwété, sono organizzate come i nostri melodrammi. Gli strumenti musicali, gli oggetti intagliati, la scenografia e la forma musicale sono elementi significativi dei vari aspetti del mito di cui la cerimonia rappresenta la attualizzazione rituale. Le cerimonie sono punteggiate da recite di iniziazione.

 

BATTERIE DOGON*                                                                                              MALI

(Jean Rouch, Gilbert Rouget e Germaine Dieterlen, 1966, 26’)

Studio dei diversi ritmi con cui vengono suonati i tamburi di pietra, i tamburi di legno e i tamburi di pelle. I giovani caprai delle caverne di Bandiagara suonano le pietre (litofoni) considerati sacre in quanto rifugio degli antenati. Il film, alternativamente, descrive il giuoco sottile della mano destra e sinistra dei suonatori Dogon.

 

IL CANTO DEI FOLLI*                                                                              INDIA

Le Chant Des Fous (Georges Luneau, 1979, 90’)

I Baul sono dei cantanti erranti che percorrono i villaggi del Bengala da secoli, esaltando le “vie dell’amore”. La parola Baul significa letteralmente “Folle”. Questi “folli di Dio” non seguono però nessuna dottrina, non predicano nessuna religione. Sono contrari a qualsiasi settarismo sociale o religioso; la loro parola d’ordine è la libertà di spirito. Culturalmente la loro tradizione è un incrocio di diverse correnti di pensiero della cultura del Bengala: il tantrismo, il sufismo, il culto della dea Kali e la devozione alla relazione d’amore tra Radha e Krishna. Anche se il Baul prende a prestito il panteon degli déi e la terminologia mistica della religione indiana, per lui “il divino” è inerente all’uomo. Il mondo degli déi, del bene e del male, dell’astratto e del tangibile, rimandano tutti a una stessa energia vitale. La via è una e tutte le sue forme sono in interazione le une con le altre. E’ dunque in lui stesso che il Baul cerca questa verità; questo “uccello sconosciuto”, il quid inafferrabile che canta qualche volta in noi e fa di noi “uomini di cuore”. Il film mostra diversi cantori durante le tappe del loro viaggio attraverso il Bengala, i loro incontri, le loro riunioni, fino al momento in cui ha luogo un festival che vede insieme molti di essi.

 

MUSICA ARE’ ARE’*                                                         ISOLE SALOMON

(Hugo Zemp, 1979, 150’)

Inventario esplicativo dei venti tipi di musica tradizionale del popolo Aré aré di Malaita, filmato nelle isole Salomon nel 1975 e nel 1977. Per ogni tipo di musica, un musicista aré aré spiega le tecniche del suono, l’organizzazione polifonica, le scale musicali, ecc.

Preludio: la festa.

Prima parte: musica con strumenti di bambù, orchestra di flauti di pan, flauti traversi, flauti di pan fasciati, flauti di pan solisti, cetra da bocca e percussioni in bambù.

Intervallo: giuochi d’acqua.

Seconda parte: musica dei tamburi di legno (solisti e in gruppo).

Terza parte: musica vocale (ninnananne, canti d’amore, lamenti funebri, canti di piroga, canti di divinazione, canti di pestatura, canti con percussioni di bambù)

 

CALABRIA: ZAMPOGNA E CHITARRA BATTENTE*                           ITALIA

(Diego Carpitella, 1981, 30’) Serie: I Suoni

Il film presenta alcuni musicisti dell’area grecanica in Calabria, che mostrano le procedure per l’accordatura degli strumenti e i principali pezzi del loro repertorio (pastorali e tarantelle). La seconda parte del film è dedicata alla chitarra battente in provincia di Cosenza.

 

EMILIA: BRASS BAND DELLA PADANA*                                                          ITALIA

(Diego Carpitella, 1981, 30’) Serie: I Suoni

Il film mostra gli undici strumenti a fiato che compongono “Concerto Cantoni”, una banda che suona nelle feste da ballo e in particolari circostanze religiose e civili. Il film è completato da interviste ai musicisti.

 

MEDITAZIONE “ZIKR” DEI DERVISCI HALVETI A ORAHOVAC JUGOSLAVIA

(A.M. Dauer, H. Kaleshi, G. Bauch, C. Goemann, C. Otte, 1981, 30’)

Il Zirk è una combinazione della preghiera individuale, della preghiera del mattino e del “Zirk” vero e proprio, che è composto da una suite di preghiere stereotipiche assomiglianti a litanie, e di bilanciati movimenti del corpo sul ritmo di formule sacre. Si raggiunge il Zirk con l’invocazione di Hu (Lui: Dio).

 

HORENDI*                                                                                                   NIGER

(Jean Rouch, 1972, 80’)

A Niamey, si celebra per sette giorni l’horendi, nel corso del quale si radunano i “cavalli dei geni” (danzatori in stato di possessione), nel cortile della concessione del sacerdote Zima Sambo. Due giovani donne malate, possedute dal genio del fulmine Kirey, sono iniziate alla danza di possessione. Alcuni musicisti, suonatori di zucche, cantano e suonano i ritmi degli spiriti, in modo che le giovani donne apprendano la danza rituale per cui la trance si provoca e si domina.

 

NON DIMENTICARE DI ESSERE CAJUN                                                U.S.A.

(Claude Flèouter, Robert Manthoulis, 1972, 49’)

La comunità cajun della Louisiana (un milione e mezzo di abitanti) è riuscita a conservare le sue tradizioni, la sua lingua (mescolanza delle lingue dei paesi normanni e piccardi del X secolo) e la sua identità nel cuore dell’America. Da quando è stato trovato il petrolio nelle loro paludi, i Cajun non sono più i paria della Louisiana, la loro lingua ha smesso di far ridere ed è diventata una eredità preziosa.

In questi paesi della Louisiana regna una gioia di vivere grezza, infantile e insensata. La tradizione è talmente radicata in questi villaggi chiamati “paroisses”, che è riuscita a resistere al mondo moderno anche nella musica, a volte triste come il blues, ma più spesso piena d’allegria. “Oublie pas qu’on est cajun” canta il cajun Zachary Richard.

 

DJERRAHI, CERIMONIA SUFI*                                                    TURCHIA

Djerrahi, une céremonie soufi (Pierre-Marie Goulet, 1978, 26’)

Nel mondo mussulmano esiste, parallelamente all’Islam ufficiale, un gran numero di confraternite religiose, legate al sufismo. Fra esse occupa un posto di rilievo la confraternita dei dervisci “Djerrahi”, i cui membri sono più conosciuti in occidente con il termine improprio di “dervisci urlanti”.

Coloro che aderiscono a queste confraternite non sono dei monaci avulsi dal mondo, ma uomini che partecipano alla vita attiva del loro paese. Provengono soprattutto dalle classi medie, fra i mercanti e gli artigiani. La loro cerimonia rituale si chiama zikr, che significa letteralmente «ricordo». Si tratta di un processo di concentrazione interiore basata sulla ripetizione continua del nome di Dio o di formule sacre come: “la illah illah’ llah” (non esiste altro che Dio).

Questa ripetizione viene effettuata in stretta relazione con i ritmi di respirazione e di movimento del corpo che tutti i dervisci eseguono simultaneamente attorno al loro maestro: la Cheik.

Nei confronti dell’Islam ortodosso questa pratica si giustifica con la tradizione che attribuisce al profeta Mohamed le seguenti parole: “non esiste gruppo di persone che ricordi Allah senza che gli angeli lo ricordino e la misericordia di Dio lo tocchi”.

 

 

II RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1984


 

BLUES STORY                                                                                            U.S.A.

10 film sulla storia del blues

La storia del blues è arrivata in Europa con i suoi grandi personaggi storici e con i prodotti della riproposta dopo gli anni ‘50. Una grossa lacuna era rappresentata dai personaggi originali, non arrivati mai al successo internazionale e quindi destinati a sparire dimenticati, per lo meno in Europa. Tale lacuna viene oggi in parte colmata da questi filmati, realizzati dalla Folk Society americana, durante il folk revival degli anni ‘50-’60. In tale periodo questa società nel quadro del revival ritrovò alcuni artisti oramai ritenuti scomparso, portandoli in studio e registrandoli. Riemersero allora questi personaggi incredibili, il rude Bukka White, il magico bottleneck di Fred McDowell, il leggendario Furry Lewes ed il rev. Gary Davis, Jesse Fuller, primo one-man-band e tanti altri, riapparve con loro la musica scarna, carica di feeling e di tecniche strumentali geniali, allora completamente nuove. Questi filmati sono oggi una delle più valide testimonianze della storia del blues.

 

HEALTH TO THE BARLEY MOW                                    GRAN BRETAGNA

Evviva la mietitura dell’orzo (Peter Kennedy, 1969, 18’)

Un sabato sera, in un pub dell’Inghilterra orientale, nel 1955, contadini provenienti dalle fattorie della regione, e pescatori cantano ballate ed eseguono “step-dance” accompagnati dall’organetto. Il titolo del film è quello di una canzone popolare cantata in coro nel pub “The Ship Inn” di Blaxhall.

 

DANCE OF THE BELLA*                                                               ALTO VOLTA

Danza dei Bella (Jim Rossellini, 1980, 11’)

Il popolo Bella vive nel Sahara meridionale. Dopo essere sopravvissuto a sette anni di siccità e carestia, danza al crepuscolo per celebrare il “Tabaski”, una delle più importanti feste islamiche africane che si celebra dopo due lune e dieci giorni dopo il Ramadan (il mese del digiuno islamico). Il tabaski commemora il patto di Abramo con Dio e la promessa di Dio di proteggere il popolo di Abramo. I Bella sono ex-schiavi dei Tuareg, soggiogati per secoli dagli “uomini blu”, oggi vivono indipendenti, prestando il loro servizio come artigiani, manovali o musicisti. Il film mostra l’antica danza Annasar Delroi, accompagnata dal canto e dal battito delle mani per sette giorni e sette notti come vuole la tradizione ancestrale.

 

DIRO AND HIS TALKING MUSICAL BOW*                                ALTO VOLTA

Diro e il suo arco musicale parlante (Jim Rossellini, 1980, 13’)

Il film è il ritratto di un musicista dell’Africa occidentale, Diro Dah, che costituisce, accorda e suona il suo kankarama (arco musicale). Utilizzando la musica, per imitare le tonalità ascendenti e discendenti del linguaggio tonale Lobi, Dirò coinvolge i bambini del villaggio nella ricerca di un oggetto nascosto, guidandoli con l’aiuto del suo arco musicale.

 

GOTAN (TANGO)                                                                           ARGENTINA

(Jorge Cedron, 1981, 52’)

Il tango suggerisce agli europei la seducente immagine di un tempo in cui il piacere di vivere veniva scandito dai suoni laceranti del bandoneon, suonato da un’orchestra di gauchos in costume, nell’atmosfera ovattata di una sala da ballo. Nel periodo precedente alla prima guerra mondiale, quando l’Europa entrava nella crisi, iniziava una massiccia emigrazione verso l’America Latina. L’Argentina, paese essenzialmente esportatore di prodotti agricoli, accoglieva indiscriminatamente immigrati spagnoli, italiani, polacchi, russi e tedeschi. Su un milione e duecentomila abitanti nel 1941, il 60 per cento era straniero.

Le differenze di lingua, razza, costume e cultura, contribuirono a dare al tango un carattere popolare molto particolare: attraverso il suo linguaggio passavano la storia, la poesia, la musica, la nostalgia e la speranza di questi uomini originariamente cosi diversi. Il tango raccontava l’evoluzione del paese, la sua industrializzazione, le sue ricchezze costruite su tanta miseria, la sua fede nell’avvenire a dispetto della violenza e delle sue crisi politiche. Ancora oggi continua ad essere il crogiolo in cui si formano e da cui scaturiscono accenti d’intenso significato.

Nel film tango, interpretato dal Quartetto Cedron, si evoca tutto questo e, grazie all’unione tra storia e musica, dove la finzione si mescola ai documenti d’archivio, ci è possibile apprezzare la qualità dei musicisti di ieri e di oggi, come Pedro Maffia, Annibal Troilo, Astor Piazzolla.

 

TAROUNJA                                                                                     MAROCCO

(Abdou Achouba, 1980, 60’)

Seguiamo due personaggi nel loro disperato vagabondaggio attraverso il Marocco tradizionale e mistico. Il primo, un’artista di vocazione, paroliere e musicista per mestiere, è un impegnato nella ricerca rigorosa di scritti e leggende, alla conquista del ricco patrimonio culturale del suo paese. Il secondo è un ragazzo la cui innocenza non impedisce al mondo adulto di considerarlo come un “malato posseduto da Satana e dall’orchessa”.

Come reagiranno entrambi, di fronte al mondo che devono affrontare? Si incontreranno un giorno, loro che molte cose potrebbero unire, per ascoltarsi e accettarsi?

Il primo è diventato una forza del passato. L’unico amore è la tradizione. Il secondo è un giovane “adulto”, più moderno di qualsiasi altro, alla ricerca dei compagni che non esistono più.

 

DIE VERBORGENEN TANZE                                                        SVIZZERA

Le danze nascoste (Peter Schweiger, 1983, 50’)

Un gruppo di giovani musicisti si reca in un villaggio dell’Alto Valaisan per incontrare i fratelli Walpen allo scopo di apprendere dei brani musicali che possono allargare il loro repertorio “folk”. Al loro arrivo nella piazza del villaggio di Imfeld viene improvvisata una piccola festa in loro onore. Giovani e vecchi escono dalle loro case, costruiscono un piccolo podio e gli “Spillet” invitano tutti a ballare. Nelle pause vengono raccontate delle storie, delle leggende dei tempi in cui la danza era ancora vietata, dei tempi in cui le anime dannate erano costrette a danzare le loro “danze segrete”, lassù sul ghiacciaio, fino al Giudizio Universale.

 

LA BALLADE DE PABUJI*                                                                        INDIA

(Georges Luneau, 1976, 52’)

Attraverso un parallelismo poetico con la leggenda di Paduji, mitico eroe indiano, scopriamo la vita della popolazione contadina della provincia di Rajasthan, vicino al Pakistan, e così il loro lavoro, i loro canti, le loro danze. La ballata racconta che Rao vide delle fate che si bagnavano in uno stagno. Fece in modo di trattenerne una, nascondendole i vestiti. Lei lo implorò di restituirglieli ma Rao fu irremovibile e la chiese in sposa. La fata accettò ad una condizione: Rao non sarebbe mai entrato nelle sue stanze senza avvertirla. Il matrimonio ebbe luogo. Un bimbo nacque dalla loro unione e fu chiamato Pabuji.

