Festival del Film Etnomusicale 1990-1999

VIII RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1990

 

IL VIAGGIO DEGLI ZINGARI*                                         Nord Africa/Balcani

Romany Trail (Jeremy Marre, 1981, 100’)

Un film composto da due parti: la prima è incentrata sulla grande migrazione dei Gitani raccontata attraverso la loro musica; gli Zingari vengono seguiti dall’India fino all’Egitto dove sono ancora acrobati, burattinai e rinomati strumentisti. Da qui si viaggia attraverso il Nord Africa fino alla Spagna (il flamenco delle caves di Alhambra) e la cinepresa segue il pellegrinaggio dei Gitani spagnoli a Saint Marie de la Mer.

La seconda parte del filmato ha un taglio storico e analizza gli insediamenti degli Zingari in Europa. Vengono visitate le comunità di calderai e ammaestratori di orsi che si sono stabilite in Europa orientale ed esaminata la difficile situazione degli Zingari a Skopje dove ancora esiste una grande comunità che ha conservato costumi, riti e musiche della tradizione indiana, in Transilvania e, come ospiti lavoratori, in Occidente.

 

SULLE ORME DEI GITANI*                                  TURCHIA/GRECIA/YUGOSLAVIA

Sur la Trace des Ttziganes (Anne Sophie Tiberghien, 45’)

La regista e reporter Anne Sophie Tiberghien segue alcune carovane di Zingari degli altipiani dell’Anatolia attraverso la Grecia fino in Yugoslavia, filmando la vita quotidiana di alcune famiglie nomadi.

Nel corso del film realizzato come un reportage-verità, si passa dalle dure vicende della Turchia dove, malgrado tutte le difficoltà, gli Zingari riescono ad avere un positivo rapporto di scambio con le popolazioni locali, alla Grecia, paese in cui gli Zingari hanno il tenore di vita più alto in Europa, sino ad arrivare alle montagne e foreste della Yugoslavia dove scopriamo alcuni degli ultimi ammaestratori di orsi, antichi schiavi dei principi nubiani, e i fabbricanti di utensili di ferro.

La particolarità di questo filmato è data dal fatto che la regista, di volta in volta, è riuscita ad integrarsi con i gruppi che stava riprendendo, assorbendone usi e tradizioni. Ne è nato un documento che propone la vera vita quotidiana delle famiglie Rom.

 

EL CABRERO*                                                                                SPAGNA

(Béatrice Soulée – Amar Arhab, 26’)

“El Cabrero” è uno dei più grandi cantanti di flamenco in Spagna. Quello che lo rende unico rispetto a tutti gli altri non è solo la sua voce, ma il suo particolare stile di vita. Non si è mai lasciato il passato alle spalle: vive ancora nel villaggio dove è nato, a circa 30 km da Siviglia, con la sua donna e i suoi figli. Sul nascere dell’alba, egli accudisce il suo gregge di capre, vagando per le colline andaluse, la terra per cui canta e vive.

Il film ci presenta “El Cabrero” in concerto e mentre canta ad una manifestazione di contadini che stanno occupando le terre. Insieme cantano l’inno della loro terra, l’inno dell’Andalusia.

 

LE DUE BANDE MUSICALI DI LLIRIA                                        SPAGNA

(Alex Szalat, 1989, 26’) Serie: Les Traveaux d’Orphée

Nel cuore di Lliria, piccola città i 10.000 abitanti situata vicino a Valencia, si può leggere sul frontone di un edificio di tre piani questa scritta: “Banda Primitiva”. La Banda Primitiva, nata nel 1819, è una delle società musicali non militari, tra le più celebri della Spagna, che gestisce un’orchestra di un centinaio di elementi, un’orchestra giovanile, una scuola di musica e varie altre attività collaterali.

Qualche strada più avanti si trova un edificio di dimensioni simili al precedente; qui ha sede l’Unione Musicale, un’altra società nata da più di un secolo da una scissione della Banda Primitiva. Questa ha le stesse attività della sua “consorella”. Le due società musicali, che tanto si assomigliano, sono nemiche (o perlomeno rivali) dal tempo della scissione. A Lliria, appartenere ad una o all’altra orchestra è come un destino.

 

AMIR*                                                                      afghanistan/PAKISTAN

Amir: vie d’un musicien afghan réfugié à Peshawar (John Bailey, 1985, 52’)

Amir è il nome di un musicista afghano, rifugiato in Pakistan dopo l’invasione sovietica nel 1979. Il regista del film ha utilizzato la sua esperienza (acquisita durante una lunga permanenza fra il 1973 e il 1977 a Herat e a Kabul) per documentare la trasformazione della musica afghana dopo gli eventi del 1979. Tutto il film è pervaso dal ricordo di Herat, dal XV secolo in poi importantissimo centro culturale per le popolazioni islamiche, e città natale di Amir.

Quando nel 1985 il regista ebbe l’opportunità di girare questo film sulla musica afghana decise di recarsi nella città pakistana di Peshawar in quanto circa 4 milioni e mezzo di afghani vi vivevano e vi lavoravano dopo l’invasione russa. Il film cerca di scoprire come i musicisti vivano il loro ruolo di rifugiati, se siano capaci di continuare la loro professione e se la situazione politica che stanno vivendo abbia, in qualche modo, influenzato il loro stile musicale.

 

MUSICA SARDA*                                                                Sardegna – ITALIA

(Georges Luneau, 1989, 52’)

Il film è stato realizzato da Georges Luneau nel 1989 e costituisce il più recente documento sulla tradizione musicale della Sardegna. Ancora una volta questo interessante filmato ci conferma la singolare ricchezza e vitalità della musica sarda che ha conservato fino ad oggi quei caratteri di stile e di compenetrazione nella vita quotidiana della popolazione che ne fanno un fenomeno particolare, se non unico, nel panorama generale della musica europea. Nel film sono ben evidenziati tutti gli stili e i modi musicali sardi: il canto (polivocalità, canto solistico), la musica per la danza, gli strumenti tradizionali (launeddas, organetto, chitarra) e soprattutto la continua presenza della musica in ogni occasione sociale, festiva o anche solo familiare.

 

MUSICA CORSA                                                                 Corsica – FRANCIA

La Corse (Beatrice Corque – Sonia Cantalapiedra, 52’)

“Canta” è un gruppo di amici che si impegna per ridare una funzionalità attuale ai canti tradizionali della Corsica, dimenticati nel corso degli anni. Loro tentano di reinserirli nella vita quotidiana della popolazione. Il filmato segue il gruppo Canta nelle varie fasi della sua ricerca, punteggiato di testimonianze di antiche tradizioni popolari e ricco di sequenze musicali.

 

CANTO DIFONICO DELLA MONGOLIA*                                    MONGOLIA

Le chant des harmonique (Hugo Zemp, 1989, 36’)

Dai monti Altai, in Asia Centrale, proviene una singolare tecnica di canto che i Mongoli chiamano xöömii, che significa «faringe». In Occidente viene chiamato “canto difonico” perché un singolo cantante riesce ad emettere due suoni contemporaneamente. Il film analizza in modo approfondito questa tecnica di canto, di origine sciamanica, diventato quasi il simbolo della popolazione mongola.

 

LE RADICI DEL CALIPSO*                                   TRINIDAD & TRINIDAD

Calypso Roots (Roland Fruytier, 1989, 59’)

A Trinidad e Tobago, il ritmo del calypso e delle steelbands penetra l’intero stile di vita di questo paese multirazziale dove varie culture edetnie si fondono perfettamente. Il film analizza la musica, unica al mondo, di questa grande isola, una musica dai suoni sorprendenti e dalle parole dure che risale alla tradizione del canto satirico e licenzioso. Problemi sociali e politici sono espressi liberamente cantando, conditi di humour e di cruda sensualità. Con il calypso, le steelbands sono una forma di vita sociale completa; queste bands possono riprodurre con i bidoni di petrolio le più svariate melodie. In tutto il paese queste due forme musicali accendono aspri scontri, polemiche e ilarità, ma la loro forza consiste nel fatto che sono praticate da tutti, uomini e donne, neri o mulatti, la vera gente e alte personalità.

 

CUBA*                                                                                                         CUBA

What’s Cuba Paying at? (Michael Dibbe, 1985, 75’)

Il documentario evidenzia gli elementi fondamentali della tradizione musicale cubana, dalla loro origine afro-europea, osservandone l’integrazione e l’evoluzione fino al delinearsi delle forme musicali cubane attuali. Nel filmato vengono particolarmente considerati i quattro stili diversi da cui essa è essenzialmente debitrice: il danzon, la rumba, la canciòn e il son.

 

CARIOCAS, ARTISTI DELLA STRADA                                        BRASILE

Eclats Noirs du Samba. Cariocas (Ariel De Bigaut, 1987, 52’)

Realizzato in Brasile il film interamente girato “sul campo” è costituito da reportages sui centri e i gruppi con cui lavorano gli artisti della strada, da spezzoni di spettacoli, da interviste e da sequenze puramente musicali. Dall’inizio del secolo ai giorni nostri, dai quartieri popolari ai sambodromes, la samba si è evoluta e moltiplicata in molti differenti stili. Grande Othello è il narratore ed il testimone di questa evoluzione e delle sue tradizioni. I musicisti, spesso non professionisti, che costituiscono i gruppi cariocas, esprimono la città di Rio, i suoi colori e i suoi sogni attraverso la musica.

 

ETNO-CLIPS*                                                                                                          

Serie: “L’aventure du monde par les sons” (Xavier Bellenger, 1987-89, 6‘)

“Sonneurs” (Spagna)

“Kora” (Senegal)

“Odissi” (India)

“Sikuri” (Perù)

“Balafon” (Gambia)

“Musica di trance e possessione” (Madagascar)

“Musica di un matrimonio del Ladakh” (India)

“Khéna khéna” (Bolivia)

“Abhinaya” (India)

“Maloya” (Réunion)

L’etnoclip è una forma di scrittura audiovisiva a scopo didattico, adatta ai nuovi mezzi di comunicazione e consiste in una sintesi di elementi musicali o di un panorama sonoro che, combinandosi con l’immagine, crea un nuovo approccio alle scienze umanistiche e, in particolare, alle diverse realtà musicali sconosciute.

L’etnoclip si basa su criteri precisi che fungono da riferimento sia per le riprese che per alcune puntualizzazioni in fase di montaggio. Per la sua forma, la breve durata e l’assenza di commenti, si differenzia dal documentario classico rendendolo più adatto ad una diffusione universale e offrendosi a diversi livelli di ascolto e lettura. Se per alcuni può essere un semplice momento di evasione, in altri può suscitare un particolare interesse o stimolare la creazione.

 

MUSICA DEL BELUCHISTAN*                             Beluchistan – PAKISTAN

Musique du Pakistan: 2. Musique du Baloutchistan (Yves Billon, 1989, 52’)

Il popolo del Beluchistan occupa un territorio grande quasi la metà del Pakistan occidentale. Fedeli al loro antico nomadismo i Beluci si spostano nei territori fra le frontiere dell’Afghanistan, del Khorasan (Iran), della Russia meridionale e del Golfo Persico. La lingua e i costumi testimoniano le origini ariane del popolo che è stato convertito all’Islam da molti secoli.

Il film è un viaggio attraverso il paesaggio lunare di questo paese a fianco dei Makranie, un gruppo etnico del sud del Pakistan. Si assiste ad alcune cerimonie notturne, alle tradizioni di esorcismo praticate attraverso la trance, ma è sempre la magia della musica e il fascino dei musicisti, filmati per la prima volta nella loro realtà più semplice e diretta, a polarizzare l’attenzione.

 

L’ISOLA ROSSA*                                                                MADAGASCAR

L’Ile Rouge, Madagascar  (Jean Michel Carrè, 1990, 52’)

“L’isola rossa” è un film ambientato in Madagascar che descrive Rakoto Frah, il musicista più famoso del paese, attraverso la presentazione dell’hira gasy. Hira gasy è un tipo di festa che in Madagascar rappresenta lo spettacolo popolare per eccellenza. Si svolge ogni domenica nell’arco di tutta la giornata nei sobborghi di Tananarive, davanti a un pubblico trepidante. Insieme di musica, canti, danze e fabulazione che alternano il sacro e il profano, il circo e l’opera, l’hira gasi è lo specchio della società malgascia. Per guida nei villaggi e nella cosmogonia malgascia, il flauto e la voce di Rakoto Frah.

 

RAMAYANA: GLI UOMINI, GLI DEI E LA SCIMMIA BIANCA Giava/Bali – INDONESIA

(Jean Pierre Krief, 52’)

La musica e la danza sono da sempre i due elementi base della cultura giavanese e raccontano le grandi leggende dell’isola che sono state tramandate fino ad oggi di generazione in generazione per tradizione orale. La musica del gamelan (orchestra di metallofoni) accompagna le numerose forme di spettacolo giavanese, il teatro delle ombre, il teatro delle marionette, il melodramma popolare danzato.

 

TOUROU E BITTI*                                                                                     NIGER

(Jean Rouch, 1967, 8’)

Il film, girato in un solo piano sequenza, mostra un’orchestra tourou (o turu) che accompagna le danze degli Zima Sambo di Niamey (Niger) e le danze di possessione. La cerimonia, in cui i partecipanti chiedono al genio della savana di proteggere i loro raccolti dalle cavallette, inizia nel momento in cui i tamburi tradizionali iniziano a suonare. L’orchestra tradizionale, composta da tre tamburi di zucca (turu), di un tamburo in legno (bitti) e di un cordofono (godye), abituale accompagnamento delle danze di possessione, è ormai pressoché scomparsa dal panorama musicale nigerino.

 

LA GOUMBE’ DES JEUNES NOCEURS                                                    NIGER

(Jean Rouch, 1967, 26’)

Il film documenta le feste collettive che i giovani del villaggio effettuano nei giorni precedenti alle cerimonie nuziali. Musica, danze iniziatiche e costumi tradizionali.

 

BITTER MELONS*                                                                         BOTSWANA

(John Marshall, 1955/1971, 27’) Serie: Planets des Hommes / Serie: From the San

John Marshall, figlio della nota antropologa Lorna Marshall, ha studiato la vita, i costumi e la cultura dei Boscimani per circa 35 anni. Il film di rara suggestione, mostra la vita quotidiana di un gruppo di Boscimani G/wi nel deserto del Kalahari alla continua ricerca di cibo e soprattutto di acqua in uno degli ambienti più difficili e aspri del mondo. Le vicende del film sono sottolineate e accompagnate dal canto e dalla musica di un musicista cieco, Ukxone, suonatore di arco musicale (il suo arco da caccia con l’aggiunta di un risonatore).

Durante la stagione secca – che talvolta può durare anche nove mesi – gli G/wi non dispongono di acqua ma ottengono una bevanda da meloni selvatici, radici e le sostanze ricavate dal sangue e dallo stomaco degli animali. Il nome del film, “meloni amari”, deriva da un canto che narra di una donna che ha appreso a piantare semi di meloni dai vicini Bantu. I meloni selvatici sono amari, dicono gli agricoltori. La canzone preferita di Ukxone evoca il paesaggio G/wi e la sua natura, e la routine della vita quotidiana: la raccolta, la caccia, la presa della tartaruga che viene cucinata viva e distribuita.

!Gai, un membro della banda, ritorna un giorno con un gruppo di suoi parenti. Visitatori ed ospiti partecipano all’occasione sociale, i ragazzi giocano imitando gli animali (porcospino, yena) ed eseguono la loro musica tradizionale sull’arco (canti di animali, come la giraffa e il kudu). Uomini e ragazzi ballano la “danza di corteggiamento dello struzzo”. La fluidità delle bande G/wi si rivela quando !Gai e la sua famiglia parte con gli altri parenti, scomparendo nell’alta prateria del veld al suono di “Bitter Melons” di Ukxone.

Bitter Melons è diviso in due parti. La prima illustra i problemi nella ricerca di cibo e acqua in un ambiente ostile. Quando Ukxone canta, si vedono i membri del suo gruppo andare a caccia e alla raccolta. La seconda parte tratta dell’organizzazione sociale e della cultura dei G/wi. Girato nel 1955 nel deserto del Kalahari, questo film è uno dei primi tentativi di sonorizzazione in sincrono.

 

DANZE DI DAHOMEY                                                                               BENIN

Danses du Dahomey (K. e R. Corpel, 1961, 24’)

Evocazione attraverso l’espressione artistica della danza, dei riti religiosi dei Paesi del Golfo di Benin e dei legami esistenti tra l’Africa e le popolazioni del Nuovo Mondo. Da un poema di L.S. Senghor, un motto che ben si addice a questo filmato: “Noi siamo gli uomini della danza”.

 

OCARINA                                                                                                    CIAD

(Claude Poirault, 1965, 10’)

Un documento realizzato in Ciad che ci propone la fabbricazione di una “famiglia” di zufoli in terracotta: le ocarine. Questi strumenti sono principalmente utilizzati per accompagnare le danze di Youdan (feste del lutto).

 

RITMI E FASTI DEI KABRE’ NEL NORD TOGO                                    TOGO

Rythmes et fastes sacrés de la vie chez les Kabré du Nord Togo (Roger Verdier, 1966, 25’)

La vita religiosa dei Kabré del nord del Togo è scandita dalle grandi feste collettive di purificazione. In questo documento vengono rappresentate tre cerimonie: i riti di passaggio dei ragazzi nell’età puberale, delle ragazze nubili e degli uomini adulti.

 

MALI*                                                                                                                      MALI

(Mark Kidel, 1989, 52’) Serie: Under African Skies

Il Mali fornisce la più ricca risorsa di musica dell’Africa Occidentale, con famiglie di musicisti ereditari (jalì) che possono tracciare la storia dei loro antenati attraverso 72 generazioni fino ai sovrani fondatori dell’impero mandingo. La musica moderna del Mali mostra l’influenza del jazz, della musica afrocubana, del blues e del rock, ma ancora conserva le sue radici nei canti e nelle usanze centenarie. Nel filmato compaiono Kassemady, Tata Bambo Kouyate, Sali Sidibe, Salif Keita, Le Super Djata, Le Super Biton de Segou, Keletigui Diabate.

 

YIRI KAN. LA VOIX DU BOIS*                                         BURKINA FASO

La voce del legno (Issiaka Konatè, 1989, 26’)

Questo film documenta la costruzione e l’uso di uno strumento tradizionale della musica africana, il balafon, nel suo contesto socio-culturale. L’iniziazione alla costruzione e all’uso di questo strumento di un giovane da parte di suo padre, musicista e artigiano, fa sì che lo spettacolo entri in contatto con i miti e le credenze che da sempre circondano questo magico strumento.

 

MWE BANA BANDI*                                                                                  ZAMBIA

(Kristina Tuura e Paivi Takala, 1988, 29’)

Documentario musicale girato in una tribù Bemba dello Zambia. Il film documenta lo svolgimento di una giornata ordinaria dalla sveglia sino alla veglia notturna. Tutto è pretesto per cantare: la toilette mattutina, la preparazione della colazione, il tragitto dei bambini verso la scuola, il lavoro nei campi, la fabbricazione degli utensili. Alcune delle sequenze più belle riguardano i bambini che “mimano” la preparazione della farinata di mais, un canto religioso, la costruzione di piccoli strumenti per fare musica con lamelle di bambù, il racconto di una donna accompagnato dal coro degli abitanti del villaggio.

 

TAM TAM*                                                                          COSTA D’AVORIO

(Idrissa Diabate, 1990, 16’)

Il filmato è ambientato in Costa d’Avorio dove viene eseguita la fabbricazione del tamburo djembé, dalla scelta dell’albero nella foresta, al suo abbattimento e infine la lavorazione del legno. Il ciclo si conclude con la festa del villaggio nel corso della quale il percussionista “proverà” il suo strumento suonando per i danzatori.

 

YOUSSOU N’DOUR, STELLA DELLA MEDINA                          SENEGAL

(Jean Pierre Janssen, 1988, 47’)

Youssou N’Dour, ragazzo della Medina di Dakar, è diventato un cantante di fama internazionale e una star della musica senegalese. Intervistato dal suo amico, il cantante inglese Peter Gabriel, egli rievoca la sua infanzia, i suoi primi concerti, il suo universo musicale, dove tradizione e modernità si compenetrano, i suoi viaggi e il suo impegno contro l’apartheid. Il racconto è alternato a immagini della Dakar popolare e da numerosi estratti dei suoi concerti.

IX RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1991

 

 

BOB MARLEY                                                                                 GIAMAICA

Serie: Arena/Rhythms of the World (Jo Menell e Charles Chabot, 1986, 90’)

«.. Riscattatevi dalla schiavitù mentale. Nessuno può liberare le nostre menti se non noi stessi…»

Film ritratto dell’uomo che rese famosa e apprezzata in tutto il mondo occidentale la musica reggae: profeta e portavoce di un messaggio di liberazione politica e personale degli oppressi. Il film è costituito da brani tratti dai suoi migliori concerti, dalle prime “session” dell’inizio con la sua formazione originale degli Wailers, all’ultima prova di Kingston. Intensi e illuminanti i commenti e le interviste a Marley stesso e a coloro che gli furono vicini. Sua madre Cedella Booker, sua moglie Rita, i suoi partner dei primi tempi, Peter Tosh e Bunny Wailer, Judy Mowat e Marcia Griffiths del gruppo degli “I Threes”, il direttore artistico Neville Garrick e Chris Blackwell (fondatore dell’Island Records), ricostruiscono nel corso del film il percorso artistico e umano della prima superstar della world music.

 

OUM KALSOUM*                                                                                       EGITTO

Les grandes voix de la musique arabe (Simone Bitton, 1990, 52’)

Malgrado l’enorme successo commerciale di certi cantanti o orchestre arabe contemporanee è sempre Oum Kalsum (1902-1975) che vende il maggior numero di dischi nel mondo arabo. E’ sempre la sua voce che più reclamano gli ascoltatori della radio. Si dice che fosse una cantante “classica” ma, al contrario, lei ha rivoluzionato da cima a fondo il canto arabo e non ha esitato a introdurre la chitarra elettrica nella sua orchestra. Le decine di milioni di appassionati di Oum Kalsum sono unanimi: nessuno al mondo ha mai cantato come lei, nessuno mai canterà come lei. Questo fa parte della leggenda e del mito di Oum Kalsum.

Om Kalsum è considerata la Maestra dei “modi”, è l’improvvisazione senza limiti, la dizione senza errore. E in più, osando cantare l’amore deluso, il desiderio frustrato e anche la patria umiliata, ha saputo toccare l’individuo arabo nel profondo delle sue speranze e delle sue delusioni. Altre cantanti hanno posseduto alcune di queste qualità, l’una e l’altra: a lei erano riconosciute tutte. E inoltre ognuna delle regole che si imponeva o inventava per i suoi canti diventata immediatamente un’attitudine e una regola per tutti.