 

MEDZANG BETI                                                                             CAMERUN

(Pie-Claude N’gumu, 1981, 56’)

Il film ci presenta uno strumento popolare dei Beti (Camerun meridionale), o xilofono, tradizionalmente conosciuto con il nome “Medzang Beti”.

Quello che vedremo è originario del paese Beti, di lingua Ewondo, nella regione Yaounde. Il film spiega il significato di questo strumento, la sua tecnica di fabbricazione, di accordatura e il modo in cui viene suonato.

 

SHADOW MASTER*                                                                                   BALI

Maestro d’ombre (C.L. Reed, 1982, 54’)

Questo film, un mélange di documentario e fiction, descrive la storia di un giovane balinese, apprendista nel teatro d’ombre, e quella di suo fratello, affascinato dal mondo occidentale. Attraverso il racconto della figlia del Maestro d’Ombre, il film fornisce una visione del rapporto che musica e teatro hanno con la vita quotidiana di un villaggio balinese.

 

IS LAUNEDDAS*                                                                                         ITALIA

(Diego Carpitella, 1982, 30’)

Le launeddas sono uno strumento tra i più antichi ancora in uso in Sardegna: risale infatti al secondo millennio avanti Cristo. E’ uno strumento a fiato, a tre canne, polifono, ad ancia semplice battente, a tubi cilindrici. Le tre canne sono di varia lunghezza: la più lunga è chiamata tùmbu, forse dal latino bombo. Senza fori, fornisce una nota grave che funge da pedale continuo a tutta la musica eseguita dalle launeddas. La mediana è chiamata mancòsa mànna, è più piccola ed ha cinque piccoli fori rettangolari; pur essendo il tùmbu la canna che resta più a sinistra, questa è la canna su cui realmente gioca la mano sinistra del suonatore. Tùmbu e mancòsa mànna sono legate insieme con dello spago impeciato in moda da andare divergendo verso il basso. Infine la terza canna, la più corta, è sostenuta e suonata con la mano. La cosa più interessante di questo strumento è che è a fiato continuo e che non ha alcuna sacca per contenere l’aria (che solitamente nelle zampogne e nelle cornamuse è costituita da una pelle di animale).In questo caso, quindi, sono le guance stesse dell’esecutore che, insieme alla bocca costituiscono una continua camera d’aria. La combinazione delle tre canne può variare notevolmente dando luogo a diversi conzertus: contrappuntu, organu, viuda (vedova), fiorissau (fiorettaio), mediana e pipia (mediana e bambina).

  1. Burranca suona le launeddas dall’età di undici anni: all’epoca era uno strumento molto diffuso in tutta la Sardegna, tanto che c’erano almeno una decina di suonatori bravissimi che suonavano in piazza la domenica e durante le feste. “….Per tradizione si suonava nelle processioni, si suonava in chiesa. Era l’unico divertimento che c’era in Sardegna” (da un’intervista effettuata dalla R.A.I. a Dionigi Burranca).

 

THE MBIRA SERIES                                                                       ZIMBABWE

(Andrew Tracey, 224’)

1) MBIRA: LA TECNICA DELLA “MBIRA DZA VADZIMU”

Questo film introduce alla tecnica musicale della mbira dza vadzimu come viene suonata da Ephat Marjuru. Utilizzando l’animazione e l’immagine ferma, il film mostra alcuni elementi ritmici e armonici della musica. Diversi canti tradizionali illustrano i modi dell’improvvisazione, i diversi stili di suonare e la combinazione di due mbira che suonano insieme.

2) “MBIRA DZA VADZIMU”: RELIGIONE A LIVELLO FAMILIARE CON GWANZURA GWENZI.

Questo film racconta il retroscena religioso degli altri film della serie, esaminando la vita di Gwanzura Gwenzi, un uomo di quarant’anni. Lo vediamo a Harare dove lavora nei giorni infrasettimanali in contrasto con i suoi week-end che passa con la sua tribù. Là raggiunge i membri della sua famiglia per partecipare a una “bira” (invocazione degli spiriti), l’espressione principale del rituale religioso Shona. I partecipanti a questa riunione sono sua sorella, il medium della famiglia posseduto dallo spirito del nonno, membri della famiglia (viventi o deceduti) e diversi vicini.

3) “MBIRA DZA VADZIMU”: CERIMONIE URBANE E RURALI CON HAKUROTWI MUDHE.

Il film è un ritratto di Hakurotwi Mudhe, cantante e direttore di un gruppo professionale di suonatori di mbira e uno dei musicisti Shona più conosciuti di questa regione. Si tratta di un uomo molto religioso che vedremo in diverse situazioni: durante una riunione informale in città, durante un venerdì sera (“bira” o “nhando”), nel corso di un sacrificio e di una cerimonia funebre. (Ha partecipato con il suo gruppo, nell’ottobre 1983, alla rassegna Musica dei Popoli AFRICA MUSICA II a Firenze).

4) “MBIRA DZA VADZIMU”: BAMBATSOKO, UN ANTICO CENTRO DI CULTO, CON MUCHATERA E EPHAT MUJURU.

Muchatera Mujur era il capo di uno degli ultimi centri di culto tradizionale del paese Shona. Era un uomo religioso e preoccupato del declino della sua autorità nella Zimbabwe  in trasformazione. In questo film vengono descritti  diversi aspetti della sua vita e della vita dei suoi adepti. Nella cerimonia è presente un rituale di possessione nella grande casa “banya” e delle preghiere nella capanna “muturo”, nel mausoleo “rushanga” e un sacrificio.

5) MBIRA: MATEPE DZA MHONDORO -RITUALE DI GUARIGIONE.

Questa rappresentazione di un rituale di guarigione fornisce l’occasione di ascoltare due canti completi eseguiti con un altro tipo di mbira, la “Matepe dza Mhondoro” (le note profonde dello spirito del leone). Il famoso suonatore di matepe, Sani Murira, dirige un gruppo di quattro musicisti . Due medium ballano sulla musica delle mbira, delle raganelle, dei tamburi e dei canti, prima e dopo le cure prestate ad un malato.

6) MBIRA: NJARI, CANTI KARANGA IN CERIMONIE CRISTIANE CON SIMON MASHOKO.

Magwenyambira Simon Mashoko è un cattolico della campagna e suonatore della mbira njari. Prima della sua conversione al cristianesimo suonava le musiche tradizionali di mbira per gli spiriti degli shave. Oggi egli ha adattata la mbira all’uso nella chiesa cattolica. Lo vediamo partecipare a delle serate da ballo, a degli incontri di catechismo e a servizi religiosi domenicali che si celebrano in casa sua.

 

BLACK INDIANS OF NEW ORLEANS                              Louisiana – U.S.A.

Gli indiani neri di New Orleans (M. M. Martinez, 1976, 33’)

Il film presenta gli “Indiani Neri” di New Orleans, più conosciuti sotto il nome “Indiani del Martedì Grasso”. La fusione della cultura africana con la cultura indiana dell’America settentrionale, mantenuta nel corso delle generazioni della tradizione orale, ha prodotto importanti espressioni artistiche.

Dal punto di vista storico-sociale, il film descrive l’evoluzione delle tradizioni culturali degli Indiani Neri. la prima parte presenta la musica, la danza, i riti e la preparazione dei costumi. La seconda parte segue gli Indiani Neri il giorno di Martedì Grasso, dall’alba al tramonto.

 

ROMANY TRAIL*                                                   NORD AFRICA-BALCANI

Sulle orme degli tzigani (Jeremy Marre, 1981, 100’)

Prima parte:

Partendo da una fiera di cavalli zingari dell’Inghilterra settentrionale, il film cerca di ritrovare le radici del popolo tzigano attraverso la sua musica. Nel Rajasthan (India settentrionale) esistono ancora delle tribù nomadi di musicisti, acrobati e saltimbanchi che si esibiscono sia nell’ambito della loro comunità, sia in pubblico e per i Maharajà. E’ da questa regione che, secoli fa, gli tzigani hanno iniziato il loro viaggio verso occidente per intrattenere con le loro arti i principi persiani. Dalla Persia, sono passati all’Egitto dove troviamo, lungo il corso del Nilo, delle “tribù sperdute” che parlano ancora la loro lingua originale. Sono tenuti in alta stima per i loro canti e per le loro danze, ma vengono tutt’oggi considerati dalla comunità egiziana degli “estranei”. Di famiglia in famiglia, da Luxor al Cairo, troviamo musicisti, chiaroveggenti, prestigiatori e cantanti che interpretano anche le grandi epopee arabe.

Generalmente si ritiene che gli tzigani siano arrivati in Europa attraversando il Mediterraneo dal nord Africa alla Spagna. Per questo il film prosegue con riprese fatte a Cadiz e a Granada dove gli tzigani vivono nelle grotte e nei sotterranei dell’Alhambra fin dal 15° secolo. Molti dei migliori cantanti, ballerini e chitarristi di flamenco sono di origine tzigana. La musica è per loro una forza vitale che racconta la loro storia e le loro sofferenze. Dalla Spagna il film li segue nel corso del loro peregrinaggio annuale nella Camargue dove viene venerata la Madonna Nera “Kali”, che simbolicamente rilega tutti gli tzigani alla loro terra d’origine in India.

Seconda parte:

Dai tempi delle loro misere abitazioni nel nord dell’India, le tribù tzigane non hanno mai cessato la loro emigrazione verso l’Europa attraversando l’Afganistan e la Turchia. Molti continuano le loro antiche attività di ammaestratori di orsi, di artigiani ambulanti e di musicisti. Nella repubblica macedone della Jugoslavia esiste ancora una grande comunità di tzigani che ha conservato i costumi, i riti e le musiche della tradizione indiana. Altri sono migrati verso la Transilvania dove troviamo delle scuole ungheresi per bambini tzigani e una messa cattolica celebrata nella loro lingua.

La vita degli tzigani europei è molto difficile. Spesso lavoratori precari, sempre in migrazione, essi cercano di proteggere la ricchezza della loro cultura attraverso la musica e il mito. Questo aspetto viene evidenziato da sequenze girate in alberghi per lavoratori e in bar. Il film si conclude con un Congresso mondiale Tzigano. In questa occasione essi si riuniscono, arrivando da tutte le parti del mondo per celebrare la loro cultura e la loro storia.

 

NDANDO YAWUSIWANA                                                              MOZAMBICO

(Gei Zantzinger, 1981, 18’)

Secondo la tradizione, una tribù Chopi del Mozambico meridionale riunisce le sue orchestre di xilofoni per eseguire un dramma danzato chiamato mgodo. Talvolta però si svolgono anche delle riunioni meno formali in memoria di un parente defunto o di un membro della comunità che sia particolarmente distinto, sia in senso positivo che in senso negativo.

I Chopi credono che interpretando il canto preferito da un antenato si possa stabilire un contatto tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti. In questo film si cerca di stabilire un contatto con la defunta sorella del compositore Venancio Mbande, conosciuta come dedita a pratiche magiche.

 

KAMA WOSI. Music in the Trobriand Islands*       PAPUASIA NUOVA GUINEA

(Les McLaren, 1980, 48’)

Il film è stato girato nella più vasta delle Isole Trobriand, in Papuasia (Nuova Guinea). Il filo conduttore è fornito dai testi dei canti che sono collegati alle attività del villaggio, alle idee e alle credenze degli abitanti di queste isole. Ci sono vari tipi di canti per la fertilità, per il raccolto, ecc. Un indigeno spiega il calendario agricolo che viene stabilito in riferimento alla posizione delle stelle.

Altri canti parlano di amore e di seduzione, mentre altri ancora raccontano le avventure marine del famoso poema tradizionale “Kula”. Inoltre, ci sono i canti che riguardano le credenze degli abitanti delle Isole Trobriand che esprimono, più in particolare, il loro atteggiamento nei confronti della morte e della vita dopo la morte. Gli isolani credono nel “Demwana”, un universo pieno di felicità, situato fuori dal mondo, dove lo spirito si reca dopo la morte. Certe persone, appartenenti al mondo dei vivi, possiedono il potere magico di recarsi nel “Damwana” e al loro ritorno portano canti e danze che hanno appreso dai loro antenati defunti.

Il film si conclude con canti e immagini che si riferiscono a questo concetto e con l’esecuzione di una danza “Bwetayobu” che sarebbe stata riportata dal “Demwana”.

Come strumenti musicali sono presenti un insieme di percussioni che accompagna le danze, delle conchiglie, un flauto di pan, un tipo di flauto a becco, un fischietto e un flauto costruito da un ramo di albero “PawPaw” (Papao), utilizzato dai giovani per chiamare le loro innamorate.

 

CAJUN VISITS*                                                                   Louisiana – U.S.A.

Visite Cajun (Yasha Aginsky, 1982, 29’)

Girato Tra i Cajun della campagna del sud-ovest della Lousiana, il film introduce sei maestri della musica cajun: Dennis McGee, Wallace “Chease” Read, Canray Fontenot, Lèopold François, Robert jardell e Dewey Balfa. Essi eseguono canti tradizionali e parlano della loro musica, della loro vita, del loro lavoro e del paese cajun. La diversità d’origine etnica dei cajun è grande ma la lingua francese resta il legame tra questa gente, così diversa di classe sociale, di colore e di età. Seguendo il film è possibile capire molte cose sul passato e sull’avvenire di questa cultura francofona americana.

 

LE BLUES DES BALFA*                                                     Louisiana – U.S.A.

Il blues dei Balfa (Yasha Aginsky, 1982, 21’)

I fratelli Balfa sono i musicisti cajun più conosciuti nel sud della Lousiana. Sono stati loro a perpetuare, con i loro concerti e i loro dischi, questa cultura orale. Rodney e Will Balfa sono morti in un incidente d’auto durante le riprese di questo film. Dewey Balfa rievoca il ruolo che lui e i suoi fratelli hanno avuto nella musica  cajun e l’importanza di questa tradizione musicale nella vita quotidiana. Dewey Balfa continua l’opera di diffusione della cultura cajun presentando la sua musica agli allievi delle scuole nel sud-ovest della Lousiana e suonando durante le feste popolari con altri musicisti. Insieme ai fratelli Balfa vedremo Allie Young, Nathan Abshire, Rockin Dopsie, Raymond François e i Cajun Playboys.

 

MUSIQUES DE CENTRAFRIQUE*                        REP. CENTROAFRICANA

Musiques de la savane et de la foret (Vincent Dehoux, Jean Francois Schiano, 1983, 52’)

Questo film vuole innanzitutto testimoniare la vitalità sempre presente nella musica tradizionale centroafricana. Lo scopo non è stato quello di ricercare “l’eccezionalità” di alcune modalità d’esecuzione (sottoponendole ad analisi sofisticate), ma quello di presentare le differenti situazioni musicali così come si producono abitualmente. Si potrà così constatare qual è la pratica tuttora corrente.