 

MANU DIBANGO “SILENZI”*                                                       CAMERUN

Manu Dibango, silences (Béatrice Soulé, 1990, 52’)

In questo filmato, il più grande sassofonista africano ripercorre le tappe della sua vita, da quando negli anni ‘40 lasciò il Camerun per imbarcarsi alla volta della Francia come molti altri suoi coetanei, fino al ritorno molti anni dopo in patria e all’attuale residenza a Parigi. Il film alterna ai brani musicali più famosi di Manu Dibango, filmati d’epoca commentati dal musicista stesso in relazione alle fasi della propria vita; in uno studio di registrazione, circondato dai suoi musicisti, Dibango traccia il suo percorso musicale: Armstrong, Parker, Douala Serenade, Soul Makossa, ecc. Lo vediamo ancora incontrare i suoi amici d’infanzia a Douala con i quali canta una canzone patriottica francese e ritrovare ad Abidijan Fax Clarke, musicista e vecchio amico, il quale gli offrì il primo lavoro come musicista nel primo jazz club africano di Bruxelles.

Un documento su questo straordinario musicista, precursore della moderna musica africana, che parla con molta tenerezza, del Camerun, suo paese natale, e dei rapporti storici e culturali che legano l’Africa alla Francia.

 

IL RESPIRO DELL’ANGOLA*                                                      ANGOLA

Mopiopio, le souffle d’Angola (Jao Dunem e Zézé Bamboa, 1991, 52’)

La musica tradizionale dell’Angola a Lisbona e in Africa: la tragedia del colonialismo attraverso il mondo musicale africano.

 

DJEMBE’ FOLA*                                                                            GUINEA

(Laurent Chevallier, 1991, 52’)

In Guinea, il paese dei Mandingo, il più grande suonatore del tamburo djembé si chiama Mamady Keita. Alla sua nascita, lo sciamano gli aveva predetto un futuro raggiante oltre i confini della Guinea e del continente africano. Infatti, dopo aver fatto carriera come solista nell’orchestra nazionale del suo paese, si trasferisce in Belgio dove tuttora vive e lavora da molti anni. Un giorno decide di tornare al villaggio natale per riappropriarsi di una cultura e di una tradizione che aveva abbandonato 26 anni prima.

Il film segue Mamady nel suo viaggio a Conakry, la capitale, a Balandugu nel cuore della regione dei Malinke, nei suoi incontri con la gente dei villaggi che l’ha conosciuto da piccolo e che lo ha aiutato a diventare uno dei grandi maestri della percussione africana: un vero e proprio djembé folà.

 

KATHAKALI*                                                                                             INDIA

(George Renuka, 1990, 26’)

Kathakali è una forma di danza classica indiana che ha avuto origine a Kerala, nel sud dell’India. Il film mostra una piccola scuola tradizionale dove l’esercizio per i danzatori inizia sin dall’età di 10 anni e devono praticare questa durissima disciplina per 8/12 anni. L’insegnamento è estremamente severo in modo da assicurare che i bambini raggiungano il livello di perfezione richiesto. Alla fine dei corsi, la maggior parte degli studenti entra a far parte delle scuole professionali delle compagnie di danza. “Kathakali” è soprattutto un film sull’arte dell’insegnamento.

 

LO STRUMENTO DEL DESTINO*                                                            MALI

“Meme les pierres nous entendent” ou l’instrument du destin

(Jean-Paul Colleyn e Catherine de Clippel, 1991, 52’)

Il film ci mostra la vita di alcuni cantanti-musicisti che il regista, Jean-Paul Colleyn, conosce da anni per averli incontrati durante le sue ricerche in Mali, nella zona della città Koutiala. In questa regione, crocevia di diverse etnie, i griot, i “maestri della parola”, i cui antenati suonavano alla corte del re, sono molto numerosi; infatti ci troviamo nelle vicinanze delle capitali degli antichi reami precoloniali, dei quali ancora oggi si sente la forte influenza.

Sia nella città che nella campagna la musica è molto più che una scelta o una vocazione: per il vecchio guerriero soprannominato “Balafon Moussa”, per Djigi, il fabulatore, per Numuk il fabbro, per la cantante Ningheso Dembelé e per la griotte Djami Kamara, la musica è un destino segnato dall’appartenenza alla casta.

 

PIGMEI A PARIGI*                                                                        FRANCIA

Pygmées à Paris (Mark Kidel, 1991, 26’)

I Pigmei Bayaka della Rep. Centroafricana sono una delle ultime comunità al mondo che ancora vive della caccia e raccolta di frutti selvatici. Si tratta di una ormai piccola minoranza etnica assediata dalle circostanti popolazioni di cultura bantu, forse destinata ad una prossima estinzione. Nel giugno 1991, un gruppo di Pigmei Bayaka è stato invitato a Parigi al teatro de La Villette dove hanno effettuato, per la prima volta in Europa, uno spettacolo basato sulle loro tradizioni musicali. Si è trattato di un grande evento: per la prima volta questi artisti pigmei hanno lasciato l’universo familiare della grande foresta centroafricana, per esibirsi su un palcoscenico e Mark Kidel ha documentato l’avvenimento, con la consueta tempestività. I Bayaka erano accompagnati per l’occasione da un rappresentante del governo centroafricano e da Louis Sarno, un etnologo americano che vive con loro da alcuni anni.

 

CEILIDH*                                                                                        IRLANDA

Film d’archivio della BBC sulla musica e i canti tradizionali d’Irlanda.

YOU SHOULD HAVE BEEN HERE LAST NIGHT*                                  IRLANDA

(Andrew Eaton, 52’)

Il film testimonia la vitalità e il radicamento della musica tradizionale nella popolazione irlandese; si può forse affermare che in pochissimi altri paesi europei la tradizione, soprattutto quella musicale, si è mantenuta così presente e importante. Prendendo come riferimento l’ensemble più famoso d’Irlanda, i Chieftans, il film illustra l’evoluzione della musica irlandese dal primo grande revival degli anni ‘50 fino ai giorni nostri. Si tratta di uno stimolante e affascinante viaggio da Belfast a Dublino, attraverso Wexford, Kerry, Clare, Connemore fino a Glenties nella contea di Donegal, ove si svolge annualmente un importante festival di violinisti.

Il film ci fa poi assistere a concerti di alcuni fra i migliori musicisti irlandesi come la star del violino Sean Keane, il virtuoso di ullian pipes Lion O’Flynn, Francis McPeake che appartiene alla più nota famiglia di musicisti di Belfast, il noto chitarrista Arty Mc Glyn e il cantante Lion Clency, che Bob Dylan ha descritto come il miglior interprete al mondo di ballate, alternandoli anche ad ignoti straordinari interpreti della tradizione musicale celtica.

 

ETNO-CLIPS*                                                                                                          

Serie: “L’aventure du monde par les sons” (Xavier Bellenger, 1990)

guimbarde du Gobi (Mongolia) 6’

steel band (Trinidad & Tobago) 8’

Vielle a roue (Berry – Francia) 5’

bagad d’auray (Bretagna – Francia) 7’

tambours de calandra (Bajo Aragon – Spagna) 6’

 

TRANSILVANIA: L’ORCHESTRA SUONA ANCORA*                ROMANIA

Transylvania, The Band Plays On (Simon Broughton, 1991, 60’)

Il documento ci mostra come la popolazione della Transilvania, una vasta comunità composta sostanzialmente da Rumeni, Ungheresi e Zigani, è riuscita a mantenere viva la sua musica tradizionale nonostante i pressanti tentativi del regime di Ceauscescu per “risanarla” e quindi distruggerla. L’azione di Ceauscescu si è svolta in due direzioni: da una parte ha promosso la distruzione sistematica delle comunità rurali della Transilvania nelle quali fiorivano le tradizioni popolari, e dall’altra ha saccheggiato la musica popolare per piegarla al culto della sua persona. Dopo la caduta di Ceauscescu e della sua dittatura, la musica tradizionale autentica ha ricominciato ad essere parte integrante della vita dei villaggi. Nel corso del film si assiste tra l’altro a una festa nuziale contadina accompagnata da canti, balli e musica originale della Transilvania, uno stile musicale inimitabile di grande bellezza e intensità.

 

MUSICA REBETICA                                                                       GRECIA

Musiques Rébétiques (A.M. Autissier 26’)

La musica rebetica, lungamente osteggiata dalle autorità greche in quanto espressione delle classi più emarginate dalla società, sta avendo in questo momento un nuovo impulso presso le giovani generazioni dei musicisti greci.

 

FLAMENCO*                                                                                   SPAGNA

An Andalucian Journey: Flamenco and Gipsies (I – II) (Jana Bokova, 1987/8, 100’)

Nella breve introduzione alla sua Collezione di canti flamenchi (1881), Antonio Machado Alvarez, pioniere degli studi folklorici in Spagna nonché padre del poeta Antonio Machado, scriveva: «I Gitani in Andalusia chiamano gachos gli Andalusi e gli Andalusi chiamano flamencos i Gitani, senza che si conosca l’origine di questo nome…».

“An Andalucian Journey” è una ricognizione da Siviglia a Cadiz sulle famiglie del flamenco che ne sono le protagoniste e il filo conduttore. Una miscela di nuovo e antico, di professionale e di amatoriale, di cantanti con o senza la chitarra, con o senza la danza. Il film conduce alla celebrazione di una festa finale, dove ognuno può partecipare nei modi che ritiene più opportuni.

Vengono inoltre effettuate interviste organizzate e improvvisate con gli artisti e le famiglie che ci illustrano le tradizioni del flamenco e la loro stessa vita. Si vede anche un incontro con un originalissimo gruppo di persone di Triana, il vecchio quartiere gitano di Siviglia; il loro senso dell’humour e dell’ironia è particolarmente presente tuttora nei loro spettacoli  e ciò stupisce ancora di più perché ormai assente in qualsiasi altro tipo di performance gitana.

 

TANGO MIO*                                                                                              ARGENTINA

Serie: Arena (Jana Bokova, 1985, 52’)

«…senza il crepuscolo e le notti di Buenos Aires non ci sarebbe il tango…» (J. L. Borges).

Nato alla periferia e nei quartieri più emarginati di Buenos Aires, il tango argentino è l’argomento di uno degli “special” della serie televisiva “Arena” e illustra la storia di questo famoso ballo attraverso i suoi più grandi interpreti, poeti, ballerini e musicisti.

All’inizio del secolo il tango era il ballo tipico dei bordelli del quartiere del porto ma in seguito, con le sue interpretazioni e le elaborazioni di grandi poeti e scrittori, ha conosciuto una diffusione a livello mondiale particolarmente negli anni ‘30 e ‘40.

Il film cerca di esprimere il vero spirito del tango argentino ricercandolo nei luoghi dove è nato, lontano dagli sguardi dei turisti e dei ricercatori di facili esotismi. Jana Bokova ci racconta la magica storia del tango anche attraverso rari documenti d’archivio che ripropongono l’arte di personaggi ormai entrati nel mito come Carlos Gardel, Susanna Rinaldi e Maria Nieves.

 

SALSA: OPUS 1: NEW YORK*                                                                  USA

(Yves Billon, 1991, 52’)

La salsa nasce nella città più grande, più smisurata, più cosmopolita: New York. Nel cuore di New York il fenomeno della salsa ha forse realizzarto il vecchio sogno del generale Bolivar: unire sotto una stessa bandiera tutto il popolo latinoamericano. E’ nel Barrio, la Spanish Harlem, negli squatts, negli slums, nei quartieri desolati che la salsa ha piantato le sue radici, espandendosi poi verso il Bronx e Queens, seguendo il ritmo progressivo dell’emigrazione, impregnando tutta la città di un sapore latino. Il son e la vecchia rumba cubana dilagano nei viali di Manhattan. I marciapiedi surriscaldati del Barrio dove si ammassano tre milioni di portoricani sono scossi dai ritmi della bomba e della plena, mentre i dominicani sconvolgono Brodway con il loro merengue. La salsa a NewYork è una musica profondamente latina che ha permesso a tutti gli sradicati di rivendicare la loro lingua e la loro cultura.

 

LATIN JAZZ IN NEW YORK*                                                                   USA

(Isabelle Leymarie, Karim Akadiri Soumalia, 1991, 54’)

Daniel Ponce, Tito Puente, Carlos “patato” Valdez e i grandi interpreti sudamericani del jazz intervistati e in concerto a New York.

 

SEVEN NIGHTS IN NEW YORK CITY                                                     USA

(Tim May, 52’)

New York è il più ricco e concentrato insieme multietnico del mondo. Questo documentario mostra come gruppi di immigrazioni differenti hanno messo radici nei quartieri di Brooklyn, Queens e Manhattan e in che modo le loro diverse tradizioni musicali hanno influito sulla Big Apple con un arazzo di culture differenti.

L’attenzione è rivolta ad un gruppo rock greco, gli Annabouboula, che riescono a rendere particolari ballate tradizionali con influenze rock e blues; ad un musicista, fiorista coreano e ad una star della salsa dominicana, la cui enorme band ha per ospiti delle go-go girls. Nonostante le ampie performance dal vivo, “Seven Nights in New York City” non si limita a farci ascoltare la musica di ogni comunità, ma si spinge ad analizzare la vita nei sobborghi, la loro storia e i problemi quotidiani che gli emigrati devono affrontare.

 

X RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1992

 

WOODY GUTHRIE*                                                                                   USA

(Paul Lee, 1988, 60’)

Nato in Oklahoma nel 1912, Woody Guthrie, il “più polveroso dei mangiatori di polvere”, è morto a Brooklin State Hospital di New York nel 1967. La storia della sua vita, dalle frontiere alle città, è la leggenda americana del XX secolo. La sua fu la “Steinbeck generation” costituita da uomini che, sradicati dalla propria terra dalle tempeste di polvere degli anni ‘30, guidati da sogni di terre fertili sulla costa, presero treni merci verso l’Ovest solo per finire i loro giorni lavorando duramente nella raccolta della frutta nelle fattorie della California.

Il più celebrato brano di Guthrie, “This land is your land”, è una sarcastica risposta a “God bless the child” di Billie Holiday. Le interviste con Woody, nella sua poetica pronuncia strascicata di Oklahoma, con la sua famiglia e i suoi amici, ripropongono la cronaca della sua vita. Fu il folk revival degli anni ‘60 che vide Guthrie eletto come romantico eroe americano, stimato e amato da Dylan e Springsteen. Le molteplici scritture, vignette, quadri e poemi documentano la sua battaglia contro la grave malattia Corea di Huntington, che lo portò alla sua tragica disintegrazione nella pazzia che aveva colpito in precedenza sua madre.

 

ONE IRISH ROVER                                                                        IRLANDA

(Anthony Wall, 60’)

Per oltre due decenni van Morrison ha esplorato e miscelato insieme differenti stili musicali, creandone uno suo personale. Influenze blues, soul, country, jazz e di musica celtica tradizionale sono amalgamate insieme nel suo inconfondibile stile canoro e di compositore delle canzoni. Sulla collina delle Muse dell’Acropoli ateniese, duetta con l’altro più autorevole poeta del rock, Bob Dylan. Insieme cantano le quattro canzoni favorite di Van Morrison scritte da Dylan. Seduto in un patio del Mississipi, nel cuore della terra del blues, Van suona l’armonica con la leggenda vivente, John Lee Hoocker. A Copenaghen dirige la Radio Big Band danese, a Belfast canta con The Chieftains e a Londra ripropone la grinta del rhythm and blues degli anni ‘60 con Georgie Fame Band.

 

THE LONG NIGHT OF LADY DAY*                                                         USA

(John Jeremy, 90’)

Un documentario sulla vita e il lavoro di Billy Holiday, la cantante jazz americana. Il filmato include brani d’archivio dei suoi concerti, interviste con produttori discografici come Norman Granz e John Hammond, compagni di musica come Artie Shaw, Carmen McRae, Red Calendar ed amici; vasta anche la documentazione fotografica della cantante in vari momenti della sua vita dal 1915 al 1959.

 

BAMAKO BEAT. The Music of Mali                                                           MALI

Serie: Under African Skies  (Mark Kidel, 1991, 60’)

Il Mali ha una ricca tradizione musicale che risale al XIII secolo. Ma gli attuali musicisti compongono nuova musica attingendo da altre sorgenti musicali più moderne: il jazz, il rock, la salsa, il blues. Il filmato propone riprese e concerti dal vivo in night clubs, ristoranti, stazioni ferroviarie e nei giardini di Bamako. Sono inoltre ripresi alcuni nuclei familiari dei villaggi di Lafiabougou e Keyla e la musica di Tata Bambo Youyate, Kassemady Diabate, The Rail Band, Zani Diabate e la Super Djata Band.

 

I TAMBURI DEL BURUNDI*                                                         BURUNDI

UMUBUGANGOMA, L’arbre qui fait parler. Les tambours du Burundi

 (E. Pacull, 1992, 34’)

Le poliritmie del mitico ensemble Les Tamburinaires du Burundi divenute vessillo della musica, della danza e dello stato del Burundi.

 

THE LEFT HANDED MAN OF MADAGASCAR*             MADAGASCAR

(Jeremy Marre, 1991, 50’)

L’Uomo Mancino è l’orgoglioso ma povero leader di una famiglia di musicisti Hyra Gasy che si spostano con il loro vecchio autobus per suonare in onore degli spiriti ancestrali. Il gruppo interpreta alcune favole musicali a sfondo morale, in uso nel XIX secolo, con danze e acrobati.

Il regista Jeremy Marre e la sua troupe hanno vissuto con loro per molte settimane, viaggiando giorno e notte per raggiungere i luoghi di culto degli antenati e filmare i vari tipi di cerimonie a essi legate. I corpi degli avi sono trasportati dalle loro tombe sotterranee, si balla insieme a loro e spesso vengono loro offerti tabacco e liquori. Nel corso del film si è testimoni dei problemi quotidiani della famiglia Hira Gasy, il modo in cui combattono tutti i giorni per avere cura delle loro famiglie, curare le malattie e iniziare i giovani al culto degli avi. Il film è la storia di una settimana nella vita e nei viaggi di questa famiglia, raccontata attraverso il diario del leggendario Uomo Mancino (“Left-Handed Man”) che usa la sua saggezza per risolvere ogni problema.

 

GROOVE ZAIRE                                                                                         ZAIRE

Serie: Rhythms of the World (M. MacIntyre, 1990, 55’)

I ritmi dello Zaire con le loro potenti danze e il loro caratteristico stile, sono diventati popolari in tutta l’Africa. Il filmato esamina la storia della musica dello Zaire degli ultimi trenta anni con la collaborazione di un famoso cantante, Tabu Ley Rochereau, riconosciuto padre del ritmo chiamato soukous, di Kanda Bongo Man, re della danza kwassa kwassa, e di Ray Lema che combina la sua musicalità zairese con altre influenze, dai raga indiani agli assoli di chitarra stile Jimi Hendrix. Ormai stanziato a Parigi, Lema è stato fondamentale per lo sviluppo e la promozione della sua musica al di fuori dell’Africa.

 

SOURCES AND SORCERY*                                   INDIA/NEPAL/INDONESIA

(Jeremy Marre, 45’) Serie: Nature of Music

La serie “Nature of Music” firmata dal regista Jeremy Marre, mostra l’importanza che la musica ha sempre avuto in qualsiasi angolo del mondo. Molte società hanno creduto nelle “origini divine” della musica, e il filmato analizza il loro mondo spirituale, dall’India attraverso il Nepal fino alla Thailandia. Si assiste ai rituali di trance, danze di fanciulle che ballano sul fuoco ed esorcizzano gli spiriti maligni del loro villaggio e mostri mitologici che si combattono durante la notte. Sorprendentemente la musica del gamelan che accompagna questi eventi è stata utilizzata a Belfast come terapia per malati mentali e fisici. Il potere tradizionale della musica nell’aiutare e guarire è tuttora evidente. E’ possibile capire come la musica agisca sui nostri corpi e sulle nostre menti, attraverso la ricerca del neurologo giapponese Tsunoda sui suoni e la musica del Giappone contemporaneo.

 

MOVEMENTS IN TIME*                                                    INDIA/SPAGNA

(Jeremy Marre, 50’)

Il regista ha preso in esame diverse culture, proponendo con i suoi film delle interpretazioni uniche di alcuni tra i migliori improvvisatori del mondo, dalla musica medievale a quella barocca passando per il jazz, il blues, la musica tradizionale africana e indiana, mostrando il ruolo vitale che l’improvvisazione ha giocato nell’origine di tutte le musiche. “Movements in Time” nasce dalla domanda: «come si adatta la musica in tempi e luoghi differenti?» I gruppi sufi Qawwali arrivarono nei santuari indiani per fuggire alle persecuzioni, ma la musica “classica” indiana si è sviluppata in altri luoghi: in un palazzo accanto al lago di Udaipur, il grande suonatore di sarangi, Ram Narayan, improvvisa un raga. Dalle bellezze dell’India alla musica medievale di Spagna: nella Alhambra, Sinfonye suona la musica dei trovatori e Mario Maya e i suoi danzatori ballano il flamenco. Forse le origini del flamenco si trovano in India, dove il maestro Birju Maharaj insegna danza kathak e da altri flussi migratori derivano i ritmi della danza ispano-cubana dell’orchestra di salsa diretta da Eddie Palmieri, star della musica latina in scena a New York.

 

CHASE THE DEVIL.*Religious Music of the Appalachian Mountains       USA

Serie: Beats of the Heart (Jeremy Marre, 1982, 50’)

Sui monti Appalachi sopravvivono straordinarie forme di musica devozionale: come il rock’n’roll violento delle chiese bibliche o i battesimi sui fiumi, dove i credenti si consacrano alla loro religione. Con questo film compiamo un viaggio in una delle più ricche aree musicali del mondo, dai bar di Nashville fino agli ammaestratori di serpenti e i selvaggi eremiti degli Appalachi.

 

TUDO DA SAMBA*                                                                         BRASILE

Serie: Rhythms of the World (Anthony Wall, 1991, 55’)

Il Brasile, il più grande paese dell’America Latina, ha prodotto molti cantanti di talento, cantautori e musicisti. Durante il XVII secolo nella città di Salvador di Bahia furono riversati più di centomila schiavi africani; la loro lingua yoruba e la caratteristica percussione dei tamburi, divenne la base di uno stile musicale che si dice abbia preso il suo nome dalla parola angolana semba.

Combinata insieme ai toni più dolci della musica leggera portoghese, la samba ha portato i ritmi delle favelas e delle parate del carnevale alla ribalta delle maggiori città del Brasile. Il filmato di A. Wall propone concerti ed interviste con tre dei più acclamati musicisti del Brasile di oggi: Jorge Ben, Gilberto Gil, Caetano Veloso.