Bisogna anche rendersi conto della sorprendente diversità delle musiche centroafricane. Rappresentarle tutte sarebbe stato impossibile. Nondimeno, quelle preposte in questo film tengono conto dei fattori più importanti, e cioè:

– la varietà degli strumenti musicali, dai più diffusi (xilofono, sanza, arpa) a quelli caratteristici di una etnia (orchestre di trombe banda, arco musicale ngbaka);

– i differenti modi impiegati: musiche collettive (presso i Banda e i Pigmei), formazione più ristrette (ad esempio dei Gbaya), musiche strettamente individuali (l’esecuzione con l’arco musicale presso i Ngbaka).

Questa differenza di espressione musicale non è dovuta solamente a tradizioni culturali diverse. In una stessa popolazione – perfino nello stesso viaggio- lo stile musicale resta, malgrado tutto, strettamente legato alla personalità dell’interprete. Testimonianza di ciò, sono le tre sequenze di musica Gbaya per sanza: raccolte in un raggio di soli pochi chilometri e a qualche giorno di distanza, dimostrano l’elasticità e l’apertura di questo repertorio musicale, sempre capace di modellarsi in funzione delle situazioni. Per finire, non si può dimenticare che questa diversità persiste, malgrado le migrazioni effettuate da questa gente nel corso del tempo. Non è raro incontrare, a qualche chilometro di distanza, due musiche completamente differenti. E’ il caso dei Pigmei e dei Ngbaka, lungamente legati da relazioni economiche: non per questo le loro musiche sono più vicine l’una all’altra.

Infine, queste musiche riflettono molto chiaramente l’ambiente naturale in cui si sviluppano; sono inquadrate perfettamente nel loro ambiente naturale ed è così che si vedono: dalle città animate e rumorose di Bangui e di Bambari ai villaggi che si snodano lungo la savana (Banda a Est, Gbaya a Ovest) per terminare sotto la volta della foresta equatoriale (a Sud) con i Ngbaka e i Pigmei.

 

TAILLER LE BAMBOU*                                                    ISOLE SALOMON

Tagliare il bambù (Hugo Zemp, 1979, 35’)

La fabbricazione dei flauti di pan presso gli Arè-arè di Malaita, filmata alle Isole Salomon tra il 1975 e il 1977. Gli Arè-arè conoscono moltissimi tipi di insieme di flauti di pan, che si distinguono tra loro per differenti scale musicali. Il film mostra la fabbricazione e l’accordatura di alcuni flauti appartenenti a due di questi insiemi.

 

THE YABUDURUWA CEREMONY                                                AUSTRALIA

La cerimonia «Yaburuduwa» (R. Adamson, A.P. Elkin, 1965, 49’)

I protagonisti di questo film appartengono alla tribù Nunggubuyu che vive a sud-est del territorio Arahen, vicino al fiume Roper. Nel 1965 la tribù si riunì per compiere uno dei suoi rituali religiosi, un “Yabuduruwa”. “Yabuduruwa” è il rito finale d’inumazione di una persona morta, dopo la quale la sua anima ritorna al mondo dello spirito.

 

RENCONTRE                                                                                               BALI

Incontro (N.Bachatin, J.F. Bizot, 26’)

Il film è costituito dalle seguenti parti:

– presentazione degli strumenti che compongono l’orchestra balinese (Gamelan);

– preparazione dei danzatori, circondati dagli abitanti del villaggio;

– prima danza, interpretata da un solo uomo, “Terune”;

– lezione di danza: nella piazza del villaggio il maestro di ballo impartisce lezioni di danza;

– Seconda danza “Oleg”, interpretata da due giovani donne.

Le danze sono accompagnate dall’orchestra di Djagaradja (Bali), diretta da Gede Manick, compositore di questa musica, ideata appositamente per il mondo occidentale. Comunque non si tratta di ricostruzioni di danze mistico-rituali, ricreate da cineasti occidentali (e perciò impoverite e spogliate dal loro senso profondo, dal momento che manca nella tradizione balinese il concetto di spettacolo), ma di una autentica composizione su radici rigorosamente tradizionali di un musicista balinese che ha pensato di creare delle danze, grazie alle quali fosse possibile comunicarci la bellezza dello spirito balinese.

 

MUSICA DEGLI ESCHIMESI (SERIE ESKIMO)              GROENLANDIA

(Jensen, Bang, Olsen, 1976, 28’)

CANTI GUERRIERI CON I RITMI DI TAMBURO

Trommel streitgesange (8’)

Un eschimese canta due canti ritmanti col tamburo. Si tratti di canti guerrieri con uno specifico ritmo. Sempre cantando e battendo il tamburo l’uomo danza flettendo ritmicamente le ginocchia. Le smorfie e le grida sono un modo tradizionale di provocare l’avversario. Il secondo canto racconta di una gara canora tra due uccelli, accompagnato dal ritmo del tamburo.

CANTI DELLE DONNE CON RITMI DI TAMBURO

Trommel-Gesange der Frauen (9’)

Il primo dei due canti mostra il modo in cui le donne suonano il tamburo che è tenuto davanti al petto e di volta in volta allontanato e avvicinato secondo il ritmo del canto. Il canto viene eseguito in coro dall’auditorio. Il secondo, ritmato dal tamburo, è un canto guerriero. Obbedisce alle stesse regole di quello maschile ad eccezione del ritmo, che è quello femminile. Le donne indossano gli antichi costumi della festa.

CANTI RITMATI AL TAMBURO

Trommel-Gesange (11’)

Il primo canto parla di un uomo che ha ucciso un suo compagno. Il cantante ha alterato la voce introducendo nella bocca una piccola bacchetta. Egli teme che lo spirito della morte ricompaia per vendicarsi dell’assassinio, uccidendo l’omicida. Nel secondo canto, il cantante racconta d’essere a conoscenza di un piano per ucciderlo. Allora provoca il suo avversario sfidandolo ad una gara canora e sperando così di impedire la realizzazione del piano.

 

FABBRICAZIONE E MUSICA DI UNO XILOFONO         COSTA D’AVORIO

Serie: Baulé (Himmelheber, 1970, 13’)

Talvolta i Baulé si fabbricano uno xilofono primitivo per distrarsi durante il lavoro nelle piantagioni. Pezzi di tronco d’albero, tagliati longitudinalmente, vengono posti su rulli di legno. Si accorda lo strumento tagliando con precauzione le cortecce. Due musicisti si mettono uno di fronte all’altro ed eseguono parti differenti.

 

L’ARC MUSICAL NGBAKA*                                 REP. CENTRAFRICANA

L’arco musicale Ngbaka (Simha Arom, 1967, 9’)

L’arco musicale Ngbaka è per vocazione uno strumento rituale in via d’estinzione nell’Africa centrale. Il film descrive le varie fasi della sua fabbricazione. La tecnica d’esecuzione è particolarmente interessante per l’impiego della cavità orale del musicista come cassa di risonanza variabile di uno strumento monocorde.

 

LE BALAFON*                                                                                             NIGER

(Bernard Surugue, 1969, 18’)

Processo tradizionale di fabbricazione dello xilofono bambarà, il balafon. Durante una festa danzante in occasione di un matrimonio, lo xilofono viene usato insieme ad un’orchestra che conta tre percussioni ed alcuni cantanti.

 

SADATI AISSAWA                                                                          MAROCCO

Confessioni dei posseduti (Abdou Achouba, 1982, 60’)

La confraternita, o più esattamente l’Ordine Aissawa è un’entità mistico religiosa tra le più antiche del mondo musulmano. Prende il nome dallo sceicco Mohamed Ben Aissa. In Marocco, due discepoli dello sceicco Mohamed Ben Aissa, i sacerdoti Ahmad Dghoughi e Sidi Ali, fondarono una setta vicina agli Aissawa, chiamata la setta degli Ahmadsha. Questa setta, fedele ai principi spirituali del fondatore degli Aissawa, imposta i suoi riti su violenti atti fisici.

Primo rituale:

La festa, data ogni anno per commemorare lo sceicco Mohamed Ben Aissa viene celebrata nei primi giorni della nascita del profeta Mohammad. Si svolge nella città di Meknès in cui si trova il santuario del fondatore. La vigilia del primo giorno di festa vede riunirsi i capi e i rappresentanti dei vari ordini religiosi, nati dalla setta degli Aissawa, nel recinto del santuario dello sceicco.

Due tribù contadine, i Shim e i Mokhtar, aprono la cerimonia tradizionale della processione. Dietro a loro, i capi religiosi intonano un canto salmodico.

L’indomani ha luogo il grande rituale, che consiste in una sfilata di tutte le tribù adepte della confraternita. Ciascuna è preceduta dai discendenti dello sceicco che portano stendardi e gagliardetti. I musicisti chiudono il corteo.

Secondo rituale:

La vigilia del settimo giorno di questo rituale Aissawa ha inizio la cerimonia degli Ahmadsha. Questa si svolge in cima alla montagna dove si ergono, uno di fronte all’altro, i santuari dei due sacerdoti Ambad Dghoughi e Sidi Ali. Qui il rituale non ha l’aspetto cittadino della cerimonia di Meknènes. Il luogo deputato è una sorgente fangosa in cui convergono donne di tutte le età, dette “scrofe”, e uomini che si dichiarano “posseduti” da uno spirito femminile, conosciuto con il nome di Acida Bandisca, spirito di tolleranza, purezza e religiosità.

Nel corso del rito entrano in trance, infliggendosi colpi e ferite sotto l’influenza di questo spirito che li possiede.

 

SALSA! The Latin Music of Ne York & Puerto Rico *                      PORTORICO

Serie: Beats of the Heart (Jeremy Marre, 1979, 50’)

Il film inizia con riprese effettuate nel distretto “Lower East Side” di New York dove il “Re della Musica Latina”, Tito Puente, suona per il suo “popolo”.

I portoricani e la comunità spagnola di New York considerano la musica salsa la loro voce; la storia di questa musica rappresenta ancora una espressione di collera e l’affermazione della storia e della cultura degli afrocubani. Alcune persone cantano ancora in lingua Yoruba dell’Africa occidentale.

Gli immigranti hanno portato la loro musica nel Nord-America, principalmente a New York, dove si è evoluta verso uno stile nuovo. Scopriamo musicisti come Ray Barretto. Ruben Blades e la cantante cubana Celia Cruz. Vediamo anche il ruolo che la musica salsa svolge nella vita di milioni di americani di lingua spagnola, nelle scuole, nelle sale d’incisione, sui luoghi di lavoro. Si tratta della voce di un popolo immigrato, di una minorità in lotta. Per questa gente la musica salsa rappresenta l’ultimo legame culturale con il passato e contemporaneamente una nuova forza per la vita di oggi.

 

LE LUTH ET LA VIELE CHEZ LES TEDA DU TIBESTI                         CIAD

Il liuto e la viola dei Teda del Tibesti (M. Brandilly, 33’)

Il film è stato progettato allo scopo di dimostrare la fabbricazione del liuto e della viola in modo che le immagini costituiscano una guida sufficientemente chiara per l’insegnamento della costruzione e dell’uso di questi strumenti. Questo spiega, infatti, l’attenzione data ai dettagli della fabbricazione. Presso i Teda, durante il ritiro che segue alla circoncisione, i ragazzi ricevono per la prima volta un liuto keleli e imparano a suonarlo. L’accesso a questo strumento segna quindi la fine dell’infanzia e l’ingresso nel mondo degli adulti, come il rituale che ne è strettamente collegato. La viola (kiiki) viene ottenuta con una semplice modifica del liuto: sostituendo le corde di budello con corde di crine che vengono messe in vibrazione da un piccolo arco molto curvato. Generalmente si ritiene che questo strumento sia originario dai Daza, una popolazione vicina ai Teda. La sua importanza sociale è minore di quella del liuto keleli.

 

YENENDI di YANTALLA                                                                                 NIGER

(Jean Rouch, 1969, 20’)

Nel maggio 1969 a Yantalla alla periferia di Niamey, i sacerdoti invocano “Dongo” (il genio del tuono e della pioggia), per domandargli meno fulmini e più pioggia degli anni procedenti. Ma il genio stenta a venire. Sono stati filmati due giorni successivi: qui si tratta del primo.

Mostra un rito di possessione fallito, malgrado i considerevoli sforzi di sacerdoti e ballerini. La cerimonia passando dal sacro al profano, permette di capire i rapporti estremamente complessi che intercorrono fra musica e danza. Vi partecipano suonatori di tamburi a braccio, battitori di zucche, suonatori di violino (monocordo), cantanti e sacerdoti che recitano invocazioni e ciascuno assolve il suo ruolo senza tenere conto degli altri. In realtà sono i danzatori a dirigere l’orchestra.

La prima possessione di Angousa, cavalcatura abituale del genio del tuono a Niamey, fallisce. Fa del suo meglio per entrare in trance ma non ci riesce. Lo segue Hamidou, altro “cavallo” di Dongo, che sembra molto vicino allo stato di trance, ma che fallirà ugualmente.

Giovani donne si mettono a danzare, arriva la sera, ma l’atmosfera è molto propizia. Un ballerino improvvisa ,per divertimento, alcuni passi di danza nel corso dei quali prende per qualche istante la direzione dell’orchestra, con grande gioia del pubblico.

Malgrado l’insuccesso del rituale, tornano a casa contenti…..Riproveranno il giorno seguente.

 

NAMEKAS*                                                                       PAPUASIA-NUOVA GUINEA

Namekas: Music in Lake Chambri (Les McLaren, 1979, 53’)

Questo film presenta la musica degli abitanti di tre villaggi situati su un’isola del Lago Chambri, vicino al fiume Sepik, in Papuasia (Nuova Guinea) che parlano il Pondo.

La musica serve per invocare le differenti forze spirituali o gli spiriti dei parenti. Gli abitanti credono che questi si manifestino nei vari avvenimenti del mondo della natura e di quello sociale. Il film mostra flauti doppi (sacri), ensemble di flauti e tamburi a fessura e “voice masks” che possiedono virtù magico-religiose. Il detentore del sacro flauto doppio spiega l’uso di questo strumento per l’invocazione di un’abbondante pesca nel lago. Gli altri strumenti che vengono mostrati sono un tamburo a forma di clessidra, uno scacciapensieri di bambù, un flauto di pan che viene utilizzato per le lamentazioni e l’uso musicale di un pezzo di legno dell’albero del pane. Il tamburo a fessura serve anche a trasmettere messaggi. L’uso degli strumenti è alternato con canti (a volte rituali, altre volte profani) che rappresentano i vari stadi della vita. Ci sono canti di accoglienza, un canto che invoca un vento dell’Ovest di portare la fertilità, canti d’iniziazione, canti di guerrieri, canti funebri e una ninna nanna.