 

BLACK ON WHITE/WHITE ON BLACK*                                    Texas – USA

(Alan Governar, 1988, 20’)

Alex Moore è il leggendario pianista di blues alla cui vita e carriera è dedicato questo filmato. Nato nel novembre del 1899 nell’area di Dallas, è morto nel gennaio del 1989 mentre dormiva su un autobus cittadino. Figlio di un caramellaio, Alex ha lavorato come lustrascarpe e come lavapiatti in un ristorante fin dall’età di 10 anni, dopo la perdita del padre. Ha imparato a suonare il pianoforte guardando gli altri e suonando ogni qualvolta ne aveva la possibilità. Non avendo un’istruzione musicale, Moore ha sviluppato un caratteristico stile di improvvisazione che include elementi di blues, ragtime, barrelhouse stride e boogie-woogie. I suoi brani sono sia tradizionali che originali. Il film mostra la sua maestria al piano e una serata tenuta in suo onore al famoso Majestic Theater, la sua ultima apparizione in pubblico.

 

 

TEXAS STYLE*                                                                               Texas – USA

(Alan Governar e Pacho Lane, 1986, 28’)

Il film propone uno sguardo sulla cultura rurale del Texas e sulla musica tradizionale per violino suonata nelle sue contrade. Con ritmi vivaci e un accompagnamento per chitarra, lo stile del violino texano ha influenzato lo swing dell’Ovest e la musica country folk.

“Texas Style” analizza tre generazioni di violinisti della famiglia Westmoreland. Dal più anziano H.D. Westmoreland fino al suo giovane nipote Wes III, già un virtuoso dello strumento, il film segue l’evoluzione della tecnica violinistica in Texas. La differenza tra il ritmo di H.D., che adotta lo stile degli Appalachi e la complicata diteggiatura dell’interpretazione ritmicamente variata del nipote Wes, evidenzia lo sviluppo della musica texana per violino. Inizialmente il Texas fiddling si è sviluppato di supporto alle danze country, usando una ripetizione di ritmi e un limitato uso della diteggiatura adatto alla musica da ballo. In seguito il famoso violinista Benny Thomasson e i suoi contemporanei, hanno elaborato una tecnica per suonare il violino che enfatizza il movimento discendente dell’archetto e ne usano l’intero registro.

“Texas Style” ci porta nel Rodeo di Homecoming, al Reunion and Fiddling Contest a Gustine nel Texas dove si svolgono le corse di armadillo, le gare di sputo del tabacco, e del salto della rana. Sotto le tende di tela, alcuni dei più virtuosi violinisti texani, gareggiano sul palcoscenico per la delizia del loro pubblico.

 

MY NAME IS CELIA CRUZ*                                                                     CUBA

(Anthony Wall, 1988, 60’)

Celia Cruz è senz’altro il personaggio che più ha contribuito alla diffusione della musica salsa in tutta l’area caraibica e alla conseguente penetrazione prima negli Stati Uniti e in seguito in tutto il mondo. La musica salsa è un insieme di stili musicali differenti, nel quale però si può riconoscere la musica africana, quella ispanica e quella creola, il tutto stemperato da una forte presenza del jazz latino. Da tutto questo nasce la musica di Celia Cruz, che meglio di chiunque altro ha saputo interpretare lo spirito e la creatività. Il film segue l’artista nella sua vita quotidiana prima, durante e dopo i concerti, proponendo un ritratto della cantante attraverso interviste agli amici di sempre e ai musicisti che la accompagnano.

 

J’AI ETE AU BAL*                                                                          Louisiana – USA

Serie: Rhythms of the World  (Les Blank, 1989, 80’)

Vincitore del premio Oscar, il regista Les Blank intraprende un viaggio nel cuore del sud ovest della Louisiana ed esplora la ricca tradizione della musica cajun e zydeco. Il film presenta artisti come Denis McGee, Queen Ide, Canray Fontenot, Dewey Balfa e il re della musica creola Clifton Chenier. Attraverso reminiscenze, rare fotografie d’archivio e antiche incisioni, Blank traccia la storia di questi due stili musicali. Racconta degli insediamenti dei francesi che esiliati dalla Nuova Scozia nel XVIII secolo, portarono la loro musica in Louisiana; dal contatto con i ritmi dei neri creoli, si è creato il sound cajun e zydeco.

 

AN ARGENTINIAN JOURNEY. The Gaucho and the Pampas*     ARGENTINA

(Jana Bokova, 60’)

La regista Jana Bokova ha fatto un lungo viaggio attraverso l’Argentina, paese straordinariamente ricco di tradizioni e di molteplici eredità musicali, ma che rimane relativamente sconosciuto al di fuori dei suoi confini. La storia inizia appena sotto Buenos Aires, nelle pampas. Questa vasta regione di pianure è la terra del gaucho, il cow-boy della pampa argentina, simbolo dell’identità argentina. Nei tempi moderni il gaucho sembra essere più una figura da leggenda che reale, ma ad appena poche miglia di distanza dalle capitali argentine, a Lobos, a San Miguel del Monte, uomini e cavalli mantengono viva questa tradizione. Con chitarra e canzoni i gauchos continuano a raccontare storie sulla loro vita, sui loro cavalli e sulla loro terra.

 

XI RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1993

 

 

TURNIM HED. Courtship and Music in Papua New Guinea* PAPUA NUOVA GUINEA

(James Bates, 1992, 52’)

Negli altipiani della Papua Nuova Guinea, una donna sceglie il suo uomo non dall’apparenza, la ricchezza o la personalità, ma sulla qualità del suo modo di cantare. Di conseguenza i ragazzi impiegano molto del loro tempo a comporre canzoni, e preparandosi per il corteggiamento rituale del “Turnim Hed” (pidgin anglo-melanesiano per “turning head”), in cui si adornano di penne d’uccello, pitture e conchiglie, e cantano alle ragazze che indicano il loro apprezzamento ruotando le teste con il miglior cantore. Oltre alla musica di corteggiamento, il popolo Chimbu impiega il canto e il suono del flauto in gran parte degli aspetti della vita quotidiana e rituale. Hanno canti di battaglia e canti di lavoro, le donne cantano agli spiriti della montagna per chiedere la pioggia per il loro raccolto, lunghi messaggi sono espressi in vocalizzi attraverso le vallate, e paia di grandi flauti sono suonati per segnalare che il clan è pronto a macellare i maiali in un rituale noto come “Bolma Ogu”. Il punto culminante del matrimonio Chimbu è una sessione notturna di canti d’insulto tra le donne dei due clan, che generalmente culminano in una rissa.

In “Turnim Hed” la musica emerge seguendo le prove di un giovane, Kube, che persegue la sua sposa Anna che, in accordo con la tradizione, viene da un clan rivale stanziato sulla montagna. In tutto ciò che ha uno sviluppo come se fosse una reale “West Side Story” etnografica, Kube vince Anna cantandole al “Turnim Hed”, poi va incontro a problemi quando il suo clan richiede più maiali per la sua dote di quanto Kube possa ottenere dai suoi genitori.

 

VOIX DE TETE, VOIX DE POiTRINE*                                         SVIZZERA

(Hugo Zemp, 1988, 23’)

 

A Muotatal, piccola valle della Svizzera centrale, si pratica lo youtse, variante locale di un canto tradizionale alpino caratterizzato per la rapida alternanza di voce di petto e voce di testa, conosciuto dopo il XIX secolo con il nome di “yodel”. Nel dialetto svizzero tedesco di Muotatal, i canti del repertorio tradizionale sono denominati juuz (scritti in svizzero romando youtse), o con il diminutivo di juuzli. La parola yodel è legata alle attività dell’Associazione federale degli yodleurs, la cui ideologia ha profondamente mutato i valori estetici dei cantori.

Il filmato mostra le caratteristiche musicali degli youtse di Moutatal, le loro trasformazioni in rapporto ai canti folklorici ufficiali, così come i loro legami con la musica strumentale.

 

BERCEUSE AKA*                                                   REP.CENTRAFRICANA

(Alain Epelboin, 1988, 6’)

Nel villaggio pigmeo di Akungu nella Repubblica Centrafricana, un padre aka tiene suo figlio tra le braccia e intona una ninna nanna per calmarlo. I suoi figli, i fratelli e i cognati riprendono i canti polifonici, mentre la madre e le altre mogli si occupano degli affari domestici. Un breve documento, senza commento parlato, con un taglio rigoroso, che mostra il ruolo delle espressioni vocali all’interno del piccolo villaggio.

 

ZAP MAMA*                                                                                    BELGIO/ZAIRE

Serie: Rhythms of the World (Violaine de Villers & Denise Vindevogel, 1992, 52’)

Nel giro di pochi anni questo quintetto vocale “a cappella” delle Zap Mama, tutto al afemminile è riuscito a conquistare l’attenzione del pubblico europeo. Le componenti, alcune belga, altre zairesi, raccontano le loro esperienze personali, come è nato il loro repertorio così ricco di influenze della cultura musicale dello Zaire e il loro modo di allestire uno spettacolo. Il filmato si snoda tra interviste alle cinque cantanti e brani di concerti, il tutto con la “presenza” partecipe delle due registe.

 

DISOUMBA: LITURGIE MUSICALE DES MITSOGHOS DU GABON CENTRAL*      GABON

Disoumba: Liturgie musicale des Mitsogho du Gabon central (Pierre Sallee, 1969, 52’)

Al momento dei riti di iniziazione della Confraternita di Bwété, in Gabon, i Mitsogo cantano le origini e si accompagnano con l’arpa riuale, con l’arco musicale e con i tamburi. Dopo un canto iniziatico e un preludio musicale con l’arpa, le danze rituali vengono eseguite su un ritmo vorticoso dato da travicelle percosse e da tamburi. Al mattino, i riti notturni lasciano il posto a dei divertimenti carnevaleschi ai quali partecipa tutto il villaggio. Due ragazzi vengono iniziati nel corso di due riti di passaggio: la discesa del fiume mitico, poi la permanenza nei limbi e la rinascita ai piedi dell’albero della vita. Un classico del documentario etnomusicale, che mostra come rituali e musica scandiscano le fasi e i passaggi della vita di ogni uomo.

 

KLEZMER: FIDDLER ON THE ROOF*                                                    USA

(Simon Broughton, 1989, 52’)

La musica klezmer è musica tradizionale da ballo degli Ebrei dell’Est europeo, suonata soprattutto ai matrimoni, alle celebrazioni, nei mercati, ma spesso identificata con quella degli Ebrei Ashkenaziti abitanti negli Stati Uniti. La rinascita della musica klezmer è legata al tentativo di personalizzare la propria eredità culturale da parte degli Ebrei americani, e la musica yiddish è la soluzione perfetta in quanto conserva la cultura ricca e vibrante delle zone rurali. In Europa orientale, i musicisti klezmer erano musicisti professionisti legati alla musica folk ebrea. Una delle immagini popolari più diffuse è quella di bande itineranti con toppe sui vestiti, che si trascinano gli strumenti sulle spalle da sobborgo a sobborgo in cerca di un pasto caldo. Questo è vero solo in parte: più spesso i musicisti erano stanziati in una particolare città e lavoravano sull’intero territorio intorno a questa, nello stesso modo in cui i musicisti contemporanei suonano ai matrimoni ebrei, per esempio a New York, lavorando poi per l’intera area cosmopolita.

Il filmato, partendo dalla diaspora degli Ebrei negli Stati Uniti d’America, mostra immagini di repertorio di gruppi musicali dei primi decenni del secolo con un commento sulla storia dell’insediamento degli Ebrei a New York, con interviste a musicisti ed insegnanti yiddish impegnati nel recupero della musica klezmer, suonata in contesti sociali come matrimoni, feste, celebrazioni religiose, ma anche al centro dell’interesse di alcuni musicisti del jazz contemporaneo. Esibizioni di Don Byron, Frank London, The Klezmatics e di altri esponenti di questa vitalissima musica.

 

DANSE M’BALI*                                                                            CAMERUN

Danza acrobatica a Douala (Yves Blanc, 1992, 8’)

Originaria della grande foresta equatoriale, la danza m’bali rappresenta una lotta tribale, riportata dal popolo Béti nel caos urbano di Yaoundé nel secolo scorso. Nel quartiere di Etoudis, viene ripresa una festa con questo particolare tipo di danza che, in altre latitudini, viene chiamata break dance. Un breve filmato, con intervista ad un membro del gruppo di danzatori, il quale afferma che i loro antenati non conoscevano le discipline europee come il judo, il karate o altro, quindi utilizzavano questa danza per allenare il proprio fisico al di fuori della lotta e in seguito è divenuta un mezzo per animare le riunioni sociali, soprattutto celebrazioni religiose, matrimoni, battesimi. La danza era dunque un modo di stare insieme divertendosi e socializzando. Quando i Tedeschi, insieme ad alcuni evangelizzatori, sono arrivati nel Paese, si sono serviti di questa danza per tentare di riunire gli abitanti e di avvicinarli quindi alla loro dottrina religiosa. Era così che dopo la messa, alle 3 di ogni domenica, si praticava la danza m’bali.

Nel filmato un gruppo di ragazzi e uomini si esibiscono nella danza acrobatica m’bali, al ritmo frenetico dei tamburi suonati dagli altri abitanti del villaggio. Una danza alla quale partecipano sia donne che uomini, i quali, disposti tutti in cerchio, si alternano al centro per esibirsi in questo ballo dalle antiche origini.

 

AIRS EN TERRE BERBERE (I): VIBRATION EN HAUT ATLAS*          MAROCCO

(Izza Genini, 1992, 26’)

Sulla catena montuosa dell’Alto-Atlante in Marocco, partendo da un sentiero sinuoso verso la valle delle Ait Bouguemez, le tracce di vita moderna si dissolvono per lasciare l’uomo solo a fronteggiare il cielo e la terra, senza intemediari. L’acqua è l’elemento intorno al quale si originano i gesti essenziali della vita. Spontanea o interpretata, la musica esprime naturalmente questo universo primordiale dove i canti delle donne accompagnano ciascuna delle loro azioni quotidiane. Il flauto e il tamburo sono i soli strumenti che gli uomini utilizzano, in particolare quando scende la sera e gli abitanti del villaggio si ritrovano per danzare adersi, la danza che richiama il ciclo cosmico.

 

KHALED*                                                                                        ALGERIA

(Jean-Paul Guirado, 1993, 55’)

Per Khaled la cosa più importante è mostrare come la musica sia il percorso migliore per giungere alla conoscenza di una cultura, specialmente se, come in questo caso, si dispiega in un teso dialogo tra tradizione e modernità. Le tradizioni sono quelle di un cantante nato in Algeria, un misto di poesia mediterranea e intransigenza islamica; quelle del peso della famiglia, la violenza dei tabù, la modestia dei sentimenti; quelle delle funzioni e dei giorni di una società i cui freni sono duri a morire. La modernità è la resistenza ai fondamentalismi religiosi, la liberazione delle donne, la difesa della democrazia. Tutti questi temi circolano nelle canzoni di Khaled e il film intende mettere in evidenza in particolare tre aspetti: l’itinerario personale del cantante, il suo lavoro musicale sul palco e in studio; e, come un eco, il mondo di cui parla e che cerca di toccare con bellezza e gesti poetici.

La storia di Khaled, universalmente riconosciuto come il “Re della musica rai”, oggi diviso tra Parigi, New York, Tokyo, Bombay, Londra…tra gli applausi entusiastici che suscita nelle nuove generazioni. Ad Orano, dove è nato agli inizi dell’indipendanza algerina, Khaled è ormai un mito: la gente letteralmente si immedesima nelle sue incisioni, come alcuni anni fa quando, proprio all’inizio, ha portato energia ed “elettricità” al rai tradizionale.

Il film, seguendo l’itinerario del cantante, il suo lavoro musicale, sul palco e in studio di registrazione, riporta la testimonianza dello spettacolare e inaspettato successo internazionale di Khaled che canta nelle sue canzoni l’inquietudine e la voglia di cambiamento dei giovani magrebini, l’amore e la poesia della vita.

 

KHALED                                                                                          ALGERIA

(Laurant Allaire, 1993, clip 3’)

L’interpretazione di tre canzoni, riprese da altrettanti concerti del noto musicista algerino.

 

LA RIME ET LA RAISON*                                                             FRANCIA

(Francis Guibert, 1992, 52’)

Parigi, Saint Denis, Marsiglia, Bordeaux, Strasburgo….l’hip hop francese in tutti i suoi aspetti. Rappers, Toasters, Grafici, Ballerini: l’arte e la maniera della “bombe” e della “tchache”, il senso dei movimenti e del ritmo. Crogiolo culturale, ribellione sociale e individuale, il rap francese sarà in grado di tener fede alla sua ambizione di diventare il punto di riferimento di una generazione che non vuole più non essere considerata. Il movimento rap è un movimento d’espressione basato sulla forza creatrice dell’immaginazione; brucia le tappe. Si fa forte, sempre più forte, traduce le più piccole impressioni in parole d’oro, sa interpretare un argomento divertente o drammatico. Massilia Sound System, Puppa Leslie, Criminal Fax, M-Widi e altri rappers in concerto o intervistati nei loro luoghi “d’azione”, per un documentario teso ad approfondire la nascita e lo sviluppo di questa nuova forma di protesta tutta incentrata sulla parola e la musica.

 

BEST OF THE RHYTHMS OF THE WORLD*                                                     

(AA.VV. 1988/92, 52’)

Puntata antologica di una delle più fortunate e premiate serie televisive della BBC. L’obiettivo dichiarato è quello di fare il punto sul fenomeno della cosiddetta world music e sul paradosso culturale e politico ben rappresentato da queste musiche: da un lato la progressiva omogeneizzazione delle culture mondiali e la loro vertiginosa circolazione, dall’altro, e contemporaneamente, l’affermazione sempre più in crescita di identità regionali specifiche, sempre più numerose. Spezzoni di concerti con Toure Kunda, Muddy Waters, AliFarka Toure, Nusrat Fateh Ali Khan, Caetano Veloso, Cui Jan, Celia Cruz, Bob Marley, Don Cherry, Shankar e altri artisti. Da segnalare l’esibizione dei Rolling Stones insieme ai marocchini di Jajouka.

 

GILBERTO GIL*                                                                             BRASILE

(Frank Hamly e Tim May, 1990, 55’)

Gilberto Gil cominciò a suonare quando era ragazzo a Bahia, nel nord-est brasiliano. Dai giorni della tratta degli schiavi, Bahia ha conservato una forte identità africana, riscontrabile nella sua religione, nei suoi festivals e nella sua musica. Questa influenza è alla radice della sonorità di Gilberto Gil, che l’ha quindi ampliata sia usando differenti ritmi brasiliani sia esplorando la musica dei Beatles, dei Rolling Stones e di Bob Dylan. Alla fine degli anni ‘60, la sempre più crescente natura politica delle sue canzoni, lo ha portato a scontrarsi con le autorità del suo paese e quindi a dover scegliere l’esilio a Londra. E’ tornato in Brasile negli anni ‘70 e ha trovato nuove ispirazioni in musiche come il reggae e il funk. L’ultimo lavoro mostra la vasta gamma della sua curiosità musicale che comunque conserva un caratteristico feeling brasiliano.

Uno dei miti della musica brasiliana si racconta; tra interviste e riprese del memorabile concerto, per qualità ed entusiasmo del pubblico, al London’s Empire Ballroom.

 

NEW AGE                                                                                         FRANCIA

(Yves Blanc, 1993, 52’)

La new age è considerata una musica senza rotture, inafferrabile, ma è anche molto denigrata. Ha l’ambizione di riconciliare musica e spiritualità. E’ un fenomeno paradossale: da una parte i musicisti rifiutano il genere e accusano le case discografiche di un nuovo colpo commerciale, dall’altra il pubblico sembra impercettibile, come un gruppo di iniziati che si passa le “dritte”, ai margini dei media e del business musicale. E in tutto questo, la new age viene considerata un genere confidenziale; pertanto si vende enormemente negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone ed è uno dei generi musicali che si vende di più al momento. La new age, lo swing dell’anima? O una cospirazione di imbroglioni?

I maggiori esponenti della musica new age si raccontano tra interviste e brani tratti da concerti. Le performances di Claude Challe, del musicista giapponese Kitaro, della cantante Enya, del gruppo newyorkese dei PM DOWN si intrecciano alla filosofia musicale degli indiani d’America, rappresentata da Cody Three e Carlos Nakai, recentemente riscoperta anche dall’uomo bianco. E ancora le testimonianze di Andreas Vollenweider, che con la sua arpa svizzera è un fenomeno alquanto atipico nel panorama di questa musica, di Sainkho, cantante difonica originaria del Tuva (Siberia) e del musicoterapeuta Dominique Bertrand, che, oltre a dar vita ad un coro armonico nella Chiesa di Notre Dame du Liban a Parigi, lavora in particolare con persone affette da tumori, facendole partecipare a sedute di musicoterapia.

 

TRANSE                                                                                                                  

(Jean-Jacques Flory, 1992, 52’)

Da qualche anno, una nuova forma di espressione corporale e musicale ha invaso l’Europa; si tratta dei rave party, giganteschi assembramenti di gente che si dimena sullo stesso ritmo ripetitivo, incalzati da giochi di luce colorati dei disc-jockey, in uno stato che può essere definito di trance.

I disc-jockey sono diventati i loro grandi ispiratori, nuovi sciamani che fanno “levitare” il pubblico. Queste forme di transe, praticamente scomparse dall’orizzonte europeo dopo il Medio Evo, sotto le pressioni della Chiesa cattolica che le ha messe al bando come pratiche sataniche, sono rimaste molto vitali in altri Paesi.

Il filmato mostra le attuali forme di transe tuttora esistenti nel mondo: i tarantolati del Sud Italia, che lottano contro l’effetto immaginario del veleno del ragno da cui prende il nome. Al suono di tarantelle, si abbandonano ancora oggi a questo rito. Le transes della Pentecoste americana hanno dato vita ai Gospel delle Chiese protestanti americane, dopodiché sono apparsi il jazz e il rock. Il modo ripetitivo è una tecnica vecchia quanto il mondo: genera delle vibrazioni interne che conducono all’estasi. Queste celebrazioni si ritrovano in tutto il mondo, sia in una piccola chiesa russa, dove i praticanti danzano su tappeti di brace ardente, sia in Africa del Sud, al centro dei riti di iniziazione per le ragazze, sia nel cuore dell’Amazzonia, nelle case degli indigeni Plaros; a Cuba o in Brasile, nel candomblé, si scoprono cerimonie dove le transes sono considerate come un cammino verso il sacro. Dall’origine dell’uomo, gli sciamani con l’aiuto del ritmo, delle droghe o dell’alcool, inducono la transe che diviene, in questi casi, terapeutica e curativa. A Formosa e in Amazzonia, scopriamo due medici che, a 30.000 km di distanza l’uno dall’altro, praticano dei riti molto simili. Infine in Marocco, in Etiopia, in Brasile, è possibile vedere degli esempi di “terapie” sostenute dalla transe.

 

RAJASTAN – MUSIQUE DU DESERT*                                                      INDIA

(Agnés Nordmann e Yves Billon, 1992, 52’)

Il Rajastan è una terra arida e colorata al tempo stesso, nella quale la straordinaria vitalità della tradizione si mantiene legata a quei modi di pensare e di vita ancestrale della comunità rurali. All’interno di queste, le trasformazioni avvengono molto lentamente, per assorbimento del passato.

La musica popolare è fondata sull’arte sottile dell’improvvisazione….. “Ogni esecuzione musicale è la creazione di una nuova composizione, anche se cantata e suonata da secoli e secoli”.

Un documentario dove la musica è protagonista assoluta, in diversi contesti sociali e non, dall’inno alla pioggia all’incantatore di serpenti, dai musicisti e gli acrobati erranti di villaggio in villaggio ai matrimoni nelle piccole comunità.

 

BENARES – MUSIQUE DU GANGE*                                                         INDIA

(Yves Billon, 1992, 70’)

Benares, secondo alcuni, è la più antica città del mondo, quadrivio di tutte le culture dell’India e importante luogo di pellegrinaggio da 2500 anni. Ustad Bismillah Khan è un musicista eccezionale; ispirato alle tradizioni musicali indiane, ne mantiene rispettosamente le forme classiche. E’ riuscito sorprendentemente a trasformare lo shenai, una specie di oboe per anni relegato al ruolo di modesto strumento di accompagnamento nelle processioni, in un veicolo solista per suonare un’opera universale, ispirata, senza compromessi.

 

MUSIQUES DE MONGOLIE*                                                        MONGOLIA

(Henri Lecomte e Yves Billon, 1993, 52’)

La grandezza dei paesaggi della steppa, del deserto e delle montagne: immensi branchi di yaks, cavalli e cammelli che pascolano presso le corti; la diversità e l’originalità della Mongolia si ritrovano nella sua musica. Cantori difonici, capaci di emettere due note alla volta, che si accompagnano con vielle dal manico a testa di cavallo, melopee di giovani cavalieri sulle loro montature, melodie nostalgiche di allevatori di animali nel sud del paese, assoli di dombra (piccolo liuto) degli ultimi cacciatori d’aquile delle montagne dell’Altai, virtuosismi vocali della tribù dei Ouriankhai celebrati per i loro “elogi all’Altai”, canti di sciamani o di comunità buddiste.

Oltre agli aspetti musicali, il filmato documenta come, dopo 60 anni di comunismo, la Mongolia si sia aperta verso l’esterno rivelando i tesori di una cultura multi-millenaria. Nell’immensa steppa della Mongolia su una popolazione di 2 milioni di abitanti, la metà conduce tuttora, dopo secoli, la stessa vita degli allevatori nomadi. Riacquistata una propria autonomia, i Mongoli celebrano e festeggiano, di nuova con i loro canti, il ricordo di Gengis Khan, unificatore della nazione mongola.

 

 

XII RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1994

 

 

INITIATION A LA DANSE DES POSSEDES                                              NIGER

(Jean Rouch, 1948-9, 22’)

Realizzato durante una spedizione etnografica nel bacino del Niger nel 1948-49, questo film ci introduce al rituale d’iniziazione di una giovane ragazzaa songhay di Tillabèri (Niger), con la danza di possessione per Kirey, il genio della folgore. La macchina da presa di Jean Rouch segue lo svolgersi della festa religiosa che durerà sette giorni e che ha come scopo di iniziare la giovane Zama alla danza di possessione. Questa giovane donna, malata da mesi, è posseduta da uno spirito. Alla fine della cerimonia, durante la quale le altre donne del villaggio già iniziate le insegneranno i passi della danza rituale, Zama sarà guarita: ovvero sarà in grado di controllare il suo stato di possessione e di entrare in contatto con lo spirito che alberga nel suo corpo soltanto quando le sarà richiesto dalle autorità religiose della comunità. Dai villaggi vicini, a bordo delle piroghe, giungono tutti coloro che fanno parte della comunità dei posseduti per partecipare alla danza e per testimoniare l’avvenuta guarigione della giovane.

 

SIGUI 1967: L’INCUDINE DI YOUGO                                                       MALI

Sigui 1967: L’enclume du Yougo (Jean Rouch, 1967, 38’)

Inizio delle feste di Sigui. Gli uomini, rasati e vestiti con i costumi tradizionali di Sigui, entrano sulla piazza pubblica ballando la danza del serpente. Onorano così le terre dei grandi morti degli ultimi sessant’anni.

 

SIGUI 1968: I DANZATORI DI TYOGOU*                                                MALI

Sigui 1968: Les danseurs du Tyogou (Jean Rouch, 1968, 27’)

Secondo anno a Sigui. Al villaggio di Tyogou, gli uomini preparano e berretti e i completi tradizionali di Sigui. Dopo partono in processione verso i luoghi degli antichi villaggi per tornare poi a ballare sulla piazza pubblica. Il giorno successivo, nella caverna delle maschere viene posta sulla parete una nuova maschera, più grande, a chiusura delle cerimonie.

 

SALSA OPUS 3. PUERTO RICO, THE ISLAND OF SONG*         PORTORICO

(Yves Billon, 1991, 52’)

Porto Rico è la terza tappa del viaggio di Yves Billon, su e giù per l’America, alla ricerca delle radici e dell’evoluzione di una musica esplosiva, in cui i ritmi africani si fondono con l’eredità musicale spagnola: la salsa. Tutti gli anni, i villaggi portoricani organizzano feste religiose con i migliori gruppi di salsa del momento, in amichevole ma costante competizione fra loro. E tutti ballano fino all’alba sulle spiaggie, mentre il suono delle brass bands si fonde con il frangersi delle onde e il ritmo delle percussioni. San Juan è ormai il puù grande mercato per la musica caraibica, e le bands e i cantani che riescono ad affermarsi qui divengono in breve star internazionali. Nel film di possono vedere in azione alcuni nomi ormai leggendari della salsa-music: Ismael Rivera, La Sonora Ponceña e El Gran Combo de Puerto Rico.

 

LA RUMBA*                                                                                                ZAIRE

(Olivier Lichen, 1992, 52’)

Un documentario che traccia la storia di questa danza popolare africana. Da Kinshasa a Brazzaville, fra le due sponde del fiume Congo, la rumba è diventata la musica che accompagna la vita della gente del Congo e dello Zaire. Le canzoni narrano la loro storia e sono l’eco della vita dei cittadini di giorno in giorno. Alcuni titoli hanno decretato la nascita dell’Africa moderna, come la famosa “Indipendence Cha Cha” cantata da Joseph Kabasellé negli anni ’60. Queste figure sono evocate attraverso le immagini d’archivio della televisione congolese e zairese. Confondendo il rumore del quotidiano all’emozione del ricordo, si ascolta la voce ardente della rumba.

 

LE PORT DES AMOURS*                                                               ALGERIA

(Jacqueline Gozland, 1992, 63’)

La settuagenaria Reinette L’Orenaise, ebrea nata in Algeria, è l’ultima depositaria della tradizione arabo-andalusa che affonda le proprie origini nel XV° secolo. Cieca dall’età di due anni, grazie ad una forza di carattere indomabile e a doti musicali fuori dal comune, riesce ad affermarsi come una delle più belle voci del Nord Africa. In concerto (al New Morning di Parigi) o durante le sue interviste, la diva della canzone arabo-giudea, ricorda che la musica è il suo rifugio vitale e il rimedio contro la lacerazione provocata dell’esilio. Reinette L’Orenaise apprende il braille e ad impagliare le sedie. Il famoso cantante e maestro classico Saoud Madioni (o Saoud l’Orenais) le insegna, mentre è ancora adolescente, a cantare e a suonare il liuto. Un giorno dirà di lei con affetto e rispetto: “Ella vede tutto, anche quando io sorrido a una donna.” Fu poi deportato dai Tedeschi e Reinette non lo rivede mai più. Nel 1961 ha dovuto lasciare l’Algeria; una ferita incurabile, che la fa reagire con veemenza quando le si prospetta un eventuale concerto nel suo paese natale.

Nel filmato vedremo il compositore algerino Safy Boutella rendere omaggio a questa madre spirituale, che ancora perpetua il repertorio popolare e un’eredità classica plurisecolare. La regista Jacqueline Gozland, anch’essa ebrea, ha cercato di fare di Reinette non un ritratto convenzionale, ma di dare un approccio puramente musicale; l’interesse non era quello di ricostruire le tappe della vita della cantante, per quello si è accontentata di quei passaggi durante i quali Reinette ha detto che la sua vita si è svolta lentamente. Quanto agli amori eterni invece, questi sono dati dall’incontro con due talenti, testimoniato dalle foto che ha sul piano: quella di Farid El Atrach e di Samia Gamal, nascosti a causa del loro pensiero politico. Tanto più che il film è stato girato mentre si svolgeva ad Algeri il Congresso palestinese.

 

ROCK VAUDOU*                                                                            HAITI/USA

(Patrick Glaize – Charles Najman, 1991, 16’)

Un breve documento sul gruppo BOUKMAN EKSPERYANS, considerato il portavoce della rivolta del popolo haitiano contro la dittatura dell’esercito. Costretti all’esilio negli Stati Uniti, continuando la loro azione di protesta e divulgazione delle condizioni di oppressione in cui vivono i loro conterranei. La musica, ritmata, ballabile e gioiosa, come veicolo di rivolta sociale.

 

RETOUR EN AFRIQUE*                                                                SENEGAL

RITORNO IN AFRICA “Archie Shepp a Saint-Louis in Senegal”

(Frank Cassenti, 1993, 49’)

Quarto episodio realizzato dal cineasta francese sul musicista jazz Archie Shepp. L’amicizia e la collaborazione tra i due si è talmente consolidata, che insieme hanno deciso di approfondire questa ricerca cinematografica e musicale al tempo stesso. Per il sassofonista di colore, simbolo delle battaglie musicali (free jazz) e sociali (black power) degli anni ‘60, il sogno diventa finalmente realtà: tornare alle radici più profonde, visitare l’Africa. Dell’Isola di Gorè, santuario dello schiavismo, à Saint Louis del Senegal, Archie Shepp incontra gli africani e ritrova le tracce delle sue origini. Al momento di ripartire il musicista dedicherà un concerto in omaggio a Battling Siki, primo campione del mondo africano, originario di Saint-Louis, assassinato a New-York negli anni trenta. Al fianco di Archie Shepp si ritroverà il grande batterista Roy Haynes, il pianista Horace Parlan, e il contrabbassista francese Michel Bénita.

 

SPREAD THE WORLD: THE PERSUASION*                                           U.S.A.

(Fred Parnes, 1994, 70’)

THE PERSUASIONS hanno cantato “a cappella” (musica vocale senza accompagnamento strumentale) per più di 30 anni. Sono migrati al nord dalle loro città natali nel sud degli Stati Uniti per incontrarsi a Brooklyn, New York, nei primi anni ’60 e hanno cominciato la loro carriera cantando agli angoli delle strade, ai cocktail e ai doo-wop shows. Si sono conquistati il primo contratto con una oscura etichetta della East Coast, la Catamount Records, che ha edito il loro album di debutto, nel 1964, “Stardust”. Abbastanza stranamente, il loro colpo di fortuna è arrivato quando il musicista rock Frank Zappa, un fanatico del doo-wop e del R&B, li ha sentiti cantare e li ha quindi segnalati alla Straight Records, sovvenzionata dalla Warnes Bros. Sebbene abbiano registrato un solo album, “Acappella”, per Zappa, la loro carriera ha cominciato a funzionare sul serio. Dopo aver firmato nel 1971 con la Capitol Records, hanno realizzato tre dei migliori album di tutti i tempi: “We Came To Play”, “Spread the Word” e “Street Corner Symphony”.

Queste tre incisioni hanno consolidato THE PERSUASIONS come gli incontrastati re del cantare “a cappella”; hanno proposto canzoni di artisti tra i più diversi quali Curtis Mayfield, Bob Dylan, Sam Cooke, The Temptations, Joe South e Roger & Hammerstein.

Non è mai stato importante per loro a quale genere o stile appartiene una canzone. Come cantante leader, Jerry Lawson ha detto: “Non credo nelle categorie, mi piacciono tutti i tipi di musica: Brook Benton, gospels, blues, Frank Zappa, anche se facciamo “I woke up in love this morning”, una canzone che ho sentito sul programma ‘The Partridge Family’ alla televisione, è tutta musica. Datecela e la rifaremo in stile Persuasions”.

In realtà, la rigida categorizzazione della musica, ha limitato la band nell’acquisire una maggiore celebrità; tutto ciò nonostante abbiano sostenitori musicali del calibro di Tom Waits, Keith Richards, the Neville Brothers, Frank Zappa, Joni Mitchell tra i tanti.

Come ha spiegato il ‘tenore’ Joe Russell, «qualche volta la gente non può neanche trovare i nostri dischi. I negozi non sanno dove metterci – nel rock, folk o R&B, così finiamo nella sezione ‘Oldies’. Noi siamo molto di più che un sentimento di nostalgia, ma il business non ha mai saputo cosa farsene di noi, perche siamo “a cappella”».

I loro album hanno raccolto entusiastiche recensioni da ogni genere di giornalista. La rivista Rolling Stone ha detto del loro album “Chirpin” che è uno dei migliori cento dischi degli interi anni ’70. Sebbene non abbiano mai venduto in grandi quantità, THE PERSUASIONS si sono guadagnati un solido pubblico riempiendo una media di 200 sale da concerto in un anno, negli ultimi trent’anni.

Ma non hanno registrato solo albums. Sono stati ingaggiati da Joni Mitchell per il suo tour mondiale e il disco live che è stato tratto da quel tour. Lo stesso è successo con Paul Simon. La loro versione di “Papa Ooh Mow Mow” fa parte della colonna sonora di “E.T. l’extra terrestre” diretto da Steven Spielberg. Hanno inoltre preso parte ad alcuni film e al cortometraggio di Spike Lee “Spike Lee and Company Do It Acappella”. Oltre ad aver inciso 14 albums, hanno fatto tournées mondiali toccando tutti i continenti e suonando nei più prestigiosi teatri del mondo così come nei night clubs o ai dinner party. Escono sul palco, abbozzano dei passi di danza e il luogo del concerto se ne cade di applausi, per un’ora e mezzo di emozionante soul “a cappella”. Sono veramente un tesoro nazionale e con la realizzazione di questo film sperano di “diffondere la parola” per tutti coloro che si sono persi questo fenomeno musicale.

 

THE LAST KLEZMER: LEOPOLD KOZLOWSKI, HIS LIFE AND MUSIC*                 POLONIA

(David Notowitz e Oren Rudavsky, 1994, 84’)

La voce narrante di Yale Strom, anch’egli musicista klezmer, traccia un ritratto di Leopold Kozlowski, l’ultimo rappresentante di quei klezmorim’ della vecchia tradizione in Polonia, ancora attivo sulla scena della musica klezmer. Fino a circa cinquant’anni fa, la Polonia aveva migliaia di klezmorim’ tra i suoi tre milioni e mezzo di ebrei. Tutto ciò che rimane oggi è l’incredibile storia di Leopold. Cresciuto in Ucraina in una famiglia di musicisti klezmer, dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stato per 23 anni il direttore dell’Orchestra Sinfonica Militare polacca, finchè non è stato “silurato” nel 1968, durante una campagna anti-semita. Ha poi fondato un gruppo musicale di Zingari con i quali ha viaggiato per mezzo mondo diventando poi il direttore dello Yiddish State Theatre a Varsavia. Nel film torna a rivedere la sua casa dopo 50 anni e si percepisce la sensazione di paura ed apprensione che prova. Un viaggio verso un’infanzia felice ma anche verso i luoghi dove i suoi genitori e suo fratello furono assassinati e Leopold, durante il tragitto, racconta come la musica abbia spesso salvato la sua vita.

 

BOMBAY & JAZZ*                                                                                     INDIA

(H.O. Nazareth, 1992, 60’)

Un documentario sulla musica di Bombay e i suoi rapporti con il jazz e i musicisti jazz; con L. Shankar, D. Cherry, T. Gurtu, A. Coltrane. Vincitore del Silver Award allo Houston International Film Festival.

 

EVOLUTION OF HIGHLIFE MUSIC*                                                      GHANA

(Francis Sasu, 1993, 25’)

Highlife è un’irresistibile musica ascoltata da milioni di persone lungo la costa orientale dell’Africa, specialmente nei paesi anglofoni. In Sierra Leone è conosciuta come maringa, mentre in Ghana e Nigeria è semplicemente highlife.

 

SABOR A MI*                                                                                                          CUBA

(Wolney Oliveira, 1992, 27’)

Il bolero, genere musicale romantico di origine cubana, è divenuto popolare in tutta l’America Latina trasformandosi nel fattore culturale che più identifica il continente. Dall’America Latina si è diffuso negli Stati Uniti e in Europa, inserendosi in altre culture. Creato più di un secolo fa, continua ad essere il genere preferito dalla gente.

 

SAMYDARSH: OS ARTISTAS DA RUA*                                       BRASILE

(Adelina Pontual – Claudio Assis – Marcello Gomes, 1993, 13’)

Recife è una delle capitali di Stato del Brasile in cui si vive di più per strada. Le vie, e i viali ed i mercati del centro sono pieni di mercanti e venditori ambulanti di tutti i tipi. I musicisti di strada – o “musicisti popolari” come loro stessi si definiscono – eseguono le loro canzoni per un pubblico senza sedie, nè prenotazioni, nè biglietti. Samydarsh è una visione dei luoghi di provenienza di questi musicisti, dei loro sogni, della loro musica e di come, da soli, si costruiscono gli strumenti peculiari della loro arte.

 

5 VIDEOCLIPS DAL SUDAMERICA:

 

“Paratodos”                                                                                BRASILE

(José Henrique Fonseca, 1993, 5’)

Un brano dell’ultimo Cd di Chico Barque de Hollanda, a sottolineare il valore della musica brasiliana contemporanea.

“Haiti”                                                                                 BRASILE/HAITI

Claudio Torres, Lula Buarque, 1993, 3’)

Caetano Veloso e Gilberto Gil: la trasposizione della cultura multietnica brasiliana a Haiti

“Beija-Flor”                                                                                   BRASILE

(Lula Buarque, 1993, 4′)

Videoclip sul gruppo Timbalada di San Salvador, Bahia, che vive delle contaminazioni tra musica moderna ed etnica.

“Desencuentro”                                                                          URUGUAY

(Cacho Bagnasco, 1993, 4’)

Videoclip sulla cantante Susana Rinaldi, apprezzata interprete di tango contemporaneo

“Orquestra Xaila Xaka  ‘Soul Negao’ ”                              BRASILE

(Rock Marciano, 1993, 3’)

Le liriche miscelano la boxe con atmosfere romantiche utilizzando continuamente il doppio senso.

 

RYTHMES DE MARRAKECH*                                                     MAROCCO

(Izza Genini, 1988, 26’)

A Marrakech, la festa dell’achoura è il periodo consacrato alla musica. Tutta la Medina vibra al suono dei tamburi. I gruppi di ciascun quartiere rivaleggiano in virtuosismo negli stretti vicoli della città vecchia, prima di dare libero sfogo alla loro natura scherzosa nella Nzaha, festa campestre che si svolge nei giardini di Ménara, al ritmo dei violini e delle voci degli cheikates.

 

GNAOUAS*                                                                                     MAROCCO

(Izza Genini, 1990, 26’)

L’Africa Nera si ritrova nelle “vene” del Marocco. Deportati come schiavi fin dal XV secolo con l’oro del Sudan Occidentale, gli Gnawa, hanno formato delle confraternite che praticano ancora rituali di possesione e di esorcismo che hanno subito influenze sia del mondo pre-islamico che dai rituali delle divinità africani. Queste cerimonie religiose e terapeutiche, invitano lo spirito benevolo ad impossessarsi dei danzatori al culmine della loro trance.

 

MOUSSEM*                                                                                      MAROCCO

(Izza Genini, 1991, 24’)

Festa, pellegrinaggio, mercato, il Moussem è la manifestazione marocchina più popolare e più regolare. Ogni città, ogni regione ha il “suo” Moussem. Moulay Abdallah è molto famoso per la sua fantasia; riunisce ogni anno circa un migliaio di cavalli e di superbi cavalieri per questa festività, mentre Toufik Naomi, 22 anni, è uno dei più appassionati e dotati cavalieri, che otterrà, quest’anno ancora una volta, la vittoria tanto desiderata.

 

CHANTS POUR UN SHABBAT*                                                     FRANCIA

(Izza Genini, 1991, 26’)

Lasciando il Marocco, gli Ebrei hanno portato con loro i canti religiosi, gli hazanout. Riuniti nella Sinagoga Buffault di Parigi, il rabbino Haim Louk e i suoi cantori tutti originari del Marocco, intonano questi canti, memoria vivente della comunità. Sono canti d’amore, interpretati sui modi dei noubas andalusi, che liberano l’anima dai suoi legami terrestri per elevarla in uno slancio mistici, fino alla sua dimora celeste.

 

AIRS EN TERRE BERBERE (II): NUPTIALES EN MOYEN ATLAS*MAROCCO

(Izza Genini, 1992, 26’)

Nel Medio Atlante, nei dintorni di Khenifra, le tribù Zayane e Ichker si riuniscono per la rappresentazione delle mitiche nozze di Asli e Taslit, il Fidanzato e la Fidanzata.

Simboli delle forze vive nella vegetazione, Asli e Taslit incarnano le speranze di fertilità e fecondità che la comunità invoca cantando e danzando, nell’Awache, davanti alle immense tende berbere.

 

A LITTLE FOR MY HEART AND A LITTLE FOR MY GOD*     ALGERIA

A Muslim Women’s Orchestra (Brita Landoff, 1993, 60’)

Il film è la realizzazione di un sogno che le regista svedese aveva fin dagli anni ’70: un documentario su un’orchestra araba composta da sole donne, in Algeria. La prima occasione si è presentata nel 1974, quando è stata invitata al matrimonio del figlio di un’amica e ha quindi potuto partecipare ai festeggiamenti tradizionali per questo tipo di evento, rimanendo totalmente affascinata e con il desiderio di accompagnare e conoscere le componenti di questa orchestra femminile. Il rituale prevede che la sposa sia presa a casa sua, dove il giardino è diviso in due sezioni da una trapunta appesa ad un filo. Le donne riunite da una parte, aspettano che la sposa sia pronta e nel frattempo si offrono dolciumi e musica. I piedi dei musicisti possono essere visti da sotto la trapunta: è un’orchestra maschile e quindi rimangono nel lato del giardino destinato agli uomini. La sposa viene guidata, con una processione di automobili, a casa dello sposo in città dove le donne sono a celebrare il matrimonio con una festa sulla terrazza che dura tutta la notte. Le donne che indossavano veli possono levarseli e una nuova orchestra femminile si è sistemata lungo la parete della terrazza, con sotto la vista della città. Quindici anni dopo, Brita Landoff è tornata in Algeria e ha provato a cercare un’orchestra femminile. Ha incontrato così Flifla, un’anziana cantante e ballerina. “Vai a Orano” – le ha detto – le meddahatts sono là. Sono molto selvagge, anch’io sono selvaggia, ma loro lo sono più di me”. “Ma perché devi filmare le maddahatts quando la nostra cultura ha molto di più da offrire !?” ha chiesto un anziano ufficiale del Ministero della Cultura di Algeri, quando la regista era a fare la domanda per avere il permesso di filmare. “Le maddahatts sono donne infelici, lo sa, sono donne poco buone”.