 

DEDANS LE SUD DE LA LOUISIANE                               (LOUISIANA) USA

Nel sud della Louisiana (Jean Pierre Brunea, 1972, 45’)

Il film è stato girato in Luisiana, nella regione Lafayette e intende mostrare, principalmente attraverso la musica, il modo di vivere e la cultura di una minoranza rurale francofona che consiste di circa un milione di persone. I cajun, discendenti dei primi francesi che si sono stabiliti in Acadia e nel Canada e che sono stati in seguito deportati dagli inglesi.

L’accento è stato messo sulla loro musica, melange originale di musica tradizionale francese , di country, di western e di blues.

Con i musicisti: Fratelli Balfa, Clifton Chenier, Nathan Abshire, Alphonse “Bois Sec” Ardoin, Canray Fontenot, Bee ed Ed Deshotel e Bee Fontenot….

 

 

III RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1985

 


MASCHERE DI FOGLIE                             ALTO VOLTA (BURKINA FASO)

Masques de Feuilles (Guy Le Moal, 1964, 37’)

Presso la Popolazione dei Bobo-Fing, in un villaggio dell’Alto Volta, sono state riprese alcune sequenze di vita quotidiana nel corso della stagione secca, con particolare attenzione per il ruolo svolto dalle maschere dei bambini nella vita religiosa della comunità.

Le sequenze presentate riguardano:

– la cerimonia annuale di apertura della stagione religiosa, con danze eseguite dagli adolescenti, di tipo individuale, e danze collettive, cui partecipa tutto il villaggio;

– l’inaugurazione della stagione di caccia, offerte e sacrifici;

– la fabbricazione di maschere nella foresta;

– danza delle maschere nel villaggio;

danza delle maschere costruite con fibre e corteccia;

– rituale di iniziazione dei giovani eseguiti da due maschere di foglie;

– riunione di tutte le maschere e danza collettiva;

– danza delle maschere di fibra e delle maschere scolpite;

– cerimonia religiosa dei bambini; simulazione di un combattimento, stati di trance attorno ad una radice interrata nella foresta, sacrificio di un pollo suddiviso in seguito tra i giovani iniziati;

– la stagione delle piogge si avvicina: preparazione del terreno e dissodamento collettivo del suolo.

 

LA GIGA DELL’ORSO                                                                    CANADA

La gigue de l’ours dansee par l’homme sauvage (Philippe Lavalette, 1979, 25’)

In una fattoria canadese, nella regione del Québec, due uomini danzano la giga dell’orso. Mimano l’uccisione, lo sventramento e la scuoiatura dell’animale per simbolizzare la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera. L’uccisione dell’orso è la morte simbolica dell’inverno. La sua resurrezione, l’inizio della primavera.

Nella mitologia medievale, l’orso porta la sua anima nel ventre e la libera defecando. Per ridargli la vita bisogna risoffiargli l’anima per dove è uscita. Quando l’orso rinasce, deve sbarazzarsi del suo vecchio pelo e mutarlo, così come la natura in primavera si scrolla di dosso la scorza invernale. Questa usanza esiste ancora nei carnevali dell’Europa Occidentale, in Giappone e in Siberia.

 

DANZA DELLE REGINE A PORTO NOVO*                                            BENIN

Danse des reines a Porto Novo (Gilbert Rouget, 1969, 30’)

Il re Alohento Gbéfa Tofa VII regnava su Porto Novo e la regione circostante da ventuno anni quando, nel 1969, è stata filmata la cerimonia della danza delle regine. Cerimonia officiata dalla decana Hunzunken per consacrare la giovane regina Husindé, legittimandola a ricoprire un particolare ruolo rituale. In una delle corti interne del palazzo reale, un pomeriggio, le regine dispongono i propri strumenti musicali in uno spazio appositamente riservato: le grandi campane di ferro il cui uso risale al diciassettesimo secolo, al tempo del capostipite della dinastia, Te Agbanlin (Antilope Rossa), i tamburi in terracotta e quelli a membrana. A sinistra stanno i quattro grandi tamburi che simbolizzano i quattro angoli del mondo su cui si estende l’autorità del Re: essi ritmeranno quattro danze rituali, danzate dalle regine ai quattro punti cardinali. Ciò avverrà solo l’indomani: intanto si fanno offerte di cibi e bevande ai genii protettori della dinastia reale, sotto lo sguardo attento di Hunzunken, la decana. Il giorno seguente, davanti al re e ai dignitari, le regine danzeranno la sequenza delle quattro danze rituali, accompagnate da un’orchestra femminile che utilizza per ciascuna danza strumenti differenti. Con il canto e la danza, le regine descrivono il mondo dei rituali di corte, i loro sentimenti verso il re, ricordano quelle regine che hanno pagato con la vita la loro infedeltà, rendono omaggio al re con l’abilità musicale che deriva loro da un ruolo di esecutrici strumentali inusuale nelle regioni dell’Africa dell’Ovest. Terminate le danze rituali, è la volta di quelle profane, che vengono esse pure cantate con strofe che glorificano la persona del re e la sua stirpe e deridendo nel contempo i suoi nemici.

Per permettere uno studio musicologico preciso si è utilizzato in questo film una tecnica di registrazione rallentata, in sincrono a mezza velocità..

 

I FIGLI DELLA DANZA*                                         REP. CENTRAFRICANA

Les Enfants de la Danse (Simha Arom e Geneviève Dournon-Taurelle, 1966, 11’)

Il film mostra le differenti fasi della cerimonia d’iniziazione che segna la fine del periodo di ritiro dei nuovi iniziati Bendélé: la loro uscita dal campo segreto, la consegna dei distintivi simbolici da parte dell’iniziatore e le principali danze specifiche eseguite in pubblico. Sui ritmi dei tamburi, le evoluzioni originali riuniscono varie modalità di espressione quali canto, danza e pantomima.

 

ABOU EL HAGGAG*                                                                                             EGITTO

Mawlid Abou El Haggag (Alain Bellod, 1981, 60’)

La moschea di Abou el Haggag, santo patrono di Luxor, l’antica Tebe, fu edificata nel 1245 sui resti del tempio di Amenophis III, per celebrare probabilmente la conquista definitiva della regione da parte del mondo islamico.

Le leggende raccontano che Abou el Haggag fu un maestro spirituale, discendente del Profeta, conosciuto per i suoi miracoli e i suoi discepoli affermano che la notte tra il 13 e il 14 del mese di chaaban, notte di luna piena, egli ascese al cielo per ricevere la conoscenza suprema.

Ogni anno, per tre giorni, si svolge a Luxor una grande festa, il Mawlid di Abou el Haggag, per commemorare questo evento. I catafalchi del maestro e dei suoi discendenti vengono portati in processione, a dorso di cammello, per le vie della città. Il corteo è seguito da barche trainate da una folla esultante di cantori e ballerini ed evoca certe feste dell’Egitto faraonico, quando il Dio veniva trasportato sulla sua barca sacra dal tempio di Karnak al tempio di Luxor.

 

BOURREES D’AUBRAC                                                                 FRANCIA

(Jean-Dominique Lajoux, 1964/5, 15’)

Danza tradizionale tra le più importanti del repertorio coreutico popolare delle regioni della Francia centrale, la bourrée è caratterizzata da una notevole varietà di moduli coreutici e musicali, la cui prima discriminante risiede nella localizzazione all’interno delle regioni situate nell’area di lingua occitana (Limousin, Auvergne, Haut-Agenais – bourrées a tre tempi).

Le bourrées presentate nel filmato, in tempo di 3/8, appartengono al repertorio dell’Aubrac, una zona dell’Auvergne, regione situata nella grande catena montagnosa del Massif Central. Questo tipo di bourrées. o borreias come vengono chiamate in lingua occitana, sono danze molto rapide, eseguite con un passo di base che consiste di tre appoggi alternati dei piedi sul terreno, cui corrisponde uno spostamento più lungo sul primo appoggio, e due brevi sui successivi. A ciascun passo di questo tipo corrisponde una battuta musicale. La struttura musicale della danza si sviluppa solitamente nell’arco di due fasi differenti A e B, della lunghezza di otto battute ciascuna, ripetute entrambe due volte (AA+BB), cui corrisponde dal punto di vista coreutico una sequenza di due differenti figurazioni in successione. Tale modulo viene ripetuto per un certo numero di volte. La bourrée viene eseguita contemporaneamente da più gruppi di danzatori, il cui numero può variare in rapporto alla tipologia coreutica della danza:

bourrées per due danzatori/disposizione frontale e movimento per linee laterali;

bourrées per quattro, otto o più danzatori/disposizione e movimento circolare nella prima parte, movimento circolare o incrocio o movimento laterale nella seconda;

bourrées planiéres e processionali con un numero indefinito di danzatori/disposizione su lunghe righe contrapposte oppure su file parallele.

Uomini e donne si ripartiscono solitamente in egual numero nei gruppi di danzatori. Nel filmato vengono presentate bourrées eseguite da due o da quattro danzatori.

 

LE BACUBER                                                                                              FRANCIA

(Jean-Dominique Lajoux, 1970/78, 18’)

La danza delle spade che appare nel film viene eseguita tradizionalmente a Pont-de-Cerviéres, in Savoia, in occasione della festa di San Rocco (16 agosto). Si tratta di una danza maschile i cui danzatori formano una catena tenendosi allacciati per le spade e, al suono di una melodia cantata, procedono eseguendo dei passi che ripetono sempre lo stesso modulo coreutico. Girando e incrociandosi senza mai lasciare le spade essi effettuano diverse figurazioni e intrecci. In questa danza, come in altre danze europee della stessa famiglia, la spada ha evidentemente perduto l’originario significato guerresco ed è diventata l’elemento che crea un collegamento fra i danzatori. Il film è stato realizzato con 2 cineprese, riprendendo da diverse angolazioni il palco su cui si svolgeva la danza. I passaggi più significativi, il modo di impugnare le spade ed altri elementi coreutici di particolare importanza vengono messi in evidenza mediante l’uso del fotogramma fisso e della sovraimpressione.

 

CANTI E DANZE ESCHIMESI                                           GROENLANDIA

Chant et Danses Esquimo du Groenland Oriental (Monique Gessain, 1977, 20’)

Filmato di danze eschimesi (ammassalimiut) eseguite da un gruppo di danzatori in passaggio a Parigi. Il film ci mostra duelli, ninne nanne e varie scene.

 

MUSICA PERSIANA                                                                                               IRAN

Musique Persane (Bernard Lortat-Jacob e Jean Dominique Lajoux, 1968,10’)

Documento di musica tradizionale persiana eseguita da un suonatore di santur e un suonatore di zarb. Il santur è un tipo di cetra da tavolo la cui cassa armonica ha una forma trapezoidale. Le 12 corde non vengono pizzicate ma percosse con degli appositi bastoncini. Lo zarb è un tamburo a calice tipico della tradizione musicale persiana.

 

L’IRLANDA O LA MEMORIA DI UN POPOLO                            IRLANDA

(Claude Flèouter e Robert Manthoulis, 1973, 52’)

Il film offre l’occasione di ascoltare nel corso di un viaggio attraverso l’Irlanda occidentale musiche e canti tradizionali registrati in varie occasioni: nei pub, nelle feste locali, nelle case e durante veri e propri spettacoli.

 

LA TERAPIA COREUTICO-MUSICALE DEL TARANTISMO                ITALIA

(Gianfranco Mingozzi, 1976, 30’)

Il film è tratto dalla serie televisiva “Sud e Magia” (in otto puntate) che propone l’itinerario visivo ricostruito da Gianfranco Mingozzi nei luoghi in cui Ernesto De Martino realizzò le sue ricerche su alcuni fenomeni appartenenti alla sfera culturale e magico-religiosa del Sud. Il documentario è dedicato alla terapia coreutico-musicale del tarantismo pugliese.

 

IL BALLO DELLE VEDOVE*                                                                    ITALIA

(Giuseppe Ferrara, 1963, 11’)

Ricostruzione di un rituale coreutico con finalità terapeutiche: il “ballo delle vedove” o “ballo dell’argia”. Si tratta di un fenomeno di possessione affine al tarantismo pugliese, i cui effetti deriverebbero, secondo la credenza popolare, dal morso della tarantola. Il primo esempio proviene dalla vallata del Tirso (Sardegna) e mostra la danza eseguita all’interno di una casa, da nove donne intorno ad un bambino. Nel secondo esempio, filmato in Alta Barbagia, la danza è eseguita da ventuno donne che danzano all’aperto, intorno ad un uomo.

 

LE DAMA D’AMBARA ou ENCHANTER LA MORT                               MALI

(Jean Rouch, 1974/81, 60’)

Nell’aprile del 1974, i Dogon della regione di Sangha, nella pianura di Bandiagara, celebrano le cerimonie funebri di Ambara Dolo, uno dei principali collaboratori dell’equipe di studio di Marcel Griaule fin dal 1931, e uno dei migliori conoscitori della filosofia Dogon.

L’anno seguente, la società di maschere di Sangha organizza una grande Dama, cerimonia in cui tutte le vecchie maschere vengono sostituite con le nuove. La stessa cerimonia era già stata osservata presso i Baulè, quarant’anni prima, da Marcel Griaule. Per alcune scene del film, durante la danza delle maschere, è stato usato il ralentì sincrono.

All’inizio del mondo gli uomini erano immortali ma Dio, donando loro la parola, vendette loro anche la morte. La volpe, inventando la prima maschera per la Dama di Dio, rivelò agli uomini meravigliosi riti funebri: allora la morte diventò contagiosa. Il primo antenato morto resuscita sotto forma di serpente, poi muore definitivamente. Anche gli uomini seguiranno lo stesso tragico destino. Dapprima il cadavere impuro viene sepolto in una caverna cimiteriale poi, sei mesi dopo, con i funerali, la sua anima errante è affidata al genio dell’acqua…Ma essa continua a vagabondare intorno alla sua casa e ben presto tutto il villaggio si riempie delle anime dei morti, talmente seducenti da trascinare con le loro anime dei vivi. Solo la Dama potrà mettere fine a questa razzia e così, affascinate dal grande gioco delle maschere, le anime dei defunti lasceranno il villaggio per ritornare al Manga, il paese della morte.

 

USANZE DI PENTECOSTE DEI KALUSHARI                              ROMANIA

(F. Simon, A. Giurchescu, 1969/72, 23’)

L’usanza di Pentecoste dei Kalushari è il risultato di una stratificazione di riti molto arcaici (iniziazione, propiziazione, fertilità e riti funebri) in cui l’elemento spettacolare va prendendo il sopravvento rispetto a quello rituale.