 

XIII RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1995

 

 

MELOTERAPIA DEL TARANTISMO*                                                     ITALIA

(D. Carpitella, 1960, 10’)

Restauro dei materiali girati da Diego Carpitella nel corso dell’indagine etnografica sull’esorcismo coreutico musicale del Salento.

 

LA TARANTA*                                                                                           ITALIA

(G. Mingozzi, 1961, 19’)

Realizzato dal regista Mingozzi con la consulenza di Ernesto de Martino e i testi di Salvatore Quasimodo, il filmato, girato a Nardò e Galatina (Puglia), mostra un esempio di terapia melocoreutica domiciliare di una taranta e rituali collettivi nella cappella dei SS. Pietro e Paolo il 29 giugno 1961.

 

SULLA TERRA DEL RIMORSO*                                                              ITALIA

(G. Mingozzi, 1982, 58’)

Scoperta e morte del tarantismo. Rivisitazione, a vent’anni di distanza dalla ricerca di Ernesto de Martino, del mondo dei tarantati. Incontro con il violinista Stifani, capo dell’équipe musicale terapeutica, con la tarantata Maria di Nadò. Inchiesta sui vecchi e nuovi problemi della terra del Salento.

 

IL BALLO DELLE VEDOVE*                                                                    ITALIA

(G. Ferrara, 1963, 11’)

Ricostruzione di un rituale musico-coreutico con finalità terapeutiche: il ballo delle vedove o ballo dell’argia. Si tratta di un fenomeno di possessione affine al tarantismo pugliese, i cui effetti deriverebbero, secondo la credenza popolare, dal morso di un animale mitico, l’argia.

 

MORSO D’AMORE                                                                                     ITALIA

Viaggio attraverso il tarantismo pugliese (A. Miscuglio e Rony Daopoulos, 1981, 50’)

“Agli inizi degli anni ottanta le manifestazioni di tarantismo erano state trasformate dall’industria del turismo in rappresentazioni folkloristiche e le poche tarantate ancora in vita non ricorrevano più ai suonatori. Il rito presso la cappella sconsacrata di S. Paolo a Galatina era rimasto l’unico momento di “trance” collettiva. Fra le donne che abbiamo incontrato ci è sembrato particolarmente interessante il caso di Noemi, per il momento della sua vita in cui è avvenuto l’episodio del “morso”. Ce lo racconta nel primo, timido incontro con la telecamera”.

 

MAWLID D’ABOU L’HAGGAG*                                                               EGITTO

(A. Bellod, 1981, 60’)

La tradizione islamica vuole che la notte di plenilunio tra il 13 e 14 del mese di Shabaan, Abou el Haggag si fosse levato al cielo per ricevere la conoscenza suprema. Ogni anno, questo evento è commemorato da una grande celebrazione (Mawlid) in cui i sufi o dervisci, riuniti in confraternite, raggiungono l’estasi mediante la pratica dello dhikr.

 

SHAN KUBEWA*                                                                            NIGERIA

(M. H. Piault, 1969-71, 10’)

Descrizione di una cerimonia che segna l’inizio di apertura delle coltivazioni a Argungu nel Nord della Nigeria. Per predire gli avvenimenti dell’anno che verrà, i geni vengono al villaggio e posseggono i corpi degli uomini e delle donne. Appena le tre orchestre di zucche iniziano a suonare, i posseduti iniziano a danzare. Il capo del culto interpreta le parole dei geni.

 

ANASTENARIA*                                                                             GRECIA

(A. Georgakis, 1976-77, 13’)

In un piccolo villaggio del nord della Grecia si celebra una cerimonia per la festa di San Costantino e Sant’Elena, che ha luogo annualmente il 21 maggio, in memoria del giorno in cui i Bulgari dettero fuoco alla chiesa di questi santi e gli abitanti, protetti dalla loro fede, poterono salvare le icone, attraversando l’incendio senza alcun danno. Gli adoratori di San Costantino, detti “anastenaridi”, costituiscono una comunità religiosa.

 

ESPIRIT ES-TU LA?*                                                                      BIRMANIA

(Y. Rodrigue, 1990, 95’)

In Birmania, il culto degli spiriti è sopravvisuto al buddismo trionfante. Dal 1984 al 1987, l’autore ha esplorato l’universo dionisiaco dei nats (anime erranti), che reclamano un territorio e un potere che non hanno posseduto da vivi. Vittime della sorte e della malvagità, i nats sono assetati di vendetta e quindi vanno consolati e placati. Sono venerati con grandi feste e cerimonie che comprendono diversi rituali, offerte di cibo e bevande, combattimento di galli, pasti, danze, ecc. Le cerimonie sono animate dalle nat gadaw, le spose degli spiriti, medium che possono essere considerati al pari degli sciamani. Ai trentasette nats del pantheon ufficiale se ne aggiungono molti altri, anch’essi molto legati ai Birmani e alla loro lunga e ricca storia.

 

DANZE RITUALI IN UNA PAGODA BUDDISTA DI HUE*                      VIETNAM

(R. Kaufmann, 1973, 20’)

La credenza negli spiriti e le danze rituali rivestono una grande importanza, ancora oggi, nel Buddhismo-Mahayana del Vietnam. Le immagini di questo raro filmato, girato nei pressi di Hue, nel Vietnam del sud, mostrano alcuni momenti del culto haù bòng, con cerimonie in cui compaiono danze rituali di donne possedute eseguite davanti all’altare con l’accompagnamento di strumenti tradizionali (trombe e corni).

 

DIOSES DE CUBA*                                                                                     CUBA

(H. Tajan, 1992, 45’)

Il documentario mostra attraverso inchieste, interviste ed immagini inedite come le religioni africane arrivate a Cuba congli schiavi, sincretizzate nella santeria, non solo siano sopravvissute durante i secoli sia alle pressioni della Chiesa Cattolica durante la colonizzazione che al marxismo della Rivoluzione, ma si siano sviluppate ed oggi convivono nella società cubana.

 

LES MAITRES FOUS*                                                                                GHANA

(Jean Rouch, 1958, 29’)

Il film fu presentato al pubblico nel 1956 provocando una serie interminabile di discussioni e di polemiche per le immagini di forte impatto emotivo. Di che si tratta? Si tratta del più celebre film di Rouch sulla trance, che si presenta come un “document brut”, come uno sconvolgente reportage su di una cerimonia di possessione degli Hauka, una setta religiosa africana. La cerimonia dura diverse ore; il film, nei suoi trenta minuti, è il distillato dei momenti più forti, più caldi e impressionanti, e per questo può apparire abbastanza brutale.

 

HORENDI*                                                                                                  NIGER

(J. Rouch, 1972, 72’)

A Niamey, si celebra per sette giorni l’horendi, nel corso del quale si radunano i “cavalli dei geni” (danzatori in stato di possessione), nel cortile della concessione del sacerdote Zima Sambo. Due giovani donne malate, possedute dal genio del fulmine Kirey, sono iniziate alla danza di possessione. Alcuni musicisti, suonatori di zucche, cantano e suonano i ritmi degli spiriti, in modo che le giovani donne apprendano la danza rituale per cui la trance si provoca e si domina.

 

RITO LUMBI                                                                                               SOMALIA

(R. Putti, 1987)

Il lumbi è un rito di possessione di carattere ludico peculiare degli schiavi  del sud somalo, che ha subìto nel tempo un processo di “islamizzazione” nella forma rituale, nell’utilizzo della lingua araba e di passi coranici, sia inserendo tra le entità invocate molte figure tratte dal proprio mondo religioso.

 

DIVINE HORSEMEN: THE LIVING GODS OF HAITI*                           HAITI

(M. Deren, 1978, 54’)

“…..Al tempo del mio viaggio ad Haiti nessun film era stato fatto su quelle cerimonie; era difficile fotografarle, per molte ragioni. Quando venne il momento opportuno, presentai il mio progetto ad un sacerdote del vodu, alle cui cerimonie avevo preso parte e che mi conosceva bene. Gli parlai del mio desiderio di imprigionare in un film la bellezza e il significato delle cerimonie, perchè il resto del mondo potesse venirne a conoscenza.”

 

KETJAK, KINDER-BARONG UND KINDER-DJANGER AUF BALI       BALI

(V. Baron von Plessen, 1944, estratto)

BARONG-KEKETTANZ AUF BALI                                                           BALI

(V. Baron von Plessen, 1944, estratto)

La serie dei filmati girati a Bali negli anni Trenta, in particolare quelli del Barone von Plessen, costituiscono accanto a quelli della Mead e Bateson un repertorio documentario di estremo interesse sulle diverse forme di danza drammatica a Bali. Gli anni Trenta sono stati segnati dall’intensa presenza a Bali di artisti e studiosi occidentali; la documentazione visiva fornisce un materiale significativo perchè coglie sul nascere innovazioni e invenzioni apportate alla struttura e funzione di eventi tradizionali. Un esempio di tali trasformazioni è la danza Ketjak, la cui coreografia è stata eleborata da Spies in funzione delle riprese per il film L’isola dei Demoni, prelevando e combinando materiali preesistenti. La danza Ketjak si è da allora conservata ed è diventata una forma di spettacolo, attualmente eseguita da più di quindici gruppi di diversi villaggi.

 

TRANCE AND DANCE IN BALI*                                                              BALI

(Margaret Mead e Gregory Bateson, 1936, 20’)

Il film ha per soggetto il dramma sacro Rangda-Barong, in cui vengono rievocate le gesta della terribile strega Calonarang, vissuta, secondo il mito, a Giava nell’Xi secolo. La strega, adoratrice della dea della morte Durga, viene affrontata dal Barong, la maschera dell’animale sacro protettore dell’uomo. La lotta tra i due si conclude senza vincitori nè vinti; infatti nel rito, più che uno scontro tra Bene e Male nei termini della classica dicotomia etica occidentale, si riafferma la necessaria compresenza, per il mantenimento di ogni equilibrio, delle forze creative e distruttive.

 

TRANCE E DRAMMA A BALI                                                                   BALI

(F. Marotti, 1969-74, estratto)

Questo filmato ripercorre, un quarto di secolo più tardi, l’intero arco delle manifestazioni spettacolari di Bali che nel 1931 rivelarono ad Antonin Artuad le potenzialità insite in una società che fa del teatro una modalità di rapporto e di esperienze totali. Girato nel corso di cinque anni, in quattro spedizioni a Bali, il filmato muove alla ricerca dello stretto legame che unisce la società balinese e il teatro: nessuno è fondamentale per comprendere la funzione e il senso dello spettacolo sia a livello festivo che rituale. Nel contesto dell’analisi della struttura di vita di un villaggio balinese Batubulansi inseriscono i momenti spettacoli che vengono così analizzati in quanto espressione antropologica, sociale, sociale, religiosa.

 

STORIE DELL’ISOLA DELLA LUCE, LE COLONNE DEL TEMPIO     BALI

(F. Marotti, 1980, estratto)

“Le colonne del tempio” (riferito ai sadeg del tempio hindù-balinese) mostra i momenti salienti di un odalan,la festa del tempio balinese. Il montaggio è costruito su due livelli che iterativamente si incrociano nel tentativo di presentare il quotidiano e il festivo del balinese non come due  tempi separati o alternativi, ma come due modi di vivere un’unica esperienza sacra.

 

LE N’DOEP*                                                                                     SENEGAL

(M. Meignant, 1972, 45’)

La ndoep è un rituale terapeutico dell’etnia Wolof (Senegal). Il culto dei rab comporta fenomeni di possessione in cui il genio (rab) possiede la malattia; si presenta ome una sorta di crescendo sempre più drammatico in cui il dramma, rappresentato dalla crisi e dalla caduta finale, viene portato al culmine dell’amplificazione costante del suono.

 

MURUGMALLA*                                                                                        INDIA

Rituale di possesione in un tempio musulmano in India del Sud (F. Rollier, 1981, 30’)

A Murugmalla, nell’India del Sud, la tomba (dargha), di un santo musulmano sufi, è divenuta una meta di pellegrinaggio dove si ritrovano i malati che chiedono la guarigione al santo patrono mediante preghiere, offerte e soprattutto per partecipare alle crisi di possessione (tawaff).

 

N/UM TCHAI: THE CERIMONIAL DANCE OF THE !KUNG BUSHMEN* NAMIBIA

N/um Tchai: the Cerimonial Dance of the Kung Bushmen. Serie: From the Sun.

(John Marshall, 1957/1969, 20’)

Tchai è la parola usata dai !Kung per descrivere l’atto di cantare e danzare; n/um può essere tradotto come medicina o la potenza soprannaturale. I !Kung si radunano spesso per le danze terapeutiche, solitamente di notte, e talvolta tali danze proseguono fino all’alba. Le donne siedono a terra, cantando accompagnandosi con il battimani e talvolta ballando circolarmente, mentre gli uomini le circondano, cantando e battendo ritmicamente i piedi sul suolo. I canti sono privi di parole ma intitolati: “pioggia”, “sole”, “miele”, “giraffa” e altre “cose forti”. La forza dei canti sta nel loro n/um o medicina, considerata un dono del grande dio. Il n/um è anche nel fuoco, e ancor più nei “possessori della medicina”, o guaritori. La maggior parte degli uomini !Kung praticano come guaritori ad un certo punto della loro vita, e in questo film è possibile vedere parecchi uomini in vari stati di trance. Una leggera trance aumenta gradualmente, appena la medicina diventa “calda”, e talvolta alcuni uomini si mettono a urlare e a girare intorno, cadendo sui carboni ardenti, ed entrano nello stato che i !Kung chiamano “semi-morte”.

 

LIGNE DE FUITE*                                                                          BRASILE

(J. F. Dars e A. Papillaut, 1985, 21’)

Ritratto di Pierre Verger, fotografo ed etnologo, iniziato al culto del candomblè, culto sincretico afro-brasiliano originario di Bahia. Lo scrittore brasiliano Jorge Amado spiega che Pierre Verger è una grande personalità di Salvador de Bahia, radicato nella società e nella cultura bahiana.

 

LES TAMBOURS D’AVANT. TOUROU ET BITTI*                                              NIGER

(Jean Rouch, 1967, 10’)

Una danza di possessione si sviluppa nella concessione di Zima Dauda Sido, in Niger, Jean Rouch ha filmato il quarto giorno della cerimonia. La cerimonia, in cui i partecipanti chiedono al genio della savana di proteggere i loro raccolti dalle cavallette, inizia nel momento in cui i tamburi tradizionali tourou (pr. “turu”) e bitti (pr. “biti”) iniziano a suonare.

 

LES FUNERAILLES DE KOTOIDA*                                  SURINAME/GUYANA

(J.M. Hurault, 1970, 20’)

Rito funerario filmato tra il 1957 e il 1962 tra la tribù Boni (Aluku), discendenti di un gruppo di schiaavi fuggitivi che nel VIII secolo abbandonarono le piantagioni del Surinam (ex Guyana Olandese) per rifugiarsi nella foresta, dove formarono un villaggio che riproduceva un sistema sociale originale ispirato ai modelli africani.

 

 

XIV RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1996

 

 

LA MARIMBA DE LOS ESPIRITUS*                                            COLOMBIA

(Gloria Triana, 1983, 25’)

Nella costa Pacifica della Colombia è diffuso uno xilofono di origine africana, la marimba. Il documentario mostra le tecniche di costruzione ed esecuzione della marimba attraverso la testimonianza di una famiglia che da molti anni si dedica ad essa. Secondo leggenda popolare, la marimba non fu inventata dagli uomini ma dai folletti della selva. Diffuso tra le popolazioni afro-colombiane, questo strumento è impiegato, assieme ai tamburi bombos e cununos e ai sonagli guasàs suonati da un coro femminile, nel ritmo-danza tradizionale: il currulao.

 

ANGELICA LA PALENQUERA*                                                   COLOMBIA

(Gloria Triana, 1984, 25’)

San Basilio de Palenque è un paese fondato dagli schiavi fuggitivi (cimarrones) durante il periodo coloniale, che conserva le antiche tradizioni africane di origine Bantu. A Palenque rimane ancora viva la tradizionale celebrazione del lumbalù, rito funebre in cui la religione animista africana e quella cattolica si fondono in un’unica entità. Il documentario narra queste tradizioni attraverso la testimonianza di Angélica, una ballerina di Palenque.

 

FARFONELIA CURRAMBERA. Carnaval de Barranquilla*         COLOMBIA

(Gloria Triana, 1984, 75’)

Il Carnevale di Barranquilla si celebra nella città della costa atlantica colombiana da più di un secolo e mezzo. L’obiettivo è puntato sui festeggiamenti per le strade, le sfilate delle comparsas, la storia dei carnevali descritti da alcuni testimoni, la chiusura del giorno della grande sfilata e la sepoltura del fantoccio simbolo della festa: Joselito Carnaval.

 

CUMBIA SOBRE EL RIO*                                                             COLOMBIA

(Gloria Triana, 1984, 25’)

La cumbia è la danza più diffusa della costa atlantica colombiana. In essa si fondono l’eredità africana, spagnola e indigena in un’unica espressione musicale e coreutica simbolo della trietnicità che connota la cultura della Colombia. Annualmente, i gruppi di cumbia provenienti dall’intera regione si danno appuntamento nella città di El Banco, sul fiume Magdalena, dove si celebra il Festival de la Cumbia. Il documentario tratta dell’origine e dell’evoluzione di questo genere, mostrando la cumbia nella sua espressione più autentica.

 

LOS SABORES DE MI PORRO*                                                    COLOMBIA

(Gloria Triana, 1984, 25’)

Il documentario analizza la musica tradizionale della regione di Còrdoba, nella costa atlantica colombiana, in particolare il porro, ritmo-danza che costituisce una delle principali varianti della cumbia. Il porro anticamente era eseguito dalle tamboras, organici che comprendevano solo percussioni con l’aggiunta del canto responsoriale; a queste si è poi aggiunto un flauto diritto di origine indigena (a dispetto del nome attribuitogli dagli spagnoli): la gaita. Il porro è oggi eseguito sia dai conjuntos de gaitero nella città di San Pelayo, sia dalle bande popolari, conformate da ottoni e prcussioni: le papayeras.

 

DIEU NOIR DE RACE BRESIL*                                                    BRASILE

(Patrice Chagnard, 1981, 50’)

E’ sicuramente il primo documento filmato della cerimonia d’iniziazione del candomblé che è stato possibile realizzare in Brasile. Questo rito afrobrasiliano trae la sua origine dall’arrivo dei primi schiavi neri arrivati dall’Africa da circa quattro secoli. Si celebra nei terreiros della regione di Salvador de Bahia.

Il candomblé è un culto sincretico che mescola influenze africane, in particolare yoruba, con il rito cattolico. Le divinità del pantheon yoruba, gli orixas, si contraddistinguono da un colore particolare; hanno un proprio carattere, e possiedono dei loro amici e nemici. Ciascuno viene identificato con un proprio ritmo eseguito dai tre tamburi chiamati rum, rumpi e , a cui si aggiunge la campana doppia agogò. Le sacerdotesse, mae de santo («madri del santo»), officiano procedendo ai sacrifici. Nel corso della cerimonia, succede spesso che un orixas si incarni in un partecipante che cade in trance ed esegue la danza di quel dio o dea utilizzando un oggetto che rappresenta un attributo di tale divinità. Le «figlie del santo», vestite di merletti bianchi, aiutano gli iniziati a preparare la danza che riceveranno e poi a liberarsi dalla stanchezza originata dalla trance.

 

ILE’ AYE’. The House of Life                                                                      BRASILE

(David Byrne, 1989, 50’)

Il film è uno dei molti progetti realizzati da David Byrne, ex cantante dei Talking Heads, che rappresenta una tappa del cammino intrapreso nella ricerca delle culture musicali dell’America Latina. Ilé Alyé («la casa della vita») è incentrato sulla religione del candomblé ed i suoi rituali, che culminano in una danza in cui i seguaci in trance evocano le divinità orixas. L’indagine di Byrne si estende anche alla vita quotidiana del Brasile, cercando continui richiami e rimandi con la religione, paragonando vecchie immagini di repertorio a scene del Brasile contemporaneo sottolineando diversi aspetti della società brasiliana.

 

LA RUMBA*                                                                                               CUBA

(Oscar Valdés, 1978, 45’)

La rumba non è solo un ballo, ma un insieme coreutico creato dal popolo cubano. Il documentario mostra l’origine, lo sviluppo e la diffusione di questa manifestazione artistica che sta alla radice della cultura cubana. La rumba fu contraddistinta fin dall’inizio da un pregiudizio sociale. La parola rumba viene dal nome che in Spagna si attribuiva alle donne di “vita allegra”, donne di facili costumi. Tutte le feste popolari vennero così chiamate dispregiativamente rumbas. Il documentario spiega l’origine di tale pregiudizio e come si sia mantenuto invariato fino ai nostri giorni. Vengono evidenziate inoltre le tre varianti principali della rumba (il guaguancò, la columbia e il yambù) e l’influenza sulla musica cubana sia popolare che colta.

 

DE DONDE SON LOS CANTANTES?*                                                       CUBA

(Luis Felipe Bernaza, 1976, 31’)

IGNACIO PIÑEIRO*                                                                                   CUBA

(Luis Felipe Bernaza, 1977, 30’)

Il sòn, più che un ritmo o un tipo di canzone, è la sintesi di una cultura. Il sòn, originario dell’Oriente cubano, divenne popolare alla fine del secolo scorso con formazioni che comprendevano: chitarra, tres (piccola chitarra), maracas, güiro, claves, bongò e marìmbula, poi sostituita dal contrabbasso. In seguito furono aggiunti gli strumenti a fiato come la tromba. Il Trio Matamoros e il Septeto Nacional di Ignacio Piñeiro costituiscono i principali esponenti di questo genere musicale.

 

LA TUMBA FRANCESA*                                                                           CUBA

(Santiago Villafuerte, 1978, 20’)

Danze cubane derivate da danze settecentesche franco-haitiane. In seguito alla Rivoluzione Haitiana (1791) capeggiata da Toussaint L’Overture e che portò alla proclamazione della prima repubblica nera indipendente delle Americhe (1804), ci furono varie ondate migratorie dall’isola di Hispaniola verso le coste meridionali di Cuba. I francéses, come vengono denominati gli haitiani, portarono con sé usanze e tradizioni, tra cui un repertorio di musiche e danze cortigiane di origine europea (minuetti, contraddanze, valzer, ecc.) che nell’appropriazione popolare subirono un processo di “africanizzazione” e, nell’incontro con la cultura afrocubana, di “transculturazione” (Ortiz).