La festa ha inizio con il giuramento prestato dai partecipanti, si sviluppa per vari giorni durante i quali i Kalushari eseguono danze rituali nei cortili del paese in cambio di un’offerta in denaro, e si conclude con la “sepoltura” della bandiera che segna l’uscita dei Kalushari dalla sfera sacrale ed il ritorno alle attività di ogni giorno. I partecipanti attivi sono esclusivamente uomini, in un numero dispari che varia da 5 a 11. Ad essi si aggiungono i musicisti, il portabandiera ed il “mutul”, (un personaggio mascherato che indossa vesti femminili ed un fallo di cartone) che esegue le azioni rituali e anche brevi scene comiche.

Il film mostra le fasi iniziali del rito del Kalushari a Priseaca, un paese dell’Oltenia orientale. La danza dei Kalushari, pur seguendo uno schema rituale fisso, varia di volta in volta a seconda delle figure eseguite e delle scene comiche recitate dal “mutul”.

La variante praticata a Priseaca comprende tre tipi di danze. La prima è la danza dei Kalushari vera e propria. La seconda danza è la Balta, una variante della Sirba tradizionale e la terza è la Hora Calusului, una variante rituale della danza in cerchio alla quale possono partecipare gli spettatori. La struttura cinetica della danza dei Kalushari si basa su battute dei piedi sul terreno o dei talloni l’uno contro l’altro, passi incrociati, passi punta-tacco, giravolte, flessioni e movimenti delle braccia. I movimenti sono eseguiti in sincronia da tutti i danzatori in base ai comandi del capogruppo. Gli strumenti impiegati sono il violino e la cobza (tipo di liuto) o il salterio. La melodia è articolata in due o più sezioni, in ognuna delle quali si distingue una parte corrispondente al “giro” e una corrispondente al “giro” e una corrispondente al “movimento”.

 

DBYAR STON                                                                                                         NEPAL

(Corneille Jest, 1967, 17’)

La cerimonia Dbyar Ston si svolge ogni anno nel sesto mese lunare (il mese di luglio del nostro calendario) e consiste del rituale propiziatorio per il raccolto dell’orzo accompagnato da festeggiamenti per il ritorno della carovana degli yak dal Tibet dove il raccolto precedente è stato scambiato con carichi di sale e di lana.

Ai festeggiamenti, che durano 12 giorni, assistono anche tutti gli abitanti delle vallate circostanti ed alcuni mendicanti, e dre-dkar, che portano la maschera del diavolo bianco. Nel corso del film vengono mostrati l’arrivo della carovana degli yak, i preparativi per le cerimonie, l’addobbo del tempio. I religiosi dell’ordine rhum-ma-pa recitano le preghiere del testo, “l’unione dei tre preziosi” ed eseguono il rituale “homa”. Il Maestro dei Lama, accompagnato dall’orchestra, precede la processione che si dirige verso il tempio dove i monaci eseguono delle danze portando delle maschere. La maschera maschile (di colore azzurro) rappresenta una persona vivente, la maschera femminile (bianca) rappresenta uno scheletro. Tutti i Lama danzano attorno al diagramma magico (skyil-skor), preceduti dal Maestro, riconoscibile da una fascia bianca. La cerimonia si conclude con l’offerta dei prodotti sacri (grano e medicamenti) e con la benedizione.

 

SPRE-LO                                                                                                      NEPAL

(Corneille Jest, 1972, 45’)

La festa religiosa di Spre-Lo ha luogo ogni 12 anni: le cerimonie, che durano 18 giorni, sono consacrate alle divinità dei clan della popolazione tribale Thakali che vivono nell’alta valle della Kali Gandaki in Nepal.

 

MOANA OF THE SOUTH SEA (L’ultimo Eden)*                           Is. SAMOA

(Robert J. Flaherty, 1926, 90’)

In una radura della giungla, alta sopra il mare, un gruppo di uomini e donne raccoglie radici di taro e foglie di gelso. Prima di andarsene, Lupegna, Moana e Pe’a preparano una trappola per cinghiali. Poi si avviano verso il loro villaggio, sulla spiaggia. Lupenga, Moana e Pe’a ritornano nella radura per controllare la trappola e scoprono di aver catturato un grosso cinghiale. L’animale cerca di liberarsi ma dopo una lotta essi riescono a bloccarlo e a legarlo. Lo portano in trionfo alle loro donne. Scene di pesca in canoa. Lupegna e Pe’a nuotano sott’acqua e fiocinano un pesce. Intanto Fa’angase strappa foglie di pandano e raccoglie nell’acqua ostriche giganti. Moana arriva con la canoa per aiutarla con il cesto. Fa’angase sale sulla canoa e insieme pagaiano verso il villaggio.

Fabbricazione del “Siapo”: Tu’ungaita strappa e pesta la corteccia del gelso per fare un gonnellino. Fa’angase l’aiuta a mescolare la tinta e a dipingere il disegno, poi si prova il nuovo abito.

Pe’a si arrampica su di un’altissima palma. Sulla cima stacca le noci di cocco e le lancia a Moana che sulla spiaggia gli grida degli incoraggiamenti. Quando Pe’a scende finalmente a terra è sorridente e orgogliosa della sua impresa.

Le grandi onde dell’Oceano Pacifico s’infrangono sul litorale roccioso spruzzando grandi getti d’acqua attraverso le fessure delle rocce. Gli uomini sulle canoe cercano di cavalcare le onde, ma rinunciano quando gli spruzzi li inondano.

Pe’a esamina attentamente una fessura negli scogli alla ricerca di un grosso gancio. Strofinando insieme dei bastoncini appicca il fuoco al guscio di una noce di cocco, cercando di affumicare il granchio per costringerlo ad uscire dal suo nascondiglio. Lupenga e Moana lo raggiungono ed egli mette in mostra la sua preda. Insieme poi si allontanano. Lupenga e Moana si tuffano nell’acqua dove Pe’a li aspetta sulla canoa. Moana poi si rituffa per inseguire una testuggine e Pe’a si unisce a lui nel mare. Insieme lottano con la tartaruga e stanno quasi per lasciarsela sfuggire quando Lupenga arriva in loro aiuto. La caricano in barca. Remano fino al punto in cui li aspetta Fa’angase, curiosa di vedere cosa hanno catturato. Tutti ammirano il grosso animale e ci giocano insieme finchè Pe’a lo assicura con una corda fatta passare attraverso un foro che Lupenga ha praticato nel suo guscio. Fa’angase è seduta sul bordo della canoa, a pelo d’acqua. Sta rosicchiando un argenteo pesciolino vivo. Moana gioca con lei nell’acqua poco profonda, cercando di rubarle un boccone di pesce.

Dai tetti di paglia delle capanne si alza il fumo dei cibi che stanno cuocendo sulle pietre roventi e che verranno consumati durante la festa. Pe’a copre l’umu (forno) con spessi strati di foglie di banano. In questo modo il cibo cuocerà a lungo e lentamente. Al tramonto: Fa’angase sta odornando Moana con ghirlande e gli unge il corpo in preparzione della danza “siva”. Moana si allaccia un brcciale alla caviglia ed accenna qualche movimento della danza. fa’angase si unisce a lui e insieme, come per gioco, provano la danza che balleranno durante la cerimonia. Lupenga scandisce il tempo battendo su una stuoia arrotolata. L’atmosfera è serena ed allegra.

Ogni cosa che avete visto –

la raccolta del cibo, il gioco, i preparativi

della festa,

la danza – è stata tutta una preparazione…

preparazione di un grande evento.

 

Lupenga soffia in una bottiglia per annunciare il tatuaggio di Moana. Gli uomini del villaggio eseguono la danza cerimoniale dei coltelli. Dentro la capanna Fa’angase dispone le stuoie per il Tatuatore. La famiglia di Moana osserva attentamente il modo in cui il vecchio capo Tu’ufunga esegue il tatuaggio su Moana. All’esterno, i danzatori lanciano grida di incoraggiamento e la strega del villaggio accende il suo fuoco, si batte con forza le ginocchia e borbotta formule magiche per esorcizzare i diavoli..

Preparazione rituale del “kava”, bevanda cerimoniale che verrà servita nelle tazze ai capi del villaggio. Prima di berla essi fanno discorsi di ringraziamento e versano una libagione agli dei.

Fa’angase prepara la sua acconciatura per la danza nuziale. Lei e Moana, con le insegne regali, sfilano fra i capi che li festeggiano e danzano uno di fronte all’altra. Nella capanna Lupenga recita un canto genealogico mentre il giovane Pe’a giace addormentato accanto a lui. Tu’ ungaita copre il ragazzo con una coperta di foglie intrecciate. Dissolvenza incrociata sul campo lungo dell’isola circondata dal mare. Fine.

 

FLAMENCO GITANO*                                                                   SPAGNA

(A.M. Dauer, 1969/71, 20’)

Nel film appaiono cinque forme di flamenco gitano, a solo e a coppia, eseguite da alcuni membri del gruppo gitano “La Singla” in tournée in Germania. Le danze filmate sono nell’ordine: Soleares, Alegrias, Tanguillos, Tientos, Bulerias.

Il flamenco gitano, sviluppandosi nella sua forma originaria in Andalusia intorno ai centri di Siviglia, Cadice, e Granada, viene oggi suddiviso in due categorie: a) cante hondo (cante grande) tragico e sofferto, ricercato e di difficile esecuzione, a cui corrisponde il baile hondo (siguiriya, soleò, polo, ecc.), b) cante flamenco (cante chico), gioioso e spesso ironico, più ritmato e spontaneo, cui corrisponde il baile flamenco (farruca, bulerias, tientos, tangos, ecc.). Accanto alle forme classiche esistono poi cantes grandes e chicos collegati a circostanze particolari o originate da feste religiose o canti di lavoro.

Per quanto riguarda l’aspetto coreutico, il flamenco si basa essenzialmente su movimenti delle gambe e delle braccia eseguiti mantenendo il tronco in posizione rigida. Fondamentale è il battito ritmato dei piedi (taconeo), sottolineato dai movimenti sinuosi delle mani e delle braccia (brazada) che, assieme all’espressione intensa e sofferta del volto (rostro), accrescono la drammaticità della danza. La partecipazione del pubblico e dei suonatori è un altro elemento caratteristico del flamenco e viene espressa con grida di incitamento e con lo schioccare ritmato delle dita e il battere insistente delle mani.

 

BA DONG – I GENI DEI QUATTRO PALAZZI                              VIETNAM

Ba Dong Les Genies des 4 palais (Pierre J. Simon e Ida Simon-Barouh, 1967, 70’)

Ogni anno, in un villaggio del Sud-Ovest della Francia, dove è stanziata una comunità di vietnamiti rifugiati, si svolgono alcune cerimonie dentro la pagoda che è a un tempo il tempio del Budda e quello dei genii. I’Ba Dong sono a servizio dei genii a cui devono offrire, nel corso dell’anno, una o più cerimonie. Si assiste alla preparazione delle offerte (fiori, frutta, indumenti di carta) alla confezione dei vestiti dei geni e quindi al culto di possessione che si svolge nel tempio.

 

YEMEN – LE ALTURE DELL’ARABIA                                                     YEMEN

(Claude Fleouter e Robert Manthoulis, 1972, 52’)

Lo Yemen è costituito in gran parte da un altopiano cosparso da villaggi abitati da una popolazione araba di religione islamica. Il film propone la musica tradizionale, le danze e i canti di questa popolazione.

 

 

IV RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1986

 

 

 

THE LAND WHERE THE BLUES BEGAN*                                              U.S.A.

(Alan Lomax, 1985, 58’)

Questo film, considerato una delle pietre miliari nella storia del cinema documentario, mostra una comprensione profonda degli aspetti della cultura popolare nera nell’area del Mississippi. L’accento è posto particolarmente sulla musica tradizionale eseguita nelle diverse occasioni d’incontro della comunità, della quale scandisce il tempo sociale.

Il film mostra momenti di festa con picnic all’aperto accompagnati da musiche eseguite da strumenti a percussione e a fiato; canzoni di diversa forma e provenienza.

 

THE LONGEST TRAIL                                                                              U.S.A.

(Alan Lomax, 1979, 58’)

Il “Sentiero più lungo” è una metafora espressa in movimenti di danza su una delle avventure più grandi dell’umanità – la scoperta e il popolamento del Nuovo Mondo da parte degli antenati degli Indiani d’America di oggi. I risultati degli studi coreometrici di oggi, coincidono qui con le conclusioni dell’archeologia moderna che, basandosi sulla datazione tratta da esami scientifici e da studi linguistici comparativi, dimostra le origini siberiane degli indiani americani.

Quindicimila anni prima della scoperta dell’America da Colombo, tribù di nomadi artici si spostavano attraverso una lingua di terra che allora collegava ancora il continente americano con la Siberia.

Il “sentiero più lungo” ricostruisce questi spostamenti transcontinentali in un montaggio di filmati che percorre un itinerario dell’Alaska all’Argentina, sottolineando le analogie e le differenze tra le danze di più di 40 culture amerindie.

 

CHULAS FRONTERAS*                                                                 Texas – U.S.A.

(Les Blank, 1976, 58’)

“Chulas Fronteras” fornisce una magnifica introduzione ai più eccitanti musicisti della zona settentrionale al confine del Texas con il Messico (“Norteña”): Los Alegres de Teran, Lydiia Mendoza, Flaco Jimenez e altri. La musica e lo spirito della gente sono visti in concomitanza con la loro vita familiare e ripresi nella semplice gioia di rituali domestici – durante la preparazione del cibo e il pranzo, mentre si celebra un cinquantesimo anniversario di nozze, o ad una festa in cortile con gli amici. Al tempo stesso Blank non trascura le avversità, in particolare l’esperienza chicana dell’emigrazione di stato in stato per i lavori stagionali dei campi. Egli chiarisce il ruolo compensativo che ha la musica nelle loro vite, con la possibilità di esprimere anche il dolore collettivo. Musica, politica e vita sono intrecciate in questo film in un modo che è al tempo stesso affascinante e sconvolgente.

 

HOT PEPPER *                                                                     Louisiana – U.S.A.

(Les Blank, 1973, 54’)

“Hot Pepper” immerge profondamente lo spettatore nella musica di Clifton Chenier le cui fonti sono localizzate nelle periferie rurali e urbane della Louisiana. Il grande fisarmonicista francese mescola rock e blues nella sua originale versione della musica zydeco, una vibrante combinazione della musica francese cajun e di assonanze africane. Oltre alle immagini di Clifton che canta a squarciagola in sale affollate, il film avvolge con la sua musica le case della baia e le scorciatoie del paese (alcune delle più belle foto di Blank!), entra nelle strade e nelle case della sua gente. La innata saggezza popolare e la “jive”, molto amata da Blank, si ritrovano qui in larga profusione.