 

NOSTALGIA DEL CHACHACHA*                                                            CUBA

(Miguel Torres, 1991, 17’)

Anziani ballerini si riuniscono per evocare il ritmo della loro giovinezza, il chachacha, accompagnati dalla Orquesta Aragòn, l’orchestra che ha diffuso questo genere musicale a livello internazionale. Il chachacha (termine onomatopeico riferito ai passi di danza), che come ballo da salone divenne popolare a livello internazionale negli anni Cinquanta insieme al mambo, è interpretato tradizionalmente dalla charanga, gruppo che comprende due violini, un pianoforte, un flauto, un contrabbasso e un campanaccio a cui si aggiunge un cantante solista.

 

DIABLOS DANZANTES, TRADICION VIVA*                              VENEZUELA

(Eduardo Caballero, 1995, 40’)

Nello Stato di Carabobo si realizza annualmente tra le popolazioni  di Canoabo e Naguanagua la rappresentazione devozionale del Corpus Christi de los Diablos Danzantes, corrispondente alla festività del Corpus Domini. Diverse confraternite di diablos («diavoli») si riuniscono per dar luogo a musiche e danze in cui si mescolano elementi culturali spagnoli, indigeni e africani.

 

Razas y costumbres: LA SAYA DE TOCAÑA*                    BOLIVIA

(Armando J. de Urioste, 1984, 11’)

Il documentario focalizza l’attenzione su la saya, festa patronale delle comunità afroboliviane di Tocaña e Chijchipa, discendenti dei 6000 schiavi africani impiegati nell’estrazione mineraria a Potosi, la più grande miniera d’argento, e successivamente tratti nelle fattorie delle alte vallate di Yungas (a 100km dalla capitale La Paz) per coltivare caffé, coca e banane. Dalla tradizione musicale dei Negros de Yungas trasse ispirazione il gruppo folklorico boliviano Kjarkas nella composizione della canzone Llorando se fue, divenuta universalmente nota come lambada.

 

PALENQUE, UN CANTO*                                                              COLOMBIA

(Maria Raquel Bozzi, 1992, 48’)

Un’unica e personale visione della vita di San Basilio de Palenque, un villaggio nel nord della Colombia, a 80 km dalla città portuale di Cartagena che nel XVII secolo fu il principale mercato di schiavi della colonia spagnola. La popolazione di Palenque discende da quegli schiavi che si ribellarono e scapparono da Cartagena per insediarsi nell’interno della regione costiera. Attraverso una serie di eventi quotidiani dove la musica, i tamburi, le voci della popolazione, i ritmi e i canti di lavoro si intrecciano ed attraversano le testimonianze degli stessi palenqueros, il documentario presenta l’itinerario della loro cultura sopravvissuta, o della loro cultura della sopravvivenza.

 

PRESENTING CANDOMBE*                                                         URUGUAY

(Hilary Sandison, 1996, 8’)

Cortometraggio sulla sfilata carnevalesca del candombe afrouruguayano svolto tradizionalmente lungo la Avenida 18 de Junio a Montevideo, realizzato per Imagenes dalla regista Hilary Sandison. In origine il candombe (anticamente detto camdombe) era una festa dell’Epifania, eseguita in Uruguay dalle comunità di origine africana fin dalla metà del XVIII secolo, caratterizzata da una rappresentazione drammatica tipo pantomima animata da musiche e danze. La versione carnescialesca odierna, integrata come comparsa nella mascherata dei lubola, ricorda vagamente l’antica rappresentazione. Il filmato mette a confronto la versione più autentica del candombe con quella commercializzata. Interessante l’intervista a Coriòn Aharanian, considerato il “successore spirituale” del più grande studioso del folklore dell’Uruguay: Lauro Ayestaràn.

 

ROO, RO, RO,RO. Arrullos afroecuatorianos en la Costa Pacìfica*   ECUADOR

(Rafael Savoia, 1991, 15’)

Nella costa settentrionale dell’Ecuador, al confine con la Colombia, è situata la regione di Esmeraldas in cui è concentrata la popolazione afroecuadoriana. In occasione del Natale, la popolazione di Telembì, antico villaggio sul Rìo Cayapas, celebra la Natività con ninne-nanne (arrullos o arrorò) a Gesù Bambino, il Niño Dios.

 

YURUMEIN YA*                                                                             GUATEMALA

(Rolando Duarte, 1992, 15’)

Il video documenta la festa per la fondazione di Livingston (Guatemala), paese in cui sono concentrati i Garìfuna o Caribes Negros. Si tratta di un’etnia indo-africana originaria dell’isola antillana di St. Vincent che si è stabilita nel XVIII secolo lungo la costa mesoamericana, nella fascia che comprende il Belize, il Guatemala e l’Honduras. La festa del patrono San Isidro (Sant’Isidoro) è la cornice che ci introduce alla storia, alle tradizioni, e alla musica dei Garìfuna.

 

IL CARNEVALE DI LIMON*                                                         COSTA RICA

(Sandro Cespoli, 1985, 16’)

Limòn, città della costa atlantica del Costarica, presenta caratteristiche culturali peculiari originate dalla varietà di gruppi etnici che, negli ultimi due secoli, si sono stabiliti nell’area (gruppi indigeni ibris e cabacares, creoli, cinesi, indiani, ebrei, libanesi, e soprattutto giamaicani e altre etnie afrocaraibiche). Il suo carnevale, famoso in tutto il Centro America, è l’evento annuale più atteso: qui ne vediamo gli ultimi preparativi, i costumi, i gruppi musicali, il corteo carnevalesco.

 

Salsa Opus 1: New York, OUR LATIN THING*                                USA

(Yves Billon, 1991, 52’)

La salsa nasce nella città più grande, più smisurata, più cosmopolita: New York. Nel cuore di New York il fenomeno della salsa ha forse realizzarto il vecchio sogno del generale Bolivar: unire sotto una stessa bandiera tutto il popolo latinoamericano. E’ nel Barrio, la Spanish Harlem, negli squatts, negli slums, nei quartieri desolati che la salsa ha piantato le sue radici, espandendosi poi verso il Bronx e Queens, seguendo il ritmo progressivo dell’emigrazione, impregnando tutta la città di un sapore latino. Il son e la vecchia rumba cubana dilagano nei viali di Manhattan. I marciapiedi surriscaldati del Barrio dove si ammassano tre milioni di portoricani sono scossi dai ritmi della bomba e della plena, mentre i dominicani sconvolgono Brodway con il loro merengue. La salsa a NewYork è una musica profondamente latina che ha permesso a tutti gli sradicati di rivendicare la loro lingua e la loro cultura.

 

Salsa Opus 2: ColombiA, A TROPICAL COUNTRY*            COLOMBIA

(Yves Billon, 1991, 52’)

In Colombia la salsa si è arricchita del sabor dei ritmi tradizionali locali, come la cumbia e il porro. Due grandi città, Cali e Barranquilla, si disputano tra le altre il titolo di capitale della salsa a colpi di spettacoli, fiere e carnevali. La Feria de Cali ci fornisce il filo conduttore di questo secondo episodio. Ma nel corso del suo sviluppo (una settimana) l’occhio della telecamera imbocca delle strade trasversali per mostrare ciò che si svolge altrove: nelle salsoteche di Buenaventura sulla Costa Pacifica o di Barranquilla sulla Costa Atlantica, luoghi di ogni tipo di traffico, e nei villaggi di pescatori dove si unisce alle vecchie musiche e danze dei discendenti degli schiavi bantu – chilango, bambuco, cumbia – prima di ripartire per Cuba. Così va e viene la salsa.

 

Salsa Opus 3: Puerto Rico, THE ISLAND OF SONG*         PORTO RICO

(Yves Billon, 1991, 52’)

Con il son cubano, la plena portoricana è l’altro “condimento” fondamentale della ricetta della salsa. Musica strettamente legata alla danza, la plena è nata nelle piantagioni dalla fusione dei ritmi africani trasmessi dagli schiavi e dei modelli musicali ed estetici dai coloni spagnoli. Puerto Rico ha dato vita al più celebre degli idoli della salsa: Ismael Rivera, soprannominato “Sonero Mayor”. Egli fu il promotore di una versione moderna della bomba, ritmo e danza in cui confluiscono l’eredità africana e quella ispanica.

 

Salsa Opus 4: Venezuela, VISA FOR THE BARRIOS*        VENEZUELA

(Yves Billon, 1991, 52’)

L’esplosione della salsa a Caracas si è prodotta più tardi rispetto ai vicini dei Caraibi. Il fenomeno si scatena nel 1975, dopo la trionfale tournée del gruppo Fania All Stars, sbarcata direttamente da New York. Il Venezuela disponeva allora di un passato musicale molto ricco, e senza dubbio è proprio grazie a questo passato che il boom salsero prende immediatamente un aspetto esplosivo ma con un colore e un sapore tipico del Venezuela. Oscar de Leon capitalizza al meglio le caratteristiche di questo successo con il gruppo Dimensiòn Latina. Egli dispone inoltre di una presenza scenica eccezionale soprattutto quando balla con il suo basso elettrico come se fosse una donna. Oscar è il dio di tutti i carnevali di San Juan e San Benito durante i quali il suo pubblico in maschera lo acclama con grande fervore. Narratore di talento, lui ci racconta come la salsa in Venezuela, benché debba moltissimo all’apporto newyorkese, riposi fondamentalmente su una cultura musicale nazionale originale all’incrocio di numerose influenze caraibiche.

 

Salsa Opus 5: Cuba, RUM, RHYTHM AND SPICE*                            CUBA

(Yves Billon, 1991, 52’)

Nel 1930, il famoso compositore cubano Ignacio Piñero scrisse “Hechale Salsita”. Si tratta del primo riferimento alla parola “salsa”, nome con il quale si identificò successivamente il genere musicale che divenne il denominatore comune di tutte le musiche caraibiche. Il son, ingrediente principale della salsa di tutto il mondo, nato a Cuba, è spiato attraverso le sue mille manifestazioni cantate, danzate e “salsate” a Santiago come a L’Avana, nei grandi alberghi come nei grandi locali notturni dei bassifondi e i piccoli bar del tempo di Batista, nelle strade popolari e nei saloni delle antiche case coloniali, nelle campagne nascoste di Oriente (costa orientale) dov’è nato, fino alle piantagioni di canna da zucchero. Il son è il prodotto dello scontro tra i vecchi ritmi africani e le melodie nostalgiche e sbarazzine europee.

 

 

XV RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1997

 

 

LATCHO DROM*                                                                           INDIA/EGITTO

(Tony Gatlif, 1993, 97’)

Latcho Drom non è né un documentario ne una fiction, ma un film musicale che traccia le tappe di un viaggio storico: quello dei zingari dall’India fino all’Egitto. Dalle loro prime migrazioni verso ovest, gli zingari hanno sempre contribuito alla vita culturale dei paesi attraversati. Oggigiorno, tendono a diventare i depositari (a volte esclusivi) di tradizioni millenarie appartenenti ai paesi dove vivono. Di più: sono riusciti ad introdurre queste tradizioni nel loro repertorio che portano via con sé ogni volta. “Ho voluto fare un film -dice Tony Gatlif- di cui i Rom potessero essere fieri e non esibire la loro miseria. Ho voluto alzare un inno al popolo che amo anche perché i Rom, continuamente emarginati dagli altri, sentono il bisogno di essere rispettati, anche solamente un poco.” In lingua romanés “Latcho Drom” significa “Buon viaggio”. E’ quello che il regista augura agli zingari di tutto il mondo.

 

LA MUSICA E’ QUATTRO*                                                           SARDEGNA

(Rosali Schweizer, 1993, 55’)

Il documentario racconta di Aurelio Porcu, che vive da sempre in Sardegna a Villaputzu. Settant’anni fa, iniziava ad imparare l’arte del suonare le launeddas; oggi lui è uno degli ultimi maestri che sanno suonare questo strumento, che risale a 3000 anni fa. Suona alle processioni in onore dei santi, ai balli delle feste di paese ed improvvisa pezzi con musicisti jazz che ha conosciuto all’estero. L’isola sulla quale vive, se da un lato appare conforme al resto dell’Italia, dall’altra ne è così “straniera” da farci pensare ad una saga dei tempi antichi. Porcu, con la sua musica, riesce a catturare la magia della sua isola.

 

MOUSSEM*                                                                                     MAROCCO

(Viviana Paques, 1968, 22’)

Tutto iniziò, secondo i Neri del Marocco, quando la Dunya, il serpente di luce che avvolge il mondo dall’alba al crepuscolo innalzò la testa (il Sole) e tentò di penetrare nel firmamento. Allora l’Hajjaj, un vortice di venti contrari lo decapitò. Il Sole cadde sulla Terra. Con lui cadde la Seda, un cespuglio venerato nella regione di Marrakech. Questo mito è diventato oggi il modello dei gesti sacri dell’esistenza: cosi, la bandiera innalzata dal muezzin ogni sera evoca questi due stupri mitici, come la sutra, il velo di sette colori che si è steso sopra la terra dopo che la dunya penetrò il firmamento. Le confraternite religiose Aissawa e Gnawa rivivono questo sacrificio mitico durante la festa del Mouloud (celebrazione della nascita del Profeta) e del Moussem, pellegrinaggio sulle tombe dei sette santi di Marrakech, di Tamesloht e di Moulay Brahim.

 

SECRET EGYPT: A Trance Journey to the Heart and Soul of the Egyptian People*         EGITTO

(Sheldon Rochlin e Maxine Harris, 1995, 50’)

Secret Egypt è un’esperienza musicale e visiva, un viaggio nell’estatica poesia Sufi di Rumi, nelle danze, melodie e ritmi ipnotici che ben presto, percorrendo le rive del Nilo, divengono familiari. Il filmato guida lo spettatore in un viaggio di trance dentro il cuore e l’anima del popolo egiziano mediante i rituali che hanno luogo nelle antiche tombe dietro la Grande Piramide, nelle tende o agli angoli delle strade. Secoli fa i ritmi dell’Africa Nera sono saliti lungo il Nilo, incrociandosi con quelli dei beduini e della cultura araba dell’Islam per dare vita a danze estatiche terapeutiche. Una metodologia mistica per entrare in comunione con la pulsazione cosmica dell’universo, e nello stesso tempo per guarire, sprigionando emozioni interiori al fine di risvegliare lo spirito.

 

ANASTENARIDES*                                                                        GRECIA

(Ferruccio Marotti, 1976, 30’)

“Due sono le opinioni per quello che riguarda la spiegazione della parola: alcuni sostengono come la sociologa Dedé, che provenga dalla parola anastenazo («sospiro»), mentre lo storico moderno Sfiroeras afferma che la parola ha una radice diversa, e cioè asthenò («sono malato»), e quindi anasthenaris significa «quello che non si ammala mai».

Il fenomeno della festa degli anastenarides a Langadas oggi è diventato uno spettacolo, un fatto di folklore e di cultura “alternativa”. Da qualche tempi vi si può assistere acquistando un biglietto: infatti la festa è organizzata dall’Ente del Turismo, che finanzia l’acquisto della bestia da sacrificare. Si svolge una volta all’anno, in occasione della festa di San Costantino ad Elena, il cui culto che cade il 21 maggio, è legato alla natura, all’acqua, agli alberi. La cerimonia si struttura sul simbolismo del fuoco: camminare sulla brace -la Pirovasia- significa vincere le forze del male, camminarci sopra è una forma di eroismo capace di conquistare la benevolenza del santo. E’ a partire dalla pubblicazione del libro su Dionisio di Jeanmaire che la festa degli Anastenarides comincia ad essere conosciuta. Che rapporto c’è tra i riti del culto dionisiaco e la cerimonia degli Anastenarides? Secondo lo studioso nella festa si leggono stratificazioni di influssi precristiani e predionisiaci. L’elemento che più collega la festa degli Anastenarides a Dioniso è il sacrificio del toro, le cui carni vengono distribuite e mangiate, oltre al movimento ritmico del ballo che porta i danzatori a camminare sul fuoco. All’interno della festa si individuano vari mestieri: “Quelli che ballano davanti alle icone sul fuoco; quello che dà i fazzoletti e le icone ai danzatori; quello che cucina e prepara la tavola dove si mangia; quello che uccide le bestie; quello che ha la cura delle candele e accende l’incenso; il primo Anastenarides (la carica si trasmette per eredità).

 

Danseurs de Dieu*                                                                    TURCHIA

I Dervisci di Konia (Marc Mopty, 1975, 12’)

Il film documentario riprende una danza sacra (sama). Il sole sta tramontando; in una grande sala sono riuniti molti uomini. Inizia un canto e poi la melodia di un flauto (nay); primi piani di uomini che si salutano con un inchino. La musica aumenta, intervengono altri strumenti e gli uomini, vestiti di bianco con ampie gonne, iniziano a girare su se stessi con le braccia aperte. Riprende a suonare il flauto da solo, i danzatori si allargano e si dispongono ai lati della sala. Un uomo inizia a cantare, seguito poi da un coro; gli altri riprendono a girare. Alla fine della danza si salutano stringendosi e baciandosi le mani.

 

FLAMENCO VIVO*                                                                        SPAGNA

(Reni Martens e Walter Marti, 1985, 90’)

Il flamenco è nato tre secoli fa in Andalusia dall’incontro fra fenici, berberi, vandali, cristiani, ebrei, arabi e zingari. E’ il testamento di questa gente, l’espressione delle esperienze primordiale dell’essere umano: l’amore, la gioia di vivere, la sofferenza e il lutto. Dalla strada alla scuola di flamenco di Madrid, il film traccia di nuovo le tappe che conducono dall’arte popolare all’arte tout-court. Il film non ci informa solamente sulle origini, la diversità e la forza espressiva del ballo e della musica popolare andalusa. E’ un esperienza profonda, una vera festa. Con danza e musica, uomini e donne si ritrovano, ritrovano la loro identità.

 

SIVAS. CASA DEI POETI*                                                             TURCHIA

In Sivas wachsen die Dichter (Said Manafi & Werner Bauer, 1995, 82’)

Gli Aleviti fanno derivare la loro tradizione religiosa dal cognato di Maometto, Alì, come fanno gli iraniani Sciiti. Gli Aleviti non si considerano dei fondamentalisti, ma piuttosto una comunità dalla mentalità aperta orientata verso la libertà. Nella cultura Alevi è conferita grande importanza al canto, alla danza e alle feste celebrate all’interno della comunità. I musicisti sono chiamati ashik, “coloro che sono alti”, e saz il loro strumento. Nelle loro canzoni, l’ashik amalgama la storia tramandata con gli eventi di attualità. Si considerano poeti che continuano a narrare la storia e le sofferenze della loro gente. Gli Aleviti turchi sono stati perseguitati nei secoli dalla maggioranza religiosa, i Sunniti, dai quali sono considerati “infedeli”.

Durante le riprese di questo film, un luogo di riunione fu incendiato da un fondamentalista e 37 persone morirono, tra cui poeti e musicisti ritratti in questo film. Ciò ha fatto di questo film un devastante lascito del loro dolore.

 

FADO, ombre et lumière*                                                     PORTOGALLO

(Yves Billon e Frédéric Touchard, 1995, 52’)

Il fado è un tipo di canzone urbana, sorto nei caffè di Lisbona, che conserva l’impronta di contributi diversi e lontani, come quello del folklore luso-brasiliano (modinha), e che per molti tratti si affianca alla musica rebetika, al blues, e al tango. Oggi è eseguito soprattutto come musica da caffè, nei quartieri popolari e nell’ambiente del porto. I temi del fado sono melanconici e tristi, raccontano le pene d’amore, le passioni, gli avvenimenti drammatici, incentrati spesso sui temi del destino (destino), della passione (paixao), della nostalgia (saudade) e del fato (fado). Questa caratteristica malinconica è più evidente nel fado di Coimbra, meno duro, aggressivo, amaro di quello di Lisbona. Il canto è accompagnato prevalentemente da strumenti a corda: la guitarra portoghese (a 10 o 12 corde), e viola (chitarra spagnola). Per due secoli, il fado ha cantato l’anima del popolo portoghese. Attraverso la sua storia, le sue tradizioni e i suoi protagonisti, si può scoprire l’animo e la cultura del Portogallo.

 

VOIX DU MAROC*                                                                         MAROCCO

(Izza Genini, 1996, 64’)

Il Marocco è un paese d’immagine e di musica ma soprattutto un esempio unico di sintesi fra diverse civiltà: l’Africa nera, l’Islam, il mondo berbero e l’Andalusia l’hanno attraversato senza mai alterarlo.

Una sintesi di diversi componenti etniche che il Marocco ha conservato nel suo modo di vivere, nelle sue tradizioni, nella sua musica e che la regista Izza Genini ci propone in questo affresco ambientato nell’Alto Atlante nonché a Volubilis, Marrakech, Tetuan e Casablanca.

Dai canti dei berberi degli altipiani, echi di una vita faticosa, scandita dai lavori quotidiani, alle celebrazioni dello dhikr e del moussem, il pellegrinaggio al mausoleo di Moulay Idris, la trance di possessione degli Gnaoua al suono dei qraqb, dei tamburi, e del guembri, la festa campestre dell’achoura, l’orchestra andalusa di Tetuan, la musica e i canti mistici delle comunità ebree marocchine, la fantàsia, fino alle performance del gruppo di Casablanca Nass el Ghiwane.

 

STAMBALI*[non proiettato]                                                                  TUNISIA

Stambali ou la Fete des “autres gens” (Sophie Ferchiou, 1996, 30’)

Ogni anno, attorno all’equinosse di estate, i seguaci di Sidi Fraj organizzano un rituale chiamato Stambali.Il rituale che si celebra nei pressi di Tunisi dura tre giorni durante i quali officianti, seguaci e pellegrini richiedono al santo locale (di origine africana) di beneficiare della sua protezione.

Musica, canti liturgici, danze di possessione, fumigazioni e sacrifici contribuiscono a creare un atmosfera di complicita con gli esseri sovranaturali. Sophie Ferchiou ci presenta il rituale all’interno della zawya (santuario) di Sidi Fraj, un rituale tuttoggi rigorosamente osservato e fortemente impregnato di tradizioni africane nonche di spiritualita islamica.

 

LE VIE DEL SUFISMO*[proiz. sost.]               TURCHIA, BOSNIA; SUDAN; ITALIA

(Fabrizio Speziale, Elisabetta Passalacqua, 1997, 30’)

Il documentario presenta le immagini di ordini sufi, le turuk, di diverse aree geografiche e culturali: Turchia, Sarajevo, Firenze e il Sudan. Le immagini sono state registrate durante un periodo di tempo che va dal 1995 al 1997, e sono una testimonianza delle pratiche rituali contemporanee di differenti ordini in Sudan così come in Turchia e in Bosnia. Il sufismo e le turuk sono fenomeni tradizionalmente diffusi e molto attivi anche al giorno d’oggi. Le turuk presenti nel documentario sono: la Qadiriya, la Mawlawiya, la Khalwatiya e la Sammaniya.