 

ALWAYS FOR PLEASURES*                                             Louisiana – U.S.A.

(Les Blank, 1978, 58’)

“Always for pleasure” è uno sguardo intenso sul martedì grasso e sulla miriade di tradizioni musicali che vengono celebrate annualmente a New Orleans, che pur essendo una città relativamente povera del Sud con una copertura turistica perfino trascurata, possiede qualcosa di estremamente vitale e intimamente conosciuto in relazione alla vita e alla morte, qualcosa che il mercato non può a lungo camuffare o alterare. New Orleans fa parte ormai della mitologia e possiede una risonanza unica fra le città americane. “Always for pleasure” amplifica questa risonanza. Il film ci conduce a un funerale dove una brass band intona un canto funebre sulla strada verso il cimitero, poi si disperde sulla via del ritorno. Ci porta alle sfilate del giorno prima di martedì grasso, del martedì grasso, e alla portata della classe lavoratrice bianca dei dintorni nel giorno di St. Patrick.

La seconda parte del film si focalizza sulle celebrazioni del martedì grasso nella comunità nera, particolarmente sul revival annuale della tradizione degli “Indiani Neri”, nella quale lavoratori della classe nera cercano di superarsi l’un l’altro nel ballo, nel parlare e specialmente nell’ostentazione di costumi indiani fatti a mano su disegni da loro stessi ideati.

Ma soprattutto, si percepisce un sottostante senso di continuità, di un legame organico col passato, che rende sia sereni che allegri, procurando piacere e responsabilità. “Così vorrei andarmene” – dice un giovane al funerale – “con una piccola band accanto a me e con i miei amici che si divertono. Ma io me ne vado ora e non posso aspettare fino a quando sarò nella terra, sepolto, per avere un po’ di gioia per le strade”.

 

DIZZY *                                                                                                        U.S.A.

(Les Blank, 1965, 20’)

“Dizzy”, il primo film musicale di Les Blank mette a fuoco la figura di Dizzy Gillespie, il quale insieme a Charlie Parker, Thelonius Monk e altri innestò la trasformazione del jazz in bop negli anni quaranta. Dizzy parla di musica con la sua famosa tromba.

 


V RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1987


 

DEL MERO CORAZON*                                                                Texas-USA

(Les Blank, Maureen Gosling, Chris Strachwitz e Guillermo Hernandez, 28’)

Il film è un viaggio lirico nel cuore della cultura chicana come si riflette nelle canzoni d’amore della tradizione musicale tex-mex (Texas e Messico settentrionale). Le canzoni d’amore rappresentano la poesia della vita quotidiana – poesia d’amore e di morte, di dolore e di cose buffe, di divertimenti e di sogni struggenti di desiderio. Queste “canzoni” viaggiano dagli incontri familiari ai ritrovi della comunità, dai territori di frontiera ai luoghi di lavoro dove la raza si ferma a vivere. Esse hanno circolato, sono cambiate e si sono trasformate in nuove canzoni – sempre cantate col cuore. Le stars di questo repertorio: Leo Gaza, Chavela Ortiz e Brown Express, Little Joe e La Famiglia, e tanti altri.

 

THE BLUES ACCORDING TO “LIGHTINING” HOPKINS*       Texas-USA

(Les Blank, 1969, 31’)

Dalle sue stesse parole e dalla sua musica si rileva l’ispirazione di Lightnin’ Hopkins per il blues. egli canta, suona in maniera sincopata, riflette ad alta voce. Suona il boogie-woogie a un barbecue all’aperto e a un rodeo; vi porta con sé a visitare la casa dove ha trascorso l’infanzia a Centerville nel Texas. Blank ha colto il blues di Lightnin nelle sue espressioni più tristi e profonde. Il film, con il contributo di questo simpatico bluesman, arriva al cuore stesso del Texas, ricordando i tempi duri della negritudine, così che riusciamo a capire perché la popolazione nera del Texas ami così tanto il proprio paese.

 

IN HEAVEN THERE IS NO BEER? *                                                         USA

(Les Blank e Maureen Gosling, 1984, 51’)

E’ una corsa gioiosa attraverso la danza, il cibo, la musica, l’amicizia e perfino la religione della polka. L’energia e lo spirito dirompente della sottocultura della polka sono resi con grande intensità in questo viaggio attraverso le celebrazioni polacco-americane che ci portano dal “Polkabration” di New London nel Connecticut, all’assemblea dell’International Polka Association, con una fermata lungo il percorso a Milwankee per una Messa in forma di polka.

 

DRY WOOD*                                                                                                USA

(Les Blank e Maureen Gosling, 1973, 37’)

In questo film protagonista è la musica di “Bois Sec” Ardoin, di suo figlio e di Canray Fontenot. Lo stile rurale, quello più antico, della musica cajun s’intreccia nel film con gli avvenimenti della vita delle famiglie Fontenot e Ardoin. I momenti più alti del film si ritrovano in uno sfrenato Martedì Grasso paesano, nel lavoro delle risaie, nel pasto di un «uomo solo» e nella festa per la macellazione del maiale, dal momento dell’uccisione fino alla confezione delle salsicce.

 

A WELL SPENT LIFE*                                                                               USA

(Les Blank, 1971, 44’)

Questo bellissimo ritratto di Mance Lipscomb e della sua musica è un tributo all’uomo considerato da molti uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi. Prima di essere “scoperto” Lipscomb viveva come bracciante, cercando di sopravvivere alle molte difficoltà di un sistema di vita che sfiorava la schiavitù. Sorprendentemente, anziché amareggiarlo questa vita lo ha reso più dolce. «Il mondo è fatto per tutti e quindi dobbiamo condividerlo» è una delle sue massime di vita.

 

LOUIE BLUIE                                                                                             USA

(Terry Zwigoff, 75’)

Terry Zwigoff è già da diversi anni collaboratore fisso della rivista satirica “Weirdo” di R. Crumb. Zwigoff e Crumb condividono una passione da collezionisti per la musica popolare di un tempo e in particolare per la musica nera rurale. Terry Zwigoff è un eccellente documentarista e cineasta. Crumb ha contribuito al suo primo film a soggetto “Louie Bluie” con un poster destinato a diventare un articolo per collezionisti.

Il protagonista Howard “Louie Bluie” Armstrong è uno dei furfanti più simpatici mai visti. Ora, all’età di 76 anni, con mandolino e violino insieme a Ted Bogan alla chitarra, suona negli ultimi stringbands neri. Fedeli alle loro radici meridionali, la loro musica è impregnata di blues. Ma questo è soltanto un punto di partenza. Come showmen per ogni occasione Armstrong e Bogan e vari amici ci servono jazz, country & western, polke, canti d’amore italiani, qualsiasi cosa volete e ogni nota che suonano è impregnata di una gioia irresistibile.

Louie Bluie non è un film qualsiasi sulla musica ma anche un bellissimo ritratto di una star, di un uomo eccezionale che stupisce sempre di più man mano che vengono rivelate la sua gioventù nel Tennesse e i suoi vari talenti. Armstrong infatti possiede un’eloquenza affascinante, suona diversi strumenti, dipinge, scrive diari dettagliatissimi, ha un debole per le donne e una testa piena di ricordi. Egli ha scritto anche un libro, mai pubblicato, che custodisce in un’apposita valigia e che s’intitola “L’ABC della pornografia”.

 

COSCRITTI*                                                                                               ITALIA

Riti di passaggio in alta Val dei Mocheni (Renato Morelli, 1986, 30’)

A Palù, nell’isola etnico-linguistica tedesca del Trentino centrale, i “coscritti” – ossia i giovani entrati nel diciottesimo anno di età – assumono un ruolo di animatori e di protagonisti in tutte le più importanti celebrazioni del ciclo dell’anno. Fra i più significativi fatti di questa civiltà sono da ricordare quelli della “stella”, il carnevale tradizionale e le processioni. Questo film segue i coscritti della leva del 1966.

 

LA STELLA DI FIEROZZO*                                                                                  ITALIA

Canti di questua natalizi in alta Val dei Mocheni (Renato Morelli, 1986, 20’)

A Fierozzo S. Felice, il rito della stella si svolge nei giorni di Capodanno e dell’Epifania. Il gruppo degli stellari è informale ed eterogeneo. La comitiva si forma spontaneamente, e il numero dei componenti può variare sensibilmente. I canti della stella a Fierozzo sono tre: il “Puer natus” in latino, “Orsù innalziamo un canto” e “Noi siamo i tre re” in italiano.

 

SANTI SPIRTI E RE*                                                                                              ITALIA

Tradizioni natalizie fra i Ladini di Fassa (Renato Morelli, 1982,30’)

Il film documenta alcune usanze natalizie ancora in funzione secondo modalità tradizionali: la visita dei tre Re Magi con il canto della stella, S. Nicolò, e la Pèsca tofègna. In Val di Fassa la rituale visita dei “Trei Rees”, che si svolge nel periodo da Natale all’Epifania, vede protagonisti i bambini che per l’occasione vestono costumi ricavati dall’abito femminile tradizionale. I Re Magi, portando una stella girevole di cartone e specchi, visitano case e alberghi eseguendo il tradizionale canto di questua e ricevendo in cambio doni. Usanza di Pèsca tofègna è la benedizione che, la vigilia dell’Epifania, accompagna la scrittura dei monogrammi dei Re Magi sulle porte di stalle e abitazioni, motivo di scongiuro contro le forze del male che nella dodicesima notte raggiungono il massimo della loro potenza.

 

APPUNTI PER UN FILM SUL JAZZ – (Gianni Amico)

WE INSIST, FREEDOM NOW SUITE – (Gianni Amico)

RAPSODIA IN NERO E BLU

 

 

VI RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1988

 


IL CANTO DEI FOLLI*                                                                              INDIA

Le chant des fous (Georges Luneau, 1979, 93’)

I Baul sono dei cantanti erranti che percorrono i villaggi del Bengala da secoli, esaltando le “vie dell’amore”. La parola Baul significa letteralmente “Folle”. Questi “folli di Dio” non seguono però nessuna dottrina, non predicano nessuna religione. Sono contrari a qualsiasi settarismo sociale o religioso; la loro parola d’ordine è la libertà di spirito. Culturalmente la loro tradizione è un incrocio di diverse correnti di pensiero della cultura del Bengala: il tantrismo, il sufismo, il culto della dea Kali e la devozione alla relazione d’amore tra Radha e Krishna. Anche se il Baul prende a prestito il pantheon degli déi e la terminologia mistica della religione indiana, per lui “il divino” è inerente all’uomo. Il mondo degli déi, del bene e del male, dell’astratto e del tangibile, rimandano tutti a una stessa energia vitale. La via è una e tutte le sue forme sono in iterazione le une con le altre. E’ dunque in lui stesso che il Baul cerca questa verità; questo “uccello sconosciuto”, il quid inafferrabile che canta qualche volta in noi e fa di noi “uomini di cuore”. Il film mostra diversi cantori durante le tappe del loro viaggio attraverso il Bengala, i loro incontri, le loro riunioni, fino al momento in cui ha luogo un festival che vede insieme molti di essi.

 

IL TEMPIO DI KONARAK                                                                         INDIA

Le Temple de Konarak (Georges Luneau, 1979, 26’)

Il Tempio del Sole di Konarak (Orissa) è probabilmente il tempio più famoso e il più visitato fra tutti i templi dell’India. Costruita nel XIII secolo e dedicato al Dio del Sole, Surya, il tempio costituisce un inno vibrante alla vita. E’ concepito come un carro che poggia su 24 ruote, tirato da sette cavalli di pietra. La fama del tempio è dovuta in parte alle numerose sculture erotiche che lo decorano: inno all’amore, ma anche simbolo dell’unione dell’anima con la divinità. Il sesso è estasi e l’estasi è Dio.

 

BENARES: ALLE SORGENTI DELLA MUSICA INDIANA                     INDIA

Benares: aux sources de la musique indienne (Georges Luneau, 1979,45’)

I Pellegrini del Raga

Benares è una delle città più rappresentative dell’antica India. Consacrata a Shiva, il danzatore cosmico, e a Sarasvati, la dea della musica, attraversata dal fiume Gange, Benares è una città dove le tradizioni della musica colta sono sempre state fiorenti. La città raccoglie i più grandi nomi della musica indiana: Ravi Shankar, Bismila Khan, Kishen Maharadj. Molti occidentali, interessati alla tradizione musicale dell’India del nord, si sono stabiliti a Benares per imparare la sottile arte del Raga, sotto la guida di diversi guru (maestri indiani) fra i quali un francese, Patrick Moutal. Alcuni vivono da più di dieci anni in questa città e stanno raggiungendo livelli da grande artista. Il film ci rende partecipi delle loro esperienze, fornendoci le motivazioni profonde che li hanno spinti a fare questa scelta.

 

MITHILA                                                                                                     INDIA

(Georges Luneau, 1974, 60’)

Mithila è uno dei più antichi ex-reami dell’India. Situato nell’India settentrionale, alla frontiera con il Nepal, fa parte del Bengala. Qui i villaggi conservano ancora le vecchie tradizioni. Il film narra la storia di una giovane ragazza di uno di questi villaggi. Gli operatori si sono preoccupati di non interferire nella vita della gente seguendo i ritmi lenti e le regole precise delle loro antiche tradizioni, cercando di cogliere i movimenti più semplici e più profondi. Tutto l’insieme ubbidisce a dei riti che hanno come finalità il tentativo di ricollegare l’essere umano alla divinità, “come l’albero unisce il cielo e la terra”. La colonna sonora consiste di ballate tradizionali cantate da Vidyapati nel dialetto locale.

 

 

CHRONIQUE D’UNE SAISON SECHE                                                      MALI

(Jean-Paul Colleyn, 1986, 40’)

  1. Le Tyi Wara

Primo film di una serie di quattro, prodotti per la trasmissione “Planète des hommes” dalla RTBF e Catherine de Clippel. Durante la stagione secca che va da novembre ad aprile, i Minyanka organizzano delle feste rituali. Queste cerimonie pubbliche scandiscono le stagioni, servono a propiziarsi gli déi e rappresentano anche dei momenti di festa collettiva.

Questo film riguarda un culto di origine bamana, famoso per le sue magnifiche sculture in legno: il Tyi Wara. Per i Minyanka questo culto commemora l’invenzione dell’agricoltura e valorizza la forza del lavoro umano. La forza della entità religiosa è rappresentata dai cimieri che i danzatori, vestiti di fibre vegetali, indossano per le cerimonie e che acquistano il carattere di oggetti sacri. La loro forma evoca chiaramente l’antilope, l’animale mitico che ha donato l’agricoltura agli uomini. Il culto è anche legato al serpente la cui testa, secondo il mito, servì come primo utensile agricolo agli eroi fondatori. I cerimonieri del culto preparano anche dei medicamenti per proteggere gli agricoltori dai morsi dei serpenti. Il culto del Tyi Wara è la sola manifestazione religiosa nella quale le donne non sono tenute in disparte. Il film riprende lo svolgimento della più grande cerimonia annuale che dura due giorni. Il rito inizia con una passeggiata sacra attraverso tutto il villaggio, con delle fermate in alcuni luoghi stabiliti dove viene simbolizzata l’unione primordiale del sole e della terra. Il cimitero maschile rappresenta il sole e quello femminile la terra. La loro unione che rende possibile l’agricoltura, fornisce l’archetipo di tutte le unioni possibili e in particolare quella dell’uomo e della donna. Il rito è anche l’occasione per fare una belle festa popolare, buffa e simpatica, con i suoi banchetti di carne e di birra di miglio.

 

II La qualité de la mort?

(Jean-Paul Colleyn, 1987, 46’)

I riti funebri suscitano alternativamente tristezza, per le arie patetiche dei canti, e allegria grazie alla presenza dei buffoni e della danza. La morte, lungi dall’essere negata, è parte integrante di questa cultura che organizza interno ad essa la comunicazione fra il mondo dei vivi da una parte e quello degli antenati e delle entità religiose dall’altra. Il tema della morte è presente nei giochi dei bambini dall’età di sette anni; alla fine della vita essa è il tema di riflessione privilegiato delle persone anziane.

La morte di una persona stimata dà luogo da parte della collettività a un vero rituale. Tutti i familiari del defunto si riuniscono per dirgli l’addio. Le figlie e le sorelle sposate che abitano in altri villaggi arrivano accompagnate dai musicisti, cariche di doni e di offerte. Se il defunto aveva raggiunto un’età veneranda, il funerale assume la forma di una festa che celebra il suo adempimento sociale. Ma la morte ha sempre una causa: l’infrazione di un divieto o l’azione malvagia di un nemico.

Nel secondo funerale filmato si trattava di una persona morta durante il giorno della festa dedicata a Nya, per cui viene attribuita a questa entità la responsabilità di questa morte. Durante la notte, mentre i cantanti e i musicisti recitano le lodi a Nya e al defunto, il posseduto ha una crisi violenta. Incarnando l’entità religiosa, scosso dai singhiozzi, egli piange sul corpo della persona morta rimproverandola di avere infranto un divieto e di averla obbligata a ucciderla. Questa scena non fa parte del teatro della crudeltà, ma è una forma di razionalizzazione della morte perché un buon Minyianka, fedele alla religione dei suoi antenati, non sarebbe morto senza una causa.

 

IV Possession

(Jean-Paul Colleyn, 1988, 54’)

 Nel Mali, dove l’Islam è presente da secoli, esistono ancora culti di possessione presso i Minyianka, dove Jean Paul Colleyn ha fatto delle ricerche etnografiche per conto del CNRS francese insieme ad altri due ricercatori belgi: Philippe Jespers e Danielle Jonckers.

Nei villaggi Minyanka (nel sud-est del Mali), durante le cerimonie a loro dedicata, le entità Nya e Nakon s’impadroniscono del corpo di certe persone, le sottomettono al loro volere e parlano tramite la loro bocca. Questo film, girato fra i posseduti, raccoglie le loro confidenze e ci invita ad assistere, grazie alla cinepresa di Manu Bonmariage, a uno di questi culti di possessione. Egli usa anche le diapositive del fotografo Christian Carez che aveva accompagnato Jean Paul Colleyn sul posto nel 1981 e aveva perso in questa avventura 9 chili di peso.

Normalmente è vietato parlare del fenomeno della possessione e nonostante il buon umore e la sincerità dei tre uomini che hanno accettato di spiegare quello che provano durante queste crisi, questo documento è da considerarsi una rarità. D’altro canto il film sulla festa di Nakon mostra che il rituale è allo stesso tempo spettacolo e che una relazione quasi organica lega la folla ai musicisti e ai posseduti. Il film permette anche di penetrare l’universo segreto della mitologia (è stata una iena che avrebbe dato questo culto agli uomini) e della stregoneria. Si tratta dunque di un rituale africano visto dall’interno con le sue danze e musiche, i buffoni e la discesa degli déi negli uomini per una breve visita.

 

MUSIQUE DU CENTRE AFRIQUE*                                 REP.CENTRAFRICANA

(Jean Francois Schiano, 52’)

Questo film sulla musica africana tenta di mostrare la diversità e la ricchezza delle tradizioni africane, troppo spesso ignorate dai “media” moderni. L’intenzione non è quella di ricercare l’eccezionalità di alcune modalità d’esecuzione, ma quello di presentare le differenti situazioni musicali così come si producono abitualmente. In tal modo ci si rende conto della sorprendente diversità delle musiche centroafricane e quelle proposte in questo film tengono conto dei fattori più importanti, cioè della varietà degli strumenti musicali e dei diversi modi d’impiego di questi strumenti (musica collettiva presso i Banda e i Pigmei, formazioni più ristrette presso i Gbaya e musica solistica presso i Ngbaka)

Questa differenza di espressione musicale non è dovuta solamente a tradizioni culturali diverse. In una stessa popolazione, persino nello stesso villaggio, lo stile musicale resta strettamente legato alla personalità dell’interprete. Testimonianza di ciò sono le tre sequenze di musica Gbaya per sanza, raccolte in un raggio di pochi chilometri e a pochi giorni di distanza. Questa diversità persiste malgrado le migrazioni effettuate da questa gente nel corso del tempo. Non è raro incontrare a qualche chilometro di distanza due musiche completamente differenti. E’ il caso dei Pigmei e dei Ngbaka, lungamente legati da relazioni economiche: non per questo le loro musiche sono più vicine l’una all’altra.

 

NOMAD’S LAND                                                                                         MALI

(Yves Billon, 1988, 26’)

Nonostante che le dimensioni fisiche del mondo non siano cambiate nel corso dei secoli, per i nomadi è sempre più difficile trovarvi un loro spazio vitale. Il film è stato girato nel cuore della VI regione, situata nel nord della Repubblica del Mali, dove da più di 200 anni le tribù dei Tuareg praticano il nomadismo nelle regioni attraversate dal Niger. Il film ruota attorno a personaggi ripresi nel loro ambiente reale presso i griot “wan tarat”. In particolare è stato ripreso il vecchio Atta Her al quale piace così tanto il latte cagliato che non può contemplare il paesaggio senza immaginarlo popolato di grandi animali con le corna o dromedari. D’altra parte, ora si accontenta di ascoltare il suono della bacchetta magica che gli fa tornare in mente i tempi lontani e felici visto che, come dice il canto Kel Rezaf, «bisogna soffrire e in bocca ho soltanto il sapore del mais…».

 

 

 

VII RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1989

 

 

TRANSES*                                                                                       MAROCCO

(Ahmed El Maanouni, 1981, 87’)

Negli anni Settanta, grazie a cinque “musicisti da strada” determinati a rompere con i pervadenti “languori occidentali”, il Marocco visse un’esplosione musicale che divenne l’espressione dei desideri, delle frustrazioni e della ribellione dei giovani. In “Transes” (o “Al Hal”), Ahmed El Maanouni traccia l’itinerario geografico e culturale di questo gruppo, Nass el Ghiwane, che nel 1974 perse uno dei suoi principali membri, Boujemaa, che morì all’età di 28 anni.

Attraverso le loro canzoni, il film tratta temi sociali tradizionali (il thé o il cambiamento, il fuoco o la sofferenza, l’acqua o la durezza dei cuori) oltre alle grandi questioni contemporanee (il tempo, la storia, l’ilarità, la speranza).

La trance, espressione popolare rituale e sacra tra gli Gnaoua di Essaouira, si trasforma in un delirio laico e moderno come si può vedere nei concerti pubblici di Carthage, Agadir e Parigi.

 

AITA*                                                                                               MAROCCO

(Izza Genini, 1988, 26’)

Interpretato dalle cheikates, le donne cantanti, la aita è il grido che diventa canto, il canto che diviene richiamo: un appello alla memoria, per testimoniare il dolore, per superare se stessi. Pellegrinaggio religioso e festa popolare allo stesso tempo, il moussem (mawsim) è il luogo ideale dello schiudersi dell’aita. Al moussem di Moulay Abdallah, Fatma Bent El Hocine, una delle cheikates più celebri del Marocco, insieme al suo gruppo Oulad Aguida, canta per i cavalieri, rievocando nella fantasia le ore gloriose della storia marocchina.

 

GNAOUAS*                                                                                     MAROCCO

(Izza Genini, 1990, 26’)

L’Africa Nera scorre nelle vene del Marocco. Giunti come schiavi dal Sudan Occidentale nel XV secolo, gli Gnawa si sono convertiti in Marocco all’islam. Le maggiori confraternite gnawa si trovano attualmente in Essaouira e a Marrakesh, e praticano ancora rituali di possessione ed esorcismo. Queste cerimonie sono accompagnate al basso da un grande liuto (hajhouj) dal suono di nacchere metalliche a forma di otto (qraqeb), dal rimbombo sordo dei tamburi (mlouk), come lo spirito buono che discende sul danzatore al momento della trance.

 

MALHOUNE*                                                                                              MAROCCO

(Izza Genini, 1989, 26’)

La malhun è la parola dialettale cantata. Patrimonio vivente della poesia popolare marocchina, si tramanda negli incontri di musica, che si svolgono regolarmente a Marrakesh e Meknes. Vicina alla poesia classica per la sua forza e i ritmi, la malhun è l’espressione millenaria della saggezza popolare, delle speranze dell’uomo, e specchio della sua realtà quotidiana.

Intervista al maestro Haj Hocein Toulali sull’origine, le regole e l’evoluzione dell’arte poetica Malun che descrive la vita quotidiana e i vari aspetti della società marocchina

 

I PASTORI HAMAR E I LORO CANTI                                          ETIOPIA

Hamar Herdsman and His Song (Ivo Strecker, 1987, 46’)

Scene di vita quotidiana presso gli Hamar allevatori di bestiame. Tre cantastorie accompagnano con i loro canti i preparativi delle danze cerimoniali e iniziatiche

 

N/UM TCHAI, DANZE DEI BOSCIMANI KUNG*                        NAMIBIA

N/um Tchai: the Cerimonial Dance of the Kung Bushmen. Serie: From the San

(John Marshall, gir. 1957, pubb. 1969, 20’)

 Tchai è la parola usata dai !Kung per descrivere l’atto di cantare e danzare; n/um può essere tradotto come medicina o la potenza soprannaturale. I !Kung si radunano spesso per le danze terapeutiche, solitamente di notte, e talvolta tali danze proseguono fino all’alba. Le donne siedono a terra, cantando accompagnandosi con il battimani e talvolta ballando circolarmente, mentre gli uomini le circondano, cantando e battendo ritmicamente i piedi sul suolo. I canti sono privi di parole ma intitolati: “pioggia”, “sole”, “miele”, “giraffa” e altre “cose forti”. La forza dei canti sta nel loro n/um o medicina, considerata un dono del grande dio. Il n/um è anche nel fuoco, e ancor più nei “possessori della medicina”, o guaritori. La maggior parte degli uomini !Kung praticano come guaritori ad un certo punto della loro vita, e in questo film è possibile vedere parecchi uomini in vari stati di trance. Una leggera trance aumenta gradualmente, appena la medicina diventa “calda”, e talvolta alcuni uomini si mettono a urlare e a girare intorno, cadendo sui carboni ardenti, ed entrano nello stato che i !Kung chiamano “semi-morte”.

 

ALGERIA*                                                                                       ALGERIA

Serie: Under African Skies (Mark Kidel, 1989, 58’)

Il rai, la musica non ufficiale dei giovani algerini, riflette le frustrazioni di giovani uomini e donne, stretti tra le tradizioni ataviche e le restrizioni di una società islamica e le attrattive del mondo moderno. Questo film getta uno sguardo sulla musica e la gente di Orano, la città più occidentalizzata dell’Algeria e luogo di nascita del rai. Tra i protagonisti di questo genere musicale compaiono: Cheb Khaled, Cheb Mami, Chaba Fadela, Cheb Sahraoui, Cheb Tahar, Cheb Abdelhak, Messaoud Bellemou.

 

DAL PROFONDO DEL CUORE                                          NIGER/NIGERIA

Deep Hearts (Robert Gardner, 1979, 53’)

Danze cerimoniali dei Peul Wodaabe. Le donne del villaggio eleggono il danzatore che più incarna l’ideale di bellezza dei Wodaabe

 

DOUDOU N’DIAYE ROSE. Chef tambour major*                          SENEGAL

(Jean Pierre Janssen, 1986, 52’)

Santone della percussione senegalese, Doudou N’Diaye Rose è nato a Dakar nel 1930. Affascinato fin da piccolo dai tamburi, per seguire la sua passione ha dovuto sfidare per anni una dura opposizione familiare. La sua determinazione è stata ripagata da una carriere brillante e ricca di riconoscimenti ufficiali, nel corso della quale ha avuto una parte di rilievo nell’attività del Tréatre des Nations e dei Balletti del Senegal, ha collaborato con Mudra-Afrique e fondato la prima scuola di percussioni di Dakar. Oggi, preso a riferimento da molti musicisti (per esempio da gruppi come Toure Kunda e Xalam) della generazione che dal suo paese è recentemente arrivata ad imporsi sulla scena internazionale, Doudou N’Diaye Rose è quasi un’istituzione: a lui il Senegal deve l’inno nazionale, la sigla del notiziario dell’unica rete televisiva, l’«africanizzazione» delle majorettes voluta dopo l’indipendenza dal presidente Senghor. Ma Doudou N’Diaye Rose è anche una personalità sintomatica delle contraddizioni e dell’impasto di vecchio e nuovo che caratterizzano l’Africa odierna: c’è chi ha provato a classificarlo come «poligamo femminista». Musulmano, tre mogli, circa trentacinque figli, Doudou N’Diaye Rose ha infatti rotto con la tradizione che affidava esclusivamente all’uomo l’uso del tamburo: nella sua formazione di sole percussioni, che può arrivare a contare fino a cento strumentisti, compaiono svariate figlie e nuore. Convinto dell’origine soprannaturale del tamburo, del suo carattere sacro e dei suoi terribili poteri, da oltre vent’anni Doudou N’Diaye Rose conduce attraverso il Senegal un intenso lavoro di registrazione e documentazione fotografica, inventariando strumenti, ritmi e differenti modi della percussione, per scongiurare la dispersione di uno straordinario patrimonio: «al giorno d’oggi – commenta – i percussionisti non sanno più quello che suonano: possono far danzare su un ritmo destinato ad accompagnare all’esecuzione un condannato a morte». Dalla cerimonia del tatuaggio al combattimento dei lottatori, Doudou N’Diaye Rose, chef tambour mayor, programmato dal canale televisivo francese FR3 nel 1986, segue il maestro senegalese nella vita quotidiana di Dakar, per concludersi con le immagini dell’esibizione al Festival del jazz di Nancy del 1985, sua prima apparizione europea.