Il video comincia in Turchia con le immagini della Mawlawiya. A Uskudar, sul Bosforo, si trova la tekiya dove i Mewlewi si incontrano regolarmente per praticare lo dhikr, la sema, e la musica. A Istambul, nella tekiya di Galipdere, vicino alle isole di Galata, si vedono i Mewlewi durante la celebrazione pubblica della sama.

Le immagini di Sarajevo sono della tariqah Qadiriya. Si vedono sia alcune immagini di repertorio girate durante il recente conflitto, che riprese effettuate dopo la guerra. Le immagini presentano la pratica dello dhikr e del devran, la danza simile alla sema.

Nella Bosnia, le immagini mostrano i riti dello dhikr e dello sish della tariqah Khalwatiya di Firenze. Lo sheikh e i membri della confraternita, che vivono a Firenze, sono originari di Skopije in Macedonia. Le immagini sono state registrate durante la festa dell’aid al-kabir del 1996. In occasione di questa festa i Khalwati, durante lo dhikr, celebrano lo sish, una particolare tecnica fachirica.

In Sudan, le immagini della Qadiriya sono state riprese a Umdurman, nel cimitero dove si trova il makam (tomba) di Ahmed El-Niel, un importante sheikh riformatore del XIX sec. Ogni venerdì i Qadiri si incontrano e danzano di fronte al makam fino a che il Sole è tramontato. Si possono notare le somiglianze e alcune significative differenze rispetto allo dhikr della Qadiriya di Sarajevo. Le immagini della tariqah Sammaniya sono state registrate a Wad Madani, una città sul Nilo Azzurro che è il più importante centro del sufismo sudanese. Le immagini mostrano lo dhikr celebrato il giorno della festa dell’aid al-kabir del 1997.

Il video offre una introduzione ai principali rituali praticati da queste turuk, e al significato delle modificazioni sottili della coscienza indotte dalla pratica di queste tecniche rituali, dal punto di vista dell’interpretazione come avviene all’interno delle stesse turuk.

Una certa attenzione è riservata al contesto storico e sociale dei paesi in cui vivono le diverse turuk. Molti ordini sufi nel mondo contemporaneo, indipendentemente dalle distanze geografiche, sono diventati i veicoli di un ideale umano e sociale radicalmente differente da quello di più noti islamici fondamentalisti e integralisti. Il documentario vorrebbe essere un contributo alla conoscenza di questa diversità.

 

THE REBEL*                                                                                   ALGERIA

(Jo Shinner, 1997, 15’)

“The Rebel” è un film girato in un bar di Parigi dove Matoub Lunes insieme ad altri tre musicisti interpreta brani della tradizione berbera. In esilio da diversi anni, Matoub, oltre ad essere protagonista della rinascita di una cultura caduta nell’oblio è diventato il portavoce dei berberi che in Algeria lottano per la loro identità. Da sempre oppressi, i berberi sono spesso costretti al silenzio dal governo algerino. Matoub ci racconta gli usi e costumi millenari del suo popolo ma anche la sua incarcerazione, il suo rapimento dal Gia e la sua netta opposizione al fondamentalismo islamico che vieta perfino l’uso della lingua berbera e il suo insegnamento scolastico. Sono un testimone -dice Matoub Lunes- quello che non sa niente è un idiota ma quello che sa e che non dice niente è un criminale.

 

AL DABKE*                                                                                     LIBANO

(Ouday Raad, 1994, 45’)

Documentario sulla dabké, danza tradizionale libanese eseguita dal gruppo Abou Yehiah nei ruderi di Baalbeck e dalla compagnia di danza contemporanea di Caracalla che presenta in chiave moderne questa danza la cui origine deriva da un attività secolare. Di fatti, i tetti delle case in Libano erano, una volta, di terra e per pigiare questa terra, uomini, uno accanto all’altro battevano i piedi sullo stesso ritmo, cantando.. Questa attività, parte della vita quotidiana è poi diventata una danza: il dabké.

 

AL OUD*                                                                                                      EGITTO

(Fritz Baumann, 1990, 87’)

Secondo un’antica leggenda araba, il primo oud (“ud” in arabo significa “legno” da cui il termine “liuto”) fu costruito da Lamech, figlio di Caino, ad immagine del suo adorato bambino, figlio unico, morto alla tenera età di cinque anni. Lamech, profondamente addolorato, lo prese e lo appese ad un albero e disse: «La sua figura non si staccherà dai miei occhi finché non si riduca in pezzi o io muoia». Quando la carne cominciò a cadere dalle ossa, egli prese un pezzo di legno, fece una fenditura, lo assottigliò e mise insieme i pezzi. Fece una cassa armonica che rappresentasse la coscia, con un manico come l’osso dello stinco, una paletta della stessa misura del piede con i pioli come le dita dei piedi. Dopo aver fissato le corde, Lamech iniziò a suonare il liuto, piangendo e lamentandosi, finché diventò cieco, e fu il primo a cantare un lamento. E siccome lo strumento era fatto interamente di legno, lo chiamò al ud.

 

DA Mosòrrofa a Cardeto*                                                   CALABRIA

La danza tradizionale fra memoria e presente

(Ettore Castagna e Sergio Di Giorgio, 1996, 19’)

L’area di riferimento è l’Aspromonte meridionale. In particolare la zona di Cardeto, nota nel reggino per i suoi “forti” suonatori e danzatori. Una serie di testimonianze ricostruiscono sia alcuni aspetti di memoria storica sulla tradizione della danza sia delineano la funzionalità sociale che attualmente, anche se marginalmente, la tradizione etnocoreutica stessa continua ad assumere in Aspromonte. Presenti vari esempi di ballo dell’area in questione nonché rilevanti “sonate” per danza per zampogna a paru e zampogna a moderna.

 

I NOSTRI CANTI NON SONO ALLEGRIA*                                              CAMPANIA

(Laura Mandolesi Ferrini, 1995, 35’)

Viaggio in tre zone della Campania in cui si esegue la tammurriata o “canto sul tamburo”. In ognuna di queste aree – entroterra vesuviano, agro nocerino sarnese e costiera amalfitana – la tammorra accompagna il canto e il ballo nelle occasioni festive legate ai culti mariani. L’indagine, partita come un tentativo di messa a fuoco delle diverse modalità di esecuzione dello strumento, svela le dinamiche sociali esistenti tra i suonatori e la comunità. Occasione di festa e di incontro, i canti e i balli sul tamburo, che «non sono allegria» ma devozione, contengono anche la memoria di un tempo mitico, rivissuto ogni anno durante i pellegrinaggi.

 

SUONI STRUMENTALI DI FESTA NELLA CULTURA POP. DELLA PROV. DI MESSINA*      SICILIA

(Mario Sarica, 1996, 15’)

Il documentario mostra vari momenti di festa nel Messinese. Il suono rituale della katabba, sequenza ritmica eseguita su due campane e un tamburo cilindrico a bandoliera, annuncia per due volte al giorno, all’alba e al tramonto, l’approssimarsi della festa che la comunità di Moforte S. Giorgio celebra per onorare la santa patrona martire S. Agata. La sfilata dell’Orso e della Corte Principesca del martedì grasso a Saponara, in cui i suonatori di “brogne” o “trummi”, che accompagnavano un tempo le battute di caccia sui Peloritani, annunciano l’arrivo della maschera dell’Orso e delle sue temute aggressioni alle donne. La questua dei “Ciliari” che precede la festa di S. Agata patrona della comunità di Alì e la questua di “U Cammiddu” per la festa di S. Onofrio patrono di Casalvecchio Siculo. A Mistretta, per la festa della Madonna della Luce, sfilano i “Giasanti”, mitici giganti i cui resti secondo la tradizione sono stati ritrovati nel luogo dove la Madonna si manifestò con una luce sfolgorante.

 

I QUADERNI DI REGINALDO*                                                     CALABRIA

(Piero D’Onofrio & Fabio Vannini, 1988, 29’)

Il video prende in esame i quaderni di Reginaldo D’Agostino, pittore e scultore popolare di Spilinga (Catanzaro). Alcuni di questi scritti vennero compilati sotto dettatura, come quelli dedicati a “zu’ Bruno”, musicista e mastro fabbro, che nel 1963, ottantenne, trasmise a Reginaldo il suo sapere musicale. Nacque così un “manuale” di musica di tradizione orale e semiscritta delle falde del Monte Poro, alle spalle di Capo Vaticano. Sono documentati strumenti musicali e materiali di costruzione, repertori e occasioni di esecuzione, mestieri dei musicisti e dei musicanti, soprannomi, indicazioni sulle dimensioni e sulle accordature (soprattutto degli strumenti a corda, come la lira). I disegni di Reginaldo illustrano gli strumenti.

 

 

XVI RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1998

 

 

PANDIT RAVI SHANKAR*                                                                        INDIA

(Nicolas Klotz, 1985, 58’)

Da questo significativo ritratto del musicista e compositore indiano Ravi Shankar, emerge la profonda serenità che è fonte della sua arte, la filosofia sottostante alla concezione dei raga (modelli melodici), e le caratteristiche della musica classica indiana con i suoi strumenti: sitar, tabla, santur, sarod e sarangi.

Girato a Benares, Calcutta, Delhi, Parigi e Londra, questo filmato permette tramite interviste realizzate a George Harrison, Yehudi Menuhin, Zubin Mehta e Jean-Pierre Rampal di scoprire una delle personalità artistiche piu incisive nel panorama musicale d’Oriente e Occidente del nostro secolo.

Numerose immagini d’archivio inedite evocano nostalgicamente gli incontri con John Coltrane, i Beatles, Peter Sellers. Ma ancora più toccante la figura del Maestro nella sua casa, in India, con sua moglie e i suoi allievi, con i suoi sogni e i suoi desideri incompiuti.

 

NUSRAT FATEH ALI KHAN, Le dernier prophete*                                  Pakistan

Nusrat Fateh Ali Khan, L’ultimo profeta

(Jerôme de Missolz, 1986, 58’)

Il qawwali è il canto devozionale sufi che, secondo la tradizione, ebbe inizio nel XII secolo, quando il santo sufi Hazrat Moinuddin Chisti cominciò per primo a far opera di proselitismo presso gli Hindu del subcontinente indiano. La musica devozionale era talmente meravigliosa che ben presto si rese conto che la maniera che sorgeva spontanea per pregare Allah era cantare piuttosto che recitare.

Di questi canti fluidi in forma responsoriale (solista-coro), caratterizzati da frasi reiterate del coro alternate alle improvvisazioni solistiche, Nusrat Fateh Ali Khan, recentemente scomparso, era il massimo esponente al mondo, e a lui si deve il merito di aver diffuso, in lode del Profeta, il qawwali in tutto il mondo.

In questo film-intervista il musicista pakistano racconta gli anni della sua formazione a fianco del padre musicista, cantante, professore e ricercatore, la svolta musicale che lo ha portato a combinare il qawwali con la musica folklorica rendendolo più orecchiabile, fino al grande successo raggiunto in tutto il mondo e ribadito dalle numerose collaborazioni a colonne sonore di film hollywoodiani (L’ultima tentazione di Cristo in collaborazione con Peter Gabriel, Bandit Queen, Natural Born Killers, e Dead man Walking).

 

CUL RUP. Cerimonie per il nuovo anno in Cambogia*                               Cambogia

(Giovanni Giuriati, 1997, 20’)

In Cambogia, in occasione del nuovo anno (14 aprile) si svolgono nelle pagode buddhiste cerimonie di propiziazione denominate cul rup (lett. “entrare nel medium”). Con l’accompagnamento della musica pinpeat di tamburi e percussioni intonate i rup (medium) vengono posseduti dai neak ta, spiriti tutelari del villaggio. Emerge in queste cerimonie, nelle quali sono presenti rituali di divinazione e terapeutici, il peculiare sincretismo religioso khmer, nel quale si compenetrano animismo, induismo e buddhismo: Ad esempio, nella pagoda Vihear Suor un medium particolarmente potente è stato posseduto nei giorni di capodanno dal personaggio mitico del ‘Re lebbroso’ uno dei più potenti re di Angkor, l’antica capitale, personaggio mitico associato al culto induista di Dharmaraja, dio della morte e del giudizio.

La musica ha in queste cerimonie il ruolo fondamentale di favorire l’entrata in trance e di accompagnarla mediante l’esecuzione di specifiche melodie. L’orchestra  di queste pagode di villaggio è la stessa di quella di corte. Ciò che varia sono le modalità di esecuzione degli strumenti, in particolare l’energia con la quale vengono suonati i tamburi.

I materiali video illustrano alcune cerimonie cul rup svoltesi nell’aprile 1997 nella provincia di Kandal, non lontano da Phnom Penh.

 

ODALAN DI TANJUNG BUNGKA. Musica e trance in un villaggio balinese*  Bali

(Pino Confessa, Vito Di Bernardi, Giovanni Giuriati, 1997, 35’)

Durante le tre notti di festa del tempio Pura Dalem di Tanjung Bungka, un villaggio situato alla periferia della capitale Denpasar, le divinità “entrano” a più riprese nei medium-sacerdoti riuniti per il Rapat Pleno, “l’Assemblea degli dei”. Guidati da Bhatara Dalem, manifestazione di Shiva-Durga, e dal suo aiutante “Il grande serpente”, gli dei del lago Batur, del vulcano Agung, della scogliera di Ulu Watu e gli spiriti degli antenati dei villaggi parlano e agiscono servendosi della voce e dei corpi dei posseduti. Nell’odalan (festa) di Tanjung Bungka animismo e shivaismo tantrico sembrano fondersi nella venerazione della Shakti, la potenza della Natura e del Cosmo che qui si manifesta nel suo aspetto doppio, benefico e terrifico.

La musica accompagna e scandisce le varie fasi della festa. Il grande gamelan gong, il duo di metallofoni gender wayang, il canto sacro dei kidung maschili e femminili segnalano l’arrivo e la partenza della divinità, sostengono la trance, intrattengono i partecipanti, accompagnano la danza. La musica viene offerta alle divinità in una molteplicità di funzioni.

Il terzo giorno dell’odalan la comunità di Tanjung Bungka ospita il villaggio-fratello di Panjer. A tarda notte, a conclusione di un dramma sacro danzato secondo l’antico stile di corte, le divinità di Panjer “entrano” nei danzatori che indossano le maschere sacre di Rangda e Barong e provocano la trance di un gruppo di fedeli che, posseduti, rivolgono i kriss contro il petto colpendosi con forza senza ferirsi.

 

ALIEN SPIRITS ARE DANGEROUS: A Visit with the Akha in Northern Thailand* Thailandia

Gli spiriti alieni sono pericolosi: Una visita tra gli Akha nel nord della Thailandia

(Edy Klein, Karl Schüttler, 1990, 43’)

Negli altopiani settentrionali della Thailandia, non lontano dai confini con la Birmania, esistono ancora villaggi i cui abitanti rimangono estranei deliberatamente alle influenze esterne. I loro antenati migrarono all’interno del paese come pastori seminomadi, molti di loro solo negli ultimi decenni. Gli Akha sono considerati coloro che hanno maggiormente conservato la propria identità culturale tra i sei principali gruppi che popolano la montagna. Questo è espresso simbolicamente da uno dei loro antichi costumi: l’Akha costruisce cancelli magici alle due estremità del villaggio per tenere fuori le persone indesiderate, gli spiriti, e le forze negative. Le forze positive sono invocate nel culto ancestrale e dagli sciamani. La recita della lunga linea ancestrale, dei nomi e dei fatti di quaranta o sessanta generazioni, rievoca una comunità di vivi e di morti, un’unità del passato e del presente, un effetto di un altro mondo su questo mondo.

In uno stato di trance, gli sciamani entrano ne “l’altro mondo”, l’altra faccia del mondo comune. Con l’Akha, anche gli sciamani sono stabiliti dagli antenati, e loro sono capaci di ripristinare i poteri perduti, bandire le forze del male e, in tal modo, curare la gente malata nel corpo o nella mente.

Basato su una ricerca di molti anni, il documentario getta uno sguardo sulla vita di un villaggio in cui non solo i rituali ma anche gli eventi quotidiani riflettono la visione magica e animistica che gli Akha hanno del mondo.

 

AMA-BOMBO: a Tamang shamaness of Nepal*                                             Nepal

Ama-bombo: una sciamana Tamang del Nepal

(Romano Mastromattei, Martino Nicoletti, 1995, 55’)

«Nell’aprile del 1990, durante la rivoluzione contro il regime di re Birendra, riuscimmo finalmente ad avvicinare una donna tamang sui quarant’anni, che viveva nella periferia di Kathmandu e che i vicini e i conoscenti trattavano con grande rispetto ed una percettibile punta di paura. Nessuno la chiamava per nome, ma soltanto con l’appellativo di Ama bombo, “Madre bombo”: il suo contegno – a differenza di tutti gli specialisti religiosi del suo genere da noi incontrati – era altero, ostile e sprezzante: ma la sua fisionomia e le sue risposte rivelavano una grande intelligenza e altrettanta sicurezza di sé. Alla parete della sua stanza di ricevimento – si trattava di una casa borghese, per standard nepalesi – erano appesi alcuni tamburi del tipo dhyangro, a cornice cilindrica, con manico e doppia membrana. Nel corso di successivi contatti, avemmo occasione di vedere altri paraphernalia tipici dei bombo tamang, come il diadema di penne di pavone e la bandoliera di campanelli: il solo cingere il diadema, provocava un tremito nell’Ama bombo.

In quel mese di Aprile, la donna non avrebbe potuto celebrare alcun rito che implicasse l’uso del tamburo, perché il suono avrebbe richiamato i vicini: e qualsiasi movimento notturno di persone era molto pericoloso. Nel novembre dello stesso anno, calmatasi la situazione politica, fu possibile assistere ad una seduta celebrata dalla Ama bombo nella propria casa e filmarne una grande parte.

Il motivo della celebrazione ci fu al momento taciuta, ma divenne in parte evidente durante la cerimonia e ci fu infine rivelata – con qualche reticenza – dopo qualche giorno.

Il comportamento della Ama bombo si differenziò – nel corso di questo rituale – dal corrispondente comportamento maschile sotto un solo, essenziale rispetto: non uccise personalmente le vittime sacrificali, ma delegò questa bisogna a degli uomini. Inoltre, in quella particolare seduta, la Ama bombo non danzò – e le danze furono eseguite da un anziano bombo; ma in altre occasioni, come ella stessa in seguito ci riferì, la donna non si asteneva affatto da danze rituali». (R.M.)

 

MOON-HEART: Il mondo magico degli sciamani di Tuva*                         Tuva

(Costanzo Allione, 1996, 30’)

Tuva, situata al centro dell’Asia, tra le foreste della Siberia e i deserti centro asiatici, è un paese molto antico dove gli sciamani fanno uso degli armonici del suono.

Il regista ha incontrato Moon Heart, una potente guaritrice: una sciamana che comunica con le stelle. “Quando ho accettato il mio destino come sciamana gli spiriti dei miei antenati mi hanno insegnato l’origine cosmica dell’uomo e della natura e mi hanno parlato di nostro padre l’eterno Cielo Blu e di nostra madre la Terra…. Per curare una persona io invoco la sua stella chiedendole di venire giù: quando la stella appare un forte calore scende dall’alto riempiendo i miei occhi di lacrime”.

Attraverso il ritratto di Moon Heart, il documentario cerca di descrivere uno stile di vita basato su una forte relazione spirituale con la natura e una profonda conoscenza della sacralità.

 

AN INITIATION “KUT” FOR A KOREAN SHAMAN*                             Corea

Un’iniziazione “Kut” per uno sciamano coreano

(Laurel Kendall, Diana S.Lee, 1991, 37’)

Chini, una donna coreana di 32 anni, è convinta di essere destinata a diventare una sciamana e che incontrerà nella sua strada solo difficoltà e miseria prima di raggiungere con successo l’iniziazione. Lo spettatore assiste alla sua iniziazione (kut) con tutti gli eventi rituali e cerimoniali che ne fanno parte.

 

PARDESI*                                                                Inghilterra/Pakistan

Lo straniero

(Martina Catella, Michel Follin, 1992, 90’)

Attraverso la storia di Aki Nawaz, giovane produttore anglo-pakistano e leader del gruppo ethnodance Fun da mental, il documentario cerca di analizzare la legittimità del metissage culturale nell’ambito delle produzioni musicali contemporanee. La regista si è interrogata sulla qualità delle produzioni ma soprattutto sulla funzione attuale della musica, sul suo nuovo contenuto simbolico, spirituale o sociale e sullo statuto del musicista in una società tradizionale in mutazione. ”Mi sono chiesta come questa nuova generazione di musicisti ethno-techno riusciva ad accostare i valori del paese occidentale dove sono nati e cresciuti e quelli del loro paese di origine, trasmessi parzialmente dalle loro famiglie”.

Pardesi si sviluppa attorno ad una serie di interviste realizzate con Aki Nawwaz a musicisti, cantanti e produttori che risiedono e lavorano in Inghilterra e/o in Pakistan. Fra loro citiamo il suonatore di tabla Talvin Singh, la cantante anglo-indiana Sheila Shandra (che ha inciso numerosi dischi ispirati alla tradizione indiana per la Reald World), l’antropologo Akbar Ahmed, il produttore Bally Sagoo (che arrangia e produce ethnodance, bhangramuffin e beat qawwali).

Partendo da queste recenti forme musicali a volte contrastanti fra di esse, il documentario alterna riprese in ambienti dance a Londra o Bradford e scene girate nel Punjab e a Lahore alla ricerca di danze tradizionali Bhangra e Dhamal, cerimonie sufi Qawwali, canti Ghazal e raga indiani.

 

MUSIKA: A Documentary Video on Philippine Ethnic Music          *          Filippine

Musika: Un video documentario sulla musica etnica filippina

(Robin Daniel Z. Rivera, 1992, 30’)

Il documentario mostra lo sviluppo e la varietà della musica e degli strumenti musicali di varie regioni delle Filippine, praticata dai gruppi indigeni che costituiscono il 10% della popolazione del Paese, ed evidenzia l’importante ruolo della musica sia nelle attività quotidiane che nelle occasioni speciali.

Il documentario focalizza l’obiettivo sull’enorme varietà degli strumenti musicali sia delle regioni settentrionali che meridionali: gong (gangsa, kulintang), tamburi (sulibao, kimbal), scacciapensieri (ulibao, kubing), flauti di bambù (kaldong, kaleleng, tongali, bali-ing, saggeypo), bastoni ronzanti (pakkung, balingbing), cetre tubolari (kolitong, kolesing, kaltsang), liuto bicorde (kudyaping, kudlong) e campane tubolari (kagul).

La musica, sia strumentale che vocale, viene inquadrata all’interno del contesto socio-culturale in cui viene praticata, specificandone le funzioni rituali (riti di guarigione, di caccia, ecc.) e gli eventi occasionali (corteggiamento, matrimonio, ecc.). La musica etnica è una tradizione viva che riflette ancora sentimenti e credenze native ed esprime l’identità tribale.