 

PAPA WEMBA. Chef coutumier de la rumba rock                                      ZAIRE

(Yvan Guypen e Michel Delire, 1987, 48’)

Documentario su Papa Wemba, cioè Shungu Wembiado, la star della nouvelle vague musicale di Kinshasa, ex Zaiko Langa Langa, poi fondatore di Isifi Lokole nel ‘70, di Yoka Lokole e nel ‘74, di Viva la Musica. Papa Wemba (papà di 14 figli, «legittimi» aggiunge) è una specie di arbiter elegantiarum della capitale, innamorato della moda italiana e francese non esita a insistere nei testi delle sue canzoni omaggi (o vere e proprie sponsorizzazioni?) a Valentino e Coveri, Venturi e Cerruti, Ferré e Girbaud, Vutton e Mantino. Il film comprende una dozzina di canzoni, interviste a Papa Wemba, al suo produttore, ai suoi fans, una capatina nei principali locali notturni e discoteche, la descrizione del quartiere popolare, del ghetto nel quale Papa Wemba è nato e tuttora vive e qualche flash sugli altri cantanti dell’onda zairese (come l’Orchestra Afro Internazionale di Mimi Pey), e le prove del suo gruppo. Immancabile la visita all’emporio Valentino di Kinshasa. Il suo look, l’Ungaru si ispira alla moda anni Trenta rivisitata, il suo slang è un misto di Lingala (il dialetto del posto) più frasi inglesi, francesi, italiane. Il suo regno è il quartiere di Molokai. Ha fondato il club dei Sapeurs (Société des Ambianceurs et des Personnes Elégantes) che ammette solo chi si veste Armani, Cardin e Jimmy Weston. E’ chiamato anche «Jeun Premier». Papa Wemba ha anche interpretato il film a soggetto La vie est belle, premiato a Taormina ‘87, diretto dal belga Benoit Lamy e dallo zairese Ngangura Mweze (le musiche sono sue, di Klody, Zaiko Langa Langa, Thsoula Muana). Il ritmo dominante della musica zairese è il soukouss, misto di ritmi tradizionali (mutuashi, makuandungu, zebola e zambele ngingo) poi passati dentro la tradizione jazz e le tecniche degli strumenti a fiato e delle chitarre elettriche diffuse dai belgi. Il soukouss è uno stile di esecuzione del locale sebene, nato dalla confluenza della «rumba binaria» e della «rumba odemba». Tra gli altri musicisti pop dello Zaire da ricordare: Abeti, Ray Lema, Doctor Nico, Joseph Kalle, Franco, Kanda Bongo Man, Sam Mangwana, Souzy Kasseya.

 

GRIOTS E RIBELLI*                                                                                             MALI

(Philippe Conrath, 25’)

I discendenti degli “uomini di casta”, i poeti e musicisti Griots del Mali, calcano le scene parigine descrivendo in musica le mutazioni sociali. Interviste ad Alpha Blondy, artefice di un genere misto afro-reggae, al griot Kanté Manfila e al griot guineano Mory Kante e il suo kora-funk, al principe cantante Salif Keita. Immagini della mitica Rail Band del Buffet della stazione ferroviaria di Bamako, dove hanno militato sia Salif Keita che Mory Kante.

 

CRONACA DI UNA STAGIONE SECCA: POSSESSIONE*                                  MALI

(Jean Paul Colleyn, 1988, 54’)

Nel Mali, dove l’Islam è presente da secoli, esistono ancora culti di possessione presso i Minyianka, dove Jean Paul Colleyn ha fatto delle ricerche etnografiche per conto del CNRS francese insieme ad altri due ricercatori belgi: Philippe Jespers e Danielle Jonckers.

Nei villaggi Minyanka (nel sud-est del Mali), durante le cerimonie a loro dedicata, le entità Nya e Nakon s’impadroniscono del corpo di certe persone, le sottomettono al loro volere e parlano tramite la loro bocca. Questo film, girato fra i posseduti, raccoglie le loro confidenze e ci invita ad assistere, grazie alla cinepresa di Manu Bonmariage, a uno di questi culti di possessione. Egli usa anche le diapositive del fotografo Christian Carez che aveva accompagnato Jean Paul Colleyn sul posto nel 1981 e aveva perso in questa avventura 9 chili di peso. Normalmente è vietato parlare del fenomeno della possessione e nonostante il buon umore e la sincerità dei tre uomini che hanno accettato di spiegare quello che provano durante queste crisi, questo documento è da considerarsi una rarità. D’altro canto il film sulla festa di Nakon mostra che il rituale è allo stesso tempo spettacolo e che una relazione quasi organica lega la folla ai musicisti e ai posseduti. Il film permette anche di penetrare l’universo segreto della mitologia (è stata una iena che avrebbe dato questo culto agli uomini) e della stregoneria. Si tratta dunque di un rituale africano visto dall’interno con le sue danze e musiche, i buffoni e la discesa degli déi negli uomini per una breve visita.

 

TUMBA FRANCESA*                                                                                 CUBA

(Santiago Villafuerte, 1978, 20’)

Danze cubane derivate da danze settecentesche franco-haitiane. In seguito alla Rivoluzione Haitiana (1791) capeggiata da Toussaint L’Overture e che portò alla proclamazione della prima repubblica nera indipendente delle Americhe (1804), ci furono varie ondate migratorie dall’isola di Hispaniola verso le coste meridionali di Cuba. I francéses, come vengono denominati gli haitiani, portarono con sé usanze e tradizioni, tra cui un repertorio di musiche e danze cortigiane di origine europea (minuetti, contraddanze, valzer, ecc.) che nell’appropriazione popolare subirono un processo di “africanizzazione” e, nell’incontro con la cultura afrocubana, di “transculturazione” (Ortiz).

 

SHADOW MAN*                                                                             SUDAFRICA

(Jimmy Glasberg e Béatrice Soulé, 1987, 30’)

“Mutante” nel paese dell’apartheid, come lo ha definito Le Monde, Johnny Clegg potrebbe essere il personaggio di un romanzo. Nato in Inghilterra nel 1953, arrivato in Sudafrica a sei anni, Johnny vive un’adolescenza romantica e avventurosa inseguendo il sogno di Zululand, che cerca di raggiungere scappando da casa e percorrendo in bicicletta con due compagni i quasi seicento chilometri che separano Johannesburg dalla loro favolosa meta. La polizia interromperà il viaggio ma non ridurrà a più miti consigli Johnny, che continuerà caparbiamente a mescolarsi e a stringere amicizia con gli Zulu, scontrandosi con i divieti e incorrendo nei rigori della legge: se i neri non possono frequentare i bianchi, non è meno vero l’inverso, e anche un bianco può scoprire di essere un uomo segregato. Conosciuto Sipho Mchunu, Johnny Clegg fonda con lui il gruppo misto Juluka, che trova occasioni per esibirsi sfuggendo al controllo delle autorità. Ma, interventi polizieschi a parte, la sopravvivenza per Juluka è dura: Sipho e Johnny, insieme alla sua scena, sono divisi nella vita quotidiana, gli album del gruppo sono vietati sulle emittenti bianche ma anche rifiutati da Radio Bantu, che considera gli sforzi di Clegg «un insulto alla cultura zulu». Benché dal 1983 ufficialmente i concerti di fronte a platee miste siano autorizzati, i problemi sono troppi, soprattutto per Sipho Mchunu, che nell’85 decide di abbandonare per tornare alla sua fattoria e alla sua famiglia. Ma l’esperienza interraziale del “rock zulu” di Juluka non si esaurisce e continua con Savuka, che Clegg guida con crescente successo. «Realmente biculturale», Clegg, come ha scritto David B. Coplan nel suo libro In Township Tonight! (Ravan Press, Johannesburg, 1985), «rappresenta un esempio rimarchevole di quello che può essere fatto malgrado l’apartheid, e di quello che sarebbe possibile senza di esso».

In Shadow Man, girato clandestinamente in Sudafrica, Johnny Clegg racconta la propria storia dall’iniziazione all’universo zulu fino alla notorietà internazionale del suo crossover musicale, conducendo, in sequenze di forte presa emotiva, per le strade di Johannesburg dove la domenica pomeriggio balla con i suoi compagni le danze guerriere, e negli hostels, gli angosciosi alloggi-prigione riservati ai lavoratori di colore.

 

ERNEST LEARDEE O IL ROMANZO DELLA BEGUINE*          Martinica – Antille FrANCESI

Ernest Léardée ou le Roman de la Biguine (Christiane Succab-Goldman e Jean-Pierre Krief, 59’)

Un giorno di aprile del 1929, un gruppo di musicisti martinicani, la Stellio’s Band, lascia Fort-de-France de la Martinique per andare alla conquista di Parigi. L’orchestra è diretta da un clarinettista celebre in tutte le Antille, Alexandre Fructueux detto “Stellio”, la Stella. Accanto a lui, un violinista di 33 anni, Ernest Léardée. E’ lui che ha fomentato l’avventura della partenza verso la metropoli. Appena arrivati a Parigi, la Stellio’s Band conobbe un successo senza precedenti. Raggiunta la gloria, il gruppo si separa e ciascuno dei musicisti prende la sua strada. Ernest Léardée, il violinista, costituisce una propria orchestra creola e crea al 33 della rue Blomet il primo Bal Nègre de Paris. Ernest Léardée è deceduto il 13 aprile 1988 a 92 anni d’età.

 

PAN IN “A” MINOR STEELBANDS IN TRINIDAD*  TRINIDAD & TOBAGO

(Daniel Verba e Jean-Jeacques Mrejen, 1987, 50’)

Ogni anno soffia su Trinidad e Tobago il soffio frenetico del carnevale, tradizione ereditata dal breve passaggio dei Francesi. Questa è l’occasione per i discendenti degli schiavi africani, i figli degli immigrati indiani, i Cinesi, gli Arabi e gli Europei di riunirsi per una delle feste popolari più sontuose del mondo. Trinidad presenta l’originalità di rappresentare la propria identità culturale attraverso un fenomeno musicale senza equivalenti: le steelbands. Gigantesche orchestre di più di trecento strumenti ricavati dai bidoni di petrolio chiamati “pan”. Molti gruppi, provenienti da tutta l’isola, invadono le città nei giorni di carnevale per partecipare ad una competizione che dura diverse settimane: il Panorama.

 

NEW YORK – THE SECRET AFRICAN CITY                                          USA

Serie: Arena (Mark Kidel, 59’)

Un ritratto delle varie culture africane che hanno fatto diventare intere parti della città di New York in una segreta metropoli africana. Film basato sul lavoro di Robert Farris Thompson, professore di arte africana e afroamericana alla Yale University.

 

I TAMBURI DELL’INVERNO*                                                      Alaska – USA

The Drums of Winter (Uksuum Cauyai) (Sarah Elder e Leonard Kamerling, 1988, 90’)

Il documentario esplora la musica e la danza tradizionale e il mondo spirituale degli Yup’ik Eskimo di Emmonak, un remoto villaggio alla foce del fiume Yukon sulla costa del Mare di Bering. The Drums of Winter getta uno sguardo su un modo di vita che noi conosciamo solo di sfuggita. La danza era un tempo il cuore dela vita sociale e spirituale degli Yup’ik Eskimo. Era il ponte tra l’antico e il nuovo, la vita e la morte, e il potere proprio della persona e i più grandi poteri del mondo invisibile.

Nel documentario, la gente di Emmonak ci racconta attraverso l’attualità ed interviste come la loro storia, i loro valori sociali e le credenze spirituali sono intrecciati attorno ai canti e alle danze trasmesse da generazioni. Si apprende come non siano importanti solamente i vecchi canti, ma che le nuove canzoni e i movimenti di danza che vengono creati riflettano la vita moderna in tutta la sua complessità.

Il film segue gli anziani di Emmonak che preparano per la prossima raccolta [incontro] cerimoniale (potlatch) con un villaggio vicino.  Nel Kashim (qasgiq o casa degli uomini), eseguono i loro canti ed elaborano attentamente i movimenti delle danze. Ogni gesto ha un significato e fa parte della narrazione di una storia. Nei giorni che hanno preceduto la televisione, la radio, la tombola e i giochi settimanali di basket, la danza era l’unica forma di intrattenimento.

Attraverso il film, fotografie d’archivio e fotogrammi di film accompagnano le parole dei primi missionari che portarono il Cristianesimo nell’area. Queste sequenze forniscono un contesto storico al film e ci danno un forte senso di elasticità della cultura Yup’ik, essendo sopravvissuta nonostante un secolo di soppressione missionaria.

 

MUSIque du Pakistan*                                                            PAKISTAN

  1. Musique religieuse et musiue soufi (Yves Billon, 1989, 52)

Durante i loro incontri, coloro che praticano i riti sufi ascoltano i poemi intonati dai loro maestri, i Qhawali. Questa musica tradizionale, mescolata a nuovi elementi letterari e musicali, è divenuta la più popolare in Pakistan. Oggi, maestri come Nusrat Fateh ali Khan e Pataney Khan sono i più celebri detentori di questa tradizione. Questi artisti cantano lodi al Profeta e ai suoi santi.

durante un viaggio attraverso le campagne e le città del Sind e del Punjab, incontriamo questi artisti che cantano nei mausolei, nei matrimoni e nelle feste. Il film presenta un ritratto di questi maestri in tutto lo splendore della loro arte.

 

ROCK AROUND THE KREMLIN*                                                            URSS

(Yves Billon, Agnés Guerin, Jacues Pradel, 52’)

La Cortina di Ferro non è un ostacolo per l’esuberante suono della musica rock occidentale. La cultura giovanile taglia ogni frontiera. Blue jeans, skateboard e walkman proliferano per le strade di Mosca mentre le erose immagini di Lenin lanciano sguardi di disapprovazione. Break dance e disco music filtrano dai negozi di dischi. Nonostante le campagne contro questa musica decadente, migliaia di gruppi rock si sono diffusi in tutto il paese. Le autorità hanno concesso un certo margine di approvazione a certi gruppi, permettendo loro ufficialmente di incidere e di suonare pubblicamente. Ma questi gruppi “approvati” rappresentano solo una piccola parte dei musicisti. forse possiamo imparare sul carattere dell’Unione Sovietica più dall’ascolto dei testi sardonici del rock che dalla retorica ufficiale.