L’ultima parte del documentario illustra gli sviluppi contemporanei della musica tradizionale filippina, che ha lasciato un’impronta indelebile sia in ambito colto, favorendo l’insorgere di una originalissima musica “classica” filippina, che popolare urbana, ispirando la nuova musica delle rock star filippine.

«La musica etnica – commenta l’Autore al termine del documentario -è un’eredità che tiene la chiave dell’identità culturale della nazione filippina.»

 

LES STEPPES INSOLITES DE MONGOLIE*                               Mongolia

Le steppe insolite della Mongolia

(Alain Desjacques, Heidi Draper, 1994, 51’)

Alain Desjacques, noto etnomusicologo francese ci conduce in un pellegrinaggio attraverso le steppe della Mongolia per scoprire e registrare i migliori cantori e musicisti tradizionali. Di contro alla visione sbalorditiva del terreno ruvido, il film riesce a catturare non solo l’aspetto musicale, ma anche la ricca intessitura dei dettagli quotidiani (le usanze, l’accoglienza, i giochi, la cura del bestiame). E’ il ritratto di un popolo che vive quasi sempre a fianco dei suoi animali (cavalli, yak, cammelli e pecore) con pochi contatti con il mondo esterno.

Viaggiando sul dorso di un cavallo a piedi o in camion, Desjaques rintraccia i più acclamati interpreti del tradizionale canto difonico. La difonìa si compone di una linea melodica acuta sostenuta da un bordone basso. Ascoltiamo parte di un canto epico che normalmente impegna il cantore per sette giorni, tutto a memoria. Il notevole flautista, Narantsogt, suona nella sua yurta, producendo suoni imitanti la natura. La figlia serve, com’è d’uso, il thé salato e uno yogurt di latte di yak fermentato in una borsa di pelle caprina.

Visione unica di una cultura in rapida via d’estinzione.

 

LES DISCIPLES DU JARDIN DES POIRIERS*                                         Cina

Gli allievi del giardino dei peri

(Marie-Claire Quiquemelle, 1987, 56’)

Bandita dalla scena durante la Rivoluzione culturale cinese, l’Opera di Pechino conosce attualmente un momento di rinascita, tanto dal punto di vista del repertorio quanto della popolarità di cui gode.

Il documentario presenta tutti gli aspetti di quest’arte drammatica, sintesi armoniosa tra letteratura, arti marziali, canto, danza e musica. Numerosi attori di tutte le età ci spiegano il repertorio, le loro parti, l’importanza dei costumi e del trucco, i movimenti e i giochi di scena immutabili. Insieme a giovani allievi del conservatorio dell’Opera di Pechino scopriamo l’apprendistato intenso che richiede questa disciplina: training fisico, apprendimento delle pièce, corsi di dizione, canto, musica. Alcuni estratti degli spettacoli illustrano i diversi generi di rappresentazione dell’Opera di Pechino.

 

LE CHANT DES FOUS*                                                                          Bengala – India

Il canto dei folli

(Georges Luneau, 1979, 93’)

I Baul sono dei cantanti erranti che percorrono i villaggi del Bengala da secoli, esaltando le “vie dell’amore”. La parola Baul significa letteralmente “Folle”. Questi “folli di Dio” non seguono però nessuna dottrina, non predicano nessuna religione. Sono contrari a qualsiasi settarismo sociale o religioso; la loro parola d’ordine è la libertà di spirito. Culturalmente la loro tradizione è un incrocio di diverse correnti di pensiero della cultura del Bengala: il tantrismo, il sufismo, il culto della dea Kali e la devozione alla relazione d’amore tra Radha e Khrishna. Anche se il Baul prende a prestito il pantheon degli dei e la terminologia mistica della religione indiana, per lui “il divino” è inerente all’uomo. Il mondo degli dei, del bene e del male, dell’astratto e del tangibile, rimandano tutti a una stessa energia vitale. La via è una e tutte le sue forme sono in interazione le une con le altre. E’ dunque in lui stesso che il Baul cerca questa verità; questo “uccello sconosciuto”, il quid inafferrabile che canta qualche volta in noi e fa di noi “uomini di cuore”. Il film mostra diversi cantori durante le tappe del loro viaggio attraverso il Bengala, i loro incontri, le loro riunioni, fino al momento in cui ha luogo un festival che vede insieme molti di essi.

 

LA BALLADE DE PABUJI *                                                Rajasthan-India

La ballata di Pabuji

(Georges Luneau, 1976, 50’)

Attraverso un parallelismo poetico con la leggenda di Pabuji, mitico eroe indiano, scopriamo la vita della popolazione contadina del Rajasthan, e così il lavoro, i loro canti, le loro danze. La ballata racconta che Rao vide delle fate che si bagnavano in uno stagno. Fece in modo di trattenerne una, nascondendole i vestiti. Lei lo implorò di restituirglieli ma Rao fu irremovibile e la chiese in sposa. La fata accettò ad una condizione: Rao non sarebbe mai entrato nelle sue stanze senza avvertirla. Il matrimonio ebbe luogo. Un bimbo nacque dalla loro unione e fu chiamato Pabuji.

 

 

XVII RASSEGNA DEL FILM ETNOMUSICALE 1999

 

 

GHAZEIA. Danseuses d’Egypte*                                                                            Egitto

Ghazeia. Danzatrice d’Egitto

(Safaa Fathy, 1993, 50’)

La danza orientale, scaduta e involgarita dalla seconda metà del secolo scorso nei Paesi Arabi, dove era diventata una semplice esibizione erotica di pessimo gusto, ricomincia ad acquistare dignità e rispetto sociale soltanto a partire dagli anni Cinquanta, quando, grazie soprattutto al cinema egiziano in cui compare la raqs el-Sharqi (lett. “danza d’Oriente”) eseguita magistralmente da grandi interpreti come Samiya Gamal, viene legittimata e accettata pubblicamente come vera e propria forma d’arte.

Attraverso il ritratto di due ballerine di “danza del ventre”, una modesta “ghazeia” della campagna e la più illustre danzatrice del Cairo, il film tende a fornire un’immagine diversa di questa tradizione ancora oggi molto spesso sottovalutata.

La danza del ventre permette di avvicinare i paradossi e le contraddizioni della società egiziana, i suoi rapporti con la condizione femminile e la sfera della sessualità.

 

Chants de sable et d’étoiles. La musique liturgique juive*

Canti di sabbia e di stelle. La musica liturgica ebraica

Tunisia, Marocco, Turchia, Azerbaijan, Israele, Usa

(Nicolas Klotz, 1996, 90’)

La musica che accompagna la liturgia ebraica, la hazzanout, è una delle varie e diversificate che esistano, perché ha avuto nel corso dei secoli e dei millenni, le influenze di tutte le culture vissute ed abitate a causa della diaspora: dalla sabbia del deserto della Giudea fino alle steppe dell’Asia Centrale.

Questo documentario va alla ricerca delle radici della musica liturgica ebraica e descrive la sua evoluzione. Il musicista Ami Flammer serve da guida, da “intervistatore” durante il viaggio che inizia ad Anversa e ci porta per il mondo, dall’Uzbekistan a Manhattan passando dalla Turchia e l’Africa del Nord, per scoprire la pratica musicale quotidiana delle diverse comunità della diaspora, in presa diretta con la cultura non ebraica nella quale vivono.

 

PIZZICATA*                                                                                                               Italia

(Edoardo Winspeare, 1996, 93’)

Alla vigilia dello sbarco degli Alleati in Italia, un aereo di ricognizione americano che sorvola il Salento viene abbattuto dalla difesa antiaerea. Tony Morciano, giovane pilota, è ritrovato ferito dalla famiglia di Carmine Pantaleo, un contadino pugliese. Carmine, nonostante il pericolo, porta Tony nella loro masseria. Le pazienti cure di Cosima, la seconda delle tre figlie di Carmine, aiutano il giovane pilota a guarire e a ritrovare coscienza delle sue radici.

Tony è in effetti, un figlio di un emigranti italiani e questo consente a Carmine Pantaleo di far passare il giovane per un nipote in visita. Nel ritrovare la passione per il suo paese d’origine, Tony sente crescere nel suo cuore dei sentimenti nuovi e più forti che lo legano a Cosima: l’amore nasce tra i due giovani. Tony ha anche un’esperienza con il tarantismo salentino: un presagio. Ma nel frattempo il padre di Cosima ha promesso in sposa la giovane figlia a Pasquale, figlio del più ricco proprietario terriero della zona; Cosima si trova dunque davanti al dilemma di dover scegliere tra l’obbedienza al padre e quella dovuta al suo cuore. Lo scontro tra i due pretendenti diviene inevitabile… Ricompare la maledizione della tarantola: il tarantismo.

 

Il Liutar*                                                                                                             Italia

 (Marco Rossitti, 1997, 35’)

Con le immagini ed i suoni, più che con le parole, il film segue la costruzione di un violino nelle sue fasi principali, dalla scelta dell’abete «di risonanza» nei boschi della Carnia (Alto Friuli) alla prima prova dello strumento. Vengono messi in evidenza la complessità del lavoro e il grado di abilità che esso richiede, lo studio attento che sta alla base dell’operazione manuale e le scelte culturali (di scuola e di tradizione) che la guidano. Protagonista del documentario è il liutaio Giuseppe “Bepo” Rossitti, nativo di Trava di Lauco (Udine), ma operante nella vicina Tolmezzo, un artigiano che è andato raccogliendo negli ultimi anni numerosi riconoscimenti a livello internazionale. Lo spettatore partecipa all’esperienza di veder nascere uno strumento musicale di alta precisione sotto i colpi di sega e scalpello di un grande artista del legno.

 

La fete de Tamar et Lashari*                                                             Georgia

La festa di Tamar e Lashari

(Hugo Zemp, 1998, 70’)

Il rituale sincretico (politeista/cristiano) di Tamar e Lashari celebra la regina Tamar (XII secolo) e suo figlio Lasha, venerati come dei dai popoli della montagna orientale della Georgia. Durante la festa che si svolge ogni anno sulle colline di una valle del Caucaso, i pellegrini si riuniscono in prossimità di due santuari consacrati a queste due divinità. I canti religiosi, caratterizzati da una voce solista e da un bordone intermittente eseguito da un coro, hanno un posto fondamentale nel rituale.

Il film non cerca di isolare gli elementi considerati come quelli più arcaici, né di ricostruire un’immagine idealizzata di un rituale del passato, ma di rappresentare la festa nei suoi multipli aspetti come essa si svolgeva nel luglio 1991. La festa comprende canti rituali secolari, ma anche musiche profane, tradizionali e moderne, rurali e urbane, orientali ed occidentali.

 

LE souffle de Vaguelis*                                                                             Grecia

Il soffio di Vaguelis

(Sophie Launay, 1998, 52’)

Il film si svolge nell’Epiro, una regione montuosa della Grecia, quasi incontaminata dal turismo, situata al nord-ovest del paese, al confine con l’Albania. E’ proprio nella regione di frontiera di Pogoni che seguiamo dei musicisti: un clarinettista (Vaguelis) e il suo gruppo (percussioni, liuto, violino e spesso la fisarmonica) che girano per i villaggi remoti della montagna in occasione di feste consacrate ad un santo (panigyria), di glentia (feste private), di matrimoni o funerali.

In Epiro, alcune manifestazioni sociali non possono esistere senza la musica. Nei momenti sacri questa società riserva alla musica e ai musicisti un ruolo essenziale. I musicisti come Vaguelis sono di una famiglia di trovatori, e sono i depositari di una tradizione che fa del musicista l’interprete delle emozioni degli uomini.

Vaguelis Haliyanni è il capo del gruppo, clarinettista solista. Tradizionalmente il gruppo è un affare di famiglia e allo stesso tempo privilegio della famiglia gitana. La loro arte è trasmessa oralmente di padre in figlio. «La musica ci viene da Dio, l’ha donata ai gitani» dice spesso Vaguelis.

Il nome di Haliyanni è associato alla musica dall’avvento del clarinetto, importato dall’armata turca all’inizio del XIX secolo. Con il padre come guida, virtuoso del violino e i fratelli riconosciuti maestri del clarino, Vaguelis si è dedicato alla musica fin dall’adolescenza e dopo 45 anni di musica, l’amore per il clarinetto persiste. Colpito da una sordità progressiva, Vaguelis suona con una formidabile sincerità, guardando negli occhi degli altri l’istante di comprensione della sua interpretazione. Oggi, un apparecchio gli permette di capire meglio la sua musica dove non ha mai smesso di risentire tutte le melodie interiori.

 

Distant Echoes: Yo-Yo Ma and the Kalahari Bushmen*                         Namibia

Echi lontani: Yo-Yo Ma e i Boscimani del Kalahari

(Robin Lough, 1993, 45’)

Questo film descrive il viaggio del celebre violoncellista Yo-Yo Ma, insieme all’antropologo Richard Lee, nel deserto del Kalahari, nell’Africa australe. Con il suo violoncello come unico mezzo di comunicazione, il musicista è partito per incontrare la tribù !Kung, una delle ultime società sopravvissute di cacciatori-raccoglitori esistenti al mondo. Fuori dal tradizionale commento etnomusicologico, Yo-Yo Ma descrive questo viaggio come «una specie di pellegrinaggio, una raccolta personale, speravo di imparare da questa gente, cambiare delle idee musicali, capire il ruolo della musica nella loro vita quotidiana. Ma soprattutto, volevo scoprire questo popolo e vedere come loro percepiscono la mia musica- così diversa dalla loro».

 

Baka. People of the rainforest*                                                                       Camerun

Baka. Popolo della foresta equatoriale

(Phil Agland, 1988, 105’)

Protagonisti del documentario sono i pigmei Baka, abitanti nelle foreste equatoriali del Camerun orientale. Il lavoro è il risultato di un’approfondita indagine sul campo, compiuta da Phil Agland, Lisa Silcock e Mike Harrison, che per ben due anni hanno vissuto in mezzo a loro. Grazie alla lunga esperienza diretta, i realizzatori sono riuscito ad entrare nella vita dei Baka ed a illustrarne per immagini tutti gli aspetti più segreti, tutte le dinamiche interpersonali. Viene mostrato non solo come i pigmei si procaccino i cibi – rendendo commestibili gli insetti, cacciando o arrampicandosi sugli alberi in cerca di miele – ma anche il loro comportamento sociale: dalle danze rituali ai racconti e alle musiche tradizionali, fino alle problematiche psicologiche all’interno del nucleo familiare.

 

CAPOEIRA, BEL HORIZON*                                                                             Brasile

Capoeira, Belo Horizonte

(Basile Sallustio, 1995, 52’)

Dopo una svolta storica nel passato africano della capoeira alla ricerca delle sue radici, la dimensione sociale di quest’ultima ha attirato l’attenzione del regista.

In tutto il Brasile, la capoeira è in auge e specialmente a Belo Horizonte presso il gruppo “Porto de Minas” dove il fenomeno della capoeira è utilizzato come strumento d’educazione e di ridinamizzazione sociale dei bambini di strada. In effetti, ben più di un’arte-spettacolo, di una danza, di una lotta, dove si combinano canti e percussioni e dove si esprimono anche la destrezza, l’eleganza e la malizia, la capoeira è soprattutto una filosofia basata sulla ricerca dell’equilibrio psichico dell’individuo.

La capoeira ci guida nella sua scia verso l’Europa dove sta raggiungendo la cresta dell’onda e dove il suo fascino contribuisce sia a sviluppare la sua filosofia che a produrre degli utili.

Il film si articola attraverso le testimonianze dei professori e soprattutto attraverso il ritratto di uno dei ragazzi del gruppo “Porto de Minas”. La camera è la loro confidente e grazie a questa prossimità si svela il contesto socio-economico dei quartieri difficili di Belo Horizonte, spesso in contrasto ai cliché e agli stereotipi delle metropoli brasiliane.

Le informazioni complementari sono narrate dalla capoeira, in questa occasione personalizzata, accentuando così il carattere di prossimità e conferendo al documentario lo stile di un racconto.

 

Ou les accordeons chantent. La Route du Vallenato*                 Colombia

Dove cantano gli organetti. La via del vallenato

(Lizette Lemoine, 1995, 53’)

Nel nord della Colombia, la regione del Magdalena Grande risuona della musica vallenata. Dal momento in cui l’organetto diatonico (acordeòn) venne importato dall’Europa, questo strumento è divenuto sempre più popolare in tutta la regione. L’acordeòn, inizialmente relegato ad un ruolo solistico, con il tempo fu affiancato da uno strumento di derivazione africana, la caja (tamburo monopelle), e uno di derivazione indigena, la guacharaca (idiofono a raschio), venendo così a crearsi una singolare formazione strumentale trietnica accompagnante il canto del solista.

La musica risente dell’apporto africano sia nello stile che nel ritmo, come conseguenza della fusione con la musica tradizionale afrocolombiana della regione, in particolare con il chandé, canto in forma responsoriale accompagnato solamente da strumenti a percussione.

Nel documentario, musicisti di vallenato, virtuosi dell’organetto, parlano dell’importante ruolo svolto da questa musica nella loro vita, del significato dei testi delle canzoni e del perché siano così legati a questa tradizione. Suonano in vari contesti, per le strade, nei locali pubblici e nelle case, e la loro musica ci fornisce suggestioni ed immagini della vita nei villaggi e nelle zone rurali della Colombia settentrionale.

 

LA VOIX DE SOFIA*                                                                                   Bulgaria

La voce di Sofia

(Philippe Cornet, 1997, 52’)

Crocevia di mille culture e di etnie molto diverse, la Bulgaria è riuscita a conservare uno stile di canto stupendo e vario arricchendolo continuamente. Gran parte della musica bulgara, sia cantata che suonata, era tradizionalmente monodica, ma in alcune zone è diffusa una forma polivocale e complessa eseguita da cori femminili.

Sullo sfondo di una Bulgaria che attraversa un periodo di decadenza morale ed economica, il Coro Bulgaro delle Voci Angelite si impone con una musica sublime venuta da tempi lontani. Il documentario segue alcuni membri del coro: donne che, giorno per giorno, imparano nuove parti loro assegnate – quelle di un mondo capitalista – in bilico tra gratitudine e frustrazione, così come la grigia realtà quotidiana a Sofia si alterna allo splendore e ai fasti dei loro concerti all’estero. Un “Balkan-Requiem” sotto forma di tragi-commedia.

 

Polifonias. Paci è Saluta, Michel Giacometti*                            Portogallo/Corsica

Polifonie. Pace e saluti, Michel Giacometti

(Pierre Marie Goulet, 1997, 82’)

Michel Giacometti, “Il Corso che amava il Portogallo”, nel 1959 arrivò in Portogallo per risiederci definitivamente. Per trent’anni ha percorso l’intero paese raccogliendo musiche, racconti, storie e poesie. Ha risvegliato l’orgoglio in una cultura che uomini e donne avevano conservato con un velo di vergogna.

In Portogallo, questo Corso ha reinventato la sua isola, salvando le radici degli altri, e così facendo, ha potuto riscoprire se stesso. Salvando la memoria di un popolo, egli sembra essere andato alla ricerca di quelle radici, reali o mitiche, sepolte dentro ognuno di noi.

Ed è su questo terreno che “Polifonias” riscopre le tracce del suo itinerario, richiamando la memoria viva dei più anziani e sottolineando il fatto che la musica tradizionale è ancora viva in Corsica e in Portogallo.

 

LES AMOUREUX DE DIEU*                                                                         Macedonia

Gli Innamorati di Dio

(Dan Alexe,1998, 52’)

“La setta Rifai scomparirà presto” prediceva lo speaker un cortometraggio del 1951 con cui si apre “Les Amoureux de Dieu”. aveva sbagliato. L’antica tradizione dei mistici islamici, i dervisci, continua ancora, come rivela questo film sulle sette dervisce rivali a Skopje, in Macedonia.

I dervisci raggiungono la perfezione spirituale attraverso riti di trance, dove si trafiggono con degli spilloni. Ma non tutte le confraternite sufi hanno il diritto di trafiggersi durante la cerimonia Nevruz, ed è proprio questo l’argomento di discussione e rivalità tra i due principali soggetti del film, lo cheik Erol della confraternita Rifai, e lo cheik Ekrem, della confraternita degli Halveti. Attraverso la rivalità tra questi due caratteri, che corrispondono a due opposti archetipi di capi religiosi, il documentario offre un ritratto vivo dell’esperienza mistica in una forma devozionale popolare, con immagini forti della cerimonia fachirica osservata con un misto di curiosità e disgusto, lasciando lo spettatore profondamente impressionato. I dervisci raggiungono l’estasi attraverso movimenti ritmati, canti ripetitivi, iperventilazione; si trafiggono la lingua, le guance e il collo con lunghi spilloni, continuando a danzare, senza mostrare alcuna sofferenza e senza spargimento di sangue.

 

LAGRIMAS NEFRAS*                                                                                           Cuba

(Sonia Herman Dolz, 1997, 75’)

I cinque principali soggetti in questo documentario sono anziani musicisti che, alla fine della loro performance, si concedono un riposo, non tanto perché stanchi di suonare e ballare, quanto per non mettere a rischio le loro fragili gambe. La leggerezza e la sensualità del loro modo di cantare e di suonare il son cubano contrasta con la rigidità con cui scendono dal palco. alla veneranda età di 80 anni, i cinue membri de “La Vieja Trova Santiaguera” hanno alle spalle una tradizione atavica centenaria. Suonano nella forma più pura e autentica il son cubano, il genere musicale diventato la struttura portante della salsa, con energia e dinamismo giovanili ma con la grazia e la saggezza della loro età.

 

BUENA VISTA SOCIAL CLUB*                                                                              Cuba

(Wim Wenders, 1999, 101’)

Un documentario dedicato alle vecchie glorie della scena musicale cubana, oggi più o meno novantenni, riuniti insieme da Ry Cooder (autore delle colonne sonore di “Paris, Texas” e “The End of Violence”) che li ha accompagnati in Europa e in America per una serie di concerti trionfali. Da quell’esperienza nacque il disco “Buena Vista Social Club”, un successo internazionale che vendette milioni di copie e vinse il Grammy.

Quando Ry Cooder tornò nuovamente a Cuba agli inizi del 1998 per registrare un album da solista con Ibrahim Ferrer – di nuovo con tutti i musicisti che avevano suonato in “Buena Vista Social Club” e che ora si chiamano i “Super-Abuelos”, i “Super-Nonni”, a Cuba – Wenders lo accompagnò con una piccola troupe, osservò i musicisti in studio e seguì le loro vite all’Avana: le riprese continuarono in primavera ad Amsterdam, dove “Buena Vista Social Club” tenne due concerti, e terminarono definitivamente in estate a New York durante quella che probabilmente sarebbe stata l’ultima apparizione della band, il loro trionfale successo al leggendario Carnegie Hall